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Storie | 27 giugno 2026 | 18:00

Sulla via ferrata ho incontrato una ragazza accompagnata da minacciosi soggetti armati di mitra e pistola: solo più tardi ho saputo chi era. Salire su quella montagna è quasi un dovere politico

La cultura, la storia, le tradizioni della Slovenia sono letteralmente imbevute di montagna, e persino sulla bandiera nazionale viene raffigurata una cima, guarda caso quella del Triglav. Anche nella moneta da 50 centesimi si ritrova la sagoma del Tricorno accompagnata dai versi "Oj, Triglav, moj dom" (O Tricorno, mia casa). Una cima da salire almeno una volta nella vita: solo così, si dice da quelle parti, ci si può considerare a pieno titolo un vero sloveno

scritto da Lorenzo Naddei

L’arrivo in vetta più memorabile? Difficile a dirsi, entrano in gioco troppi fattori; ma se passiamo al più "originale", quello al Triglav vince di sicuro per distacco: le scene cui ho assistito sulla cima, in occasione della mia prima salita, restano a oggi qualcosa di semplicemente unico!

Va detto che non ero mai stato sulle Alpi Giulie slovene e che per giunta arrivavo da una delle vie meno frequentate, quel giorno praticamente deserta; non ero pronto, insomma, e sono stato colto completamente alla sprovvista: meglio così, mi sarei perso parte della sorpresa…

 

Non so bene da dove cominciare, ma potrei farlo dal punto più alto della cima, dove si trova il celebre bivacco "a siluro": sui gradini di accesso è seduto un uomo, che con le gambe stringe la testa di una bambina (nove, dieci anni al massimo) inginocchiata davanti a lui. Tra le risate generali – cui non si unisce la piccola malcapitata, che invece piange a dirotto – un altro figuro si sfila la cintura dei pantaloni e le assesta tre micidiali scudisciate sul sedere, seguite da un applauso scrosciante: ma che diavolo sta succedendo?!

 

Poco più in là, altre risate: un folto gruppo di escursionisti locali, piuttosto anzianotti, è intento a cantare e fare baldoria, al suono di ben due fisarmoniche: come avranno fatto a portarle sin qui, dal momento che tutte le vie di salita sono lunghe, faticose, esposte e attrezzate??? E inoltre, quanto deve pesare quell’enorme damigiana colma di slibowitz, offerto a tutti con grande generosità? D’altro canto, nemmeno l’aitante "bibitaro di vetta" deve essersi risparmiato e ha accatastato all’ombra di una roccia lattine di ogni tipo, in quantità industriali, pronte per esser vendute agli astanti.

 

Certo hanno viaggiato molto più leggeri i tanti escursionisti in arrivo, tutti sorridenti e tutti rigorosamente senza zaino: alcuni tengono le loro cose in un sacchetto di plastica, tenuto in mano a mo’ di sporta, altri non hanno nemmeno quello e il loro abbigliamento si riduce a canottiera, pantaloni corti e scarpe da ginnastica. Eppure, mi dico, per essere arrivati sin qui, a quasi 3000 metri di quota, saranno in ballo da ore (se non da giorni), e in qualche modo almeno una ferrata devono averla percorsa: perché non attrezzarsi un minimo?

 

Per finire, in mezzo a tanta allegra baraonda, i membri di una famigliola si abbracciano e scoppiano a piangere uno dopo l’altro per la gioia di essere giunti in cima, aggiungendo una nota di commozione a un quadro già alquanto "sfaccettato"…

 

Alla domanda più semplice, relativa alla scena del bivacco, risponde subito un escursionista locale: "Quello che frusta la bambina è suo padre, è la tradizione: chi raggiunge per la prima volta la cima più alta della Slovenia va battezzato con tre cinghiate da chi c’è già salito. Tre come Triglav, il Tricorno, la montagna a tre teste".

 

Per provare a capire tutto il resto, invece, ci sono volute molte scorribande tra questi monti e un po’ di curiosità, che mi hanno portato a qualche personalissima conclusione: anzitutto - sarà banale - gli sloveni sono davvero un popolo di sportivi. Quanti si dedicano a sentieri, ferrate e vie di roccia mi sembrano in media molto più "performanti" della norma, a prescindere dall’età e dall’equipaggiamento (ove presente), e più di una volta sono rimasto stupito dalla confidenza e dalla velocità con cui vanno per monti.

 

C’è poi una questione di attaccamento alla montagna che riguarda tutti, anche chi non la frequenta abitualmente; la cultura, la storia, le tradizioni della Slovenia sono letteralmente imbevute di montagna, e persino sulla bandiera nazionale viene raffigurata una cima, guarda caso quella del Triglav: qualche altro Paese dell’arco alpino fa altrettanto? E se anche nel vil denaro, nella fattispecie la moneta da 50 centesimi, si ritrova la sagoma del Tricorno accompagnata dai versi "Oj, Triglav, moj dom" (O Tricorno, mia casa) di una celebre canzone patriottica, beh, qualcosa vorrà pur dire.

 

Da questi e da tanti altri segnali risulta del tutto evidente che il Triglav non è una montagna, ma "la" montagna; un simbolo di appartenenza e di identità, una cima da salire almeno una volta nella vita: solo così, si dice da queste parti, ci si può considerare a pieno titolo un vero sloveno.

 

A una vetta tanto importante sono state risparmiate strade e funivie, e la si è voluta tutelare con la creazione di uno dei più preziosi parchi nazionali delle Alpi; non mancano però sentieri e rifugi, e ben quattro percorsi attrezzati ne facilitano l’accesso da versanti diversi. Fin troppo, forse: su alcuni tratti di cresta l’abbondanza di pali e infissi metallici è tale che al Triglav è stato affibbiato il soprannome di "porcospino"! Pur con tutta questa ferraglia, nessuna salita è davvero banale e il dislivello sfiora sempre i 2000 metri; fortunatamente i rifugi – tutti piuttosto ruspanti e afflitti da una cronica scarsità d’acqua – si prestano a spezzare il percorso a piacimento.

 

Per chi non ha mai messo piede in montagna la salita può dunque risultare una piccola impresa, in cui sovente ci si butta senza allenamento, senza esperienza e ovviamente senza alcun tipo di attrezzatura, mentre i più atletici e rodati (e sono davvero molti) la considerano poco più di una passeggiata, fattibile in giornata e con un equipaggiamento ridotto all’osso; a ben vedere, qui, solo la fascia degli escursionisti "medi" si mette in moto con una dotazione normale!

 

Quel che però accomuna tutti i frequentatori locali è altro, è la consapevolezza di trovarsi su una montagna particolare, dove anche la comitiva più sgangherata e ridanciana sale con un po’ di sentimento, quasi si trattasse di un piccolo, dovuto pellegrinaggio al simbolo del proprio Paese. Si spiegano così le lacrime di quanti hanno appena messo piede sulla cima per la prima volta - causate anche dall’immancabile rituale delle nerbate! - come anche il piacere di sostarvi a lungo da parte degli habitué, in un clima festoso che mai ho apprezzato su altre vette, almeno in questa misura.

 

Alla mia prima visita, datata anni ’80, ne sono seguite molte altre, e all’apparenza non è cambiato molto: sono spariti i "sacchetti della spesa" (così come i talleri, di cui occorreva rifornirsi in abbondanza prima di ogni spedizione) e l’abbigliamento da montagna si è decisamente modernizzato, ma l’atmosfera è rimasta la stessa.

 

Grazie a nuovi incontri, ho scoperto altri aspetti del Triglav: intrattenendomi con una folkloristica orda di alpinisti bulgari, ad esempio, ho scoperto che il Tricorno è una cima ambita in tutto l’est europeo, mentre ben più inquietante è stato incrociare in ferrata una ragazza in compagnia di due nerboruti, minacciosi soggetti armati di mitra e pistola. Solo più tardi sono venuto a sapere che "la ragazza" in questione era un ministro della repubblica, appena eletta e sorvegliata dalla sua scorta, e che ogni politico di spicco – come un qualsiasi sloveno – non può esimersi dal salire in vetta, ricevendo l’apprezzamento (e talvolta le contumelie, mi hanno assicurato) da chi trova sul percorso.

 

L’incontro più illuminante riguarda però un non più giovanissimo sloveno "marittimo", piuttosto a disagio tra le crode e letteralmente incagliato sulla lunga cresta Bamberg. "È tardi, sono stanco e non so nemmeno esattamente dove sono: manca tanto? Tornare indietro mi fa un po’ paura, ma credo di non farcela a salire… Non sono mai stato in cima ed è la quarta volta che ci provo, la quarta!". Siamo un piccolo gruppo, ma la risposta è corale: "Se te la senti, vieni con noi; possiamo darti una mano, e nel caso legarci. Siamo italiani, ma il posto lo conosciamo bene, ti fidi?"

 

Del resto della giornata ricordo soprattutto la sua espressione in vetta, che definire raggiante è dir poco, e poi i festeggiamenti, la soddisfazione, la gratitudine all’arrivo in rifugio, raggiunto in notturna dopo molte ore di marcia e altrettante "soste di incoraggiamento". Da qualche parte devo avere ancora il biglietto di auguri e ringraziamenti arrivatomi per posta il Natale successivo, insieme a tre fantastiche bottiglie di vino: tre come Triglav, il Tricorno, la montagna a tre teste...

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La montagna del vicino

Cosa succede sulle Alpi al di fuori dell'Italia? Quali segnali ci mandano i nostri vicini? Gli articoli presentati in questa rubrica non hanno la pretesa di esaurire un argomento tanto vasto, ma vogliono solo offrire qualche spunto a partire da piccoli episodi vissuti in qualità di "forestieri". Uno sguardo su quanti, a vario titolo, animano la montagna oltre confine: chi la abita, chi ci lavora, chi la amministra; chi si batte per difenderla e chi no. E, naturalmente, su una categoria quanto mai composita, controversa e folkloristica di cui tutti facciamo parte, quella dei turisti.

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