"Stiamo cercando i proprietari di queste foto": un rullino di oltre 30 anni trovato casualmente nelle Gole di Frasassi porta alla luce vecchie immagini di climbers

"Qualcuno di voi riconosce queste persone? Da un paio di mesi stiamo cercando il proprietario di questi scatti, o almeno qualcuno dei protagonisti, a cui restituire questi ricordi e magari farci anche un po' raccontare la storia che c'è dietro a queste immagini": è l'appello lanciato dal filmmaker Paolo Bacchi in un video che racconta il particolare ritrovamento avvenuto in un anfratto della Torre di Jesi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Alcuni oggetti hanno il potere di agire come macchine del tempo: ritrovandoli, si ha la sensazione di tornare a far parte di un preciso momento del passato e, addirittura, di poterlo rivivere un’altra volta. C’è poi la natura, che possiede una sua particolare forma di memoria, una capacità quasi archeologica di inghiottire segni del nostro passaggio per poi restituirli quando il tempo sembra ormai aver cancellato ogni traccia. Unendo queste due componenti, nascono storie che valgono la pena di essere raccontate.
È esattamente quanto accaduto in un anfratto della Torre di Jesi, nella Gola di Frasassi (nelle Marche), dove un insolito ritrovamento ha dato il via a una vera e propria indagine collettiva che intreccia fotografia analogica e passione per l'arrampicata, chiamando in aiuto anche le più recenti frontiere dell'intelligenza artificiale.
La vicenda ha inizio quando Lorenzo, un geologo e arrampicatore frequentatore della zona, nota, incastrato in un anfratto della roccia, qualcosa di giallo. Si tratta di un vecchio rullino fotografico riavvolto, consumato dagli anni ed esposto per un tempo indefinito al ciclo implacabile delle stagioni, sotto il sole cocente dell'estate, il gelo rigido dell'inverno appenninico e chissà quante piogge scroscianti. Intuendo il valore storico e umano di quell'oggetto, Lorenzo decide di fotografarlo e inviarlo a Paolo Bacchi, regista e filmmaker che conosce bene quei luoghi per avervi ambientato, dodici anni prima, un documentario dedicato alla disciplina dell'highline.
Ed è proprio lui ad aver condiviso questa storia, con un avvincente reel che sta facendo rapidamente il giro dei social.
Pensando che potesse trattarsi di un rullino smarrito proprio dal suo gruppo durante le riprese, Bacchi avvia una serie di verifiche tra gli amici che avevano collaborato al docufilm. "Eravamo stati lassù tre giorni e quel rullino di cui parlava Lorenzo poteva essere benissimo uno dei nostri, perché in effetti in quell'avventura c'erano anche due miei amici che per l'occasione avevano deciso di fare degli scatti in analogico".
L’ipotesi iniziale, però, viene presto scartata: il rullino appartiene a un’epoca decisamente anteriore e contiene diapositive Kodak. Un fotografo esperto di tecniche analogiche, ipotizza che possa trattarsi di un supporto prestigioso del tipo Kodachrome o Ektachrome, storicamente utilizzato per i grandi reportage internazionali come quelli del National Geographic per la sua straordinaria resa cromatica. Con il timore che gli agenti atmosferici abbiano completamente cancellato il suo contenuto, Bacchi affida il rullino a uno dei pochi negozi di fotografia analogica rimasti a Fabriano.
Dopo un paio di settimane di attesa (i laboratori che sviluppano ancora diapositive sono meno di una manciata in tutta Italia), arriva il responso: lo sviluppo mostra una prima serie di fotogrammi scuri, completamente compromessi dal tempo e dall'umidità infiltrata nella scocca metallica. Tuttavia, in mezzo al nero e alle alterazioni chimiche, cominciano a intravedersi alcune sagome che documentano le attività di un gruppo di scalatori esperti, impegnati in manovre complesse, incluse fasi che sembrano addestramenti con elicotteri che potrebbero evocare le dinamiche tipiche del soccorso alpino. Accanto a queste scene compaiono anche momenti di convivialità quotidiana, come un pranzo tra amici al ristorante, che restituiscono l'atmosfera di giornate qualunque vissute svariati anni fa, presumibilmente tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta.
"Le diapositive ovviamente sono rovinate. C'è una dominante di verde anche con dei puntini neri che avevano attaccato la pellicola. Ma siamo nel 2026, quindi faccio una cosa che solo oggi si può fare: provo a ricostruirle con l'intelligenza artificiale", spiega Bacchi, che ha sottoposto i file digitalizzati a un processo di rielaborazione attraverso diversi programmi di intelligenza artificiale. Testando diversi modelli di ricostruzione fisiognomica, tenta di far riemergere colori e dettagli appannati dal tempo e dall'usura del rullino. La ricostruzione tecnologica non rappresenta il punto d'arrivo, ma una sorta di ausilio per attivare una ricerca sul campo basata sulla memoria storica della comunità alpinistica: l’obiettivo è quello di intercettare i legittimi proprietari di quegli scatti o i testimoni diretti di quelle scalate sulle pareti di Frasassi per poter finalmente restituire questi ricordi e ascoltare la voce di chi ha vissuto in prima persona quelle avventure.
"L'AI dove non ha informazioni fondamentalmente inventa, questo è importante dirlo - precisa Bacchi -. Però quello che può fare è anche aiutare a far riemergere delle somiglianze, a restituire dei volti, degli aspetti, delle fisionomie che comunque il tempo aveva cancellato. Ora la mia domanda è questa: qualcuno di voi riconosce queste persone? Da un paio di mesi insieme a Lorenzo stiamo cercando il proprietario di questi scatti, o almeno qualcuno dei protagonisti, qualcuno a cui restituire questi ricordi e magari farci anche un po' raccontare la storia che c'è dietro a queste immagini".
L'appello lanciato dagli autori del ritrovamento si rivolge direttamente a chi frequentava le pareti marchigiane trent'anni fa, ai veterani dell'arrampicata e ai loro familiari, affinché la condivisione delle immagini ritrovate possa colmare le lacune lasciate dal tempo e riportare a casa una piccola ma significativa testimonianza di vita vissuta tra le rocce della Torre di Jesi.
"Adesso cerchiamo le persone in quelle foto. Riconosci qualcuno? Scrivimi. E se non li riconosci, fai comunque una cosa: condividi questo reel. Mandalo a chi arrampicava trent’anni fa, a chi potrebbe sapere. Aiutaci a riportare a casa questi ricordi": con questo appello si conclude il video, che condividiamo di seguito.
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