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Storie | 22 giugno 2026 | 12:00

Gli antichi modelli di gestione dei beni collettivi possono essere un antidoto all'illusione moderna della crescita infinita? La lezione di Törbel

L'arco alpino è costellato di comunità che nel corso del Medioevo hanno elaborato articolati modelli di gestione delle "terre collettive". Il caso di Törbel, villaggio svizzero del Canton Vallese, studiato anche da Elinor Ostrom, prima donna della storia insignita del Premio Nobel per l'Economia, che dimostrò che in numerose società tradizionali la sopravvivenza del gruppo era garantita da forme di autogoverno basate sull'utilizzo razionale e lungimirante delle risorse comuni

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Törbel è un villaggio svizzero del Canton Vallese situato a 1.500 metri di quota. Le origini dell’abitato risalgono al periodo della grande colonizzazione rurale dell’arco alpino, avvenuta a  partire dall’XI secolo. A quell’epoca le genti locali cominciarono a spingersi sempre più in alto in cerca di nuove terre da coltivare e di pascoli da sfruttare, insediandosi stabilmente anche a quote considerevoli. Vivere a quelle altitudini esponeva la popolazione a sfide complesse e,  per quanto il Basso Medioevo sia stato caratterizzato da condizioni climatiche particolarmente favorevoli, la gestione oculata delle risorse a disposizione rappresentava un elemento essenziale per garantire la sopravvivenza della comunità. 

 

È per questo che gli abitanti di Törbel già nel Quattrocento si dotarono di una regolamentazione per lo sfruttamento delle acque e, nei secoli successivi, sottoscrissero una serie di patti che sancivano regole molto precise circa l’utilizzo di prati, boschi, torrenti e, più in generale, di tutti  i beni comuni del villaggio.

 

Tali accordi non si limitavano a enunciare princìpi di carattere generale, ma entravano nel merito di aspetti molto concreti della convivenza in montagna. Per esempio, stabilivano che a nessuno fosse consentito di caricare negli alpeggi comunali un numero di vacche superiore ai capi che era in grado di ricoverare durante l’inverno. Questo vincolo – apparentemente banale – introduceva un rapporto armonico tra lo sfruttamento dei pascoli collettivi e i mezzi privati a disposizione dei singoli contadini. Veniva impedito, infatti, di accrescere temporaneamente la propria mandria per poi vendere gli animali in esubero a  fine stagione, obbligando invece i cittadini a provvedere contestualmente all’ampliamento delle proprie stalle e dei terreni adibiti alla fienagione. 

 

Va detto, peraltro, che quello di Törbel non è un caso isolato. L’arco alpino è costellato di comunità che nel corso del Medioevo hanno elaborato articolati modelli di gestione delle "terre collettive". Regole, vicinìe, patriziati, consorterie e carte di franchigia vennero delineando un diverso modo di possedere, basato su meccanismi di reciprocità e di bilanciamento tra diritti e doveri: una terza via, alternativa rispetto alla dicotomia pubblico/privato. In questo senso, le forme di comunitarismo alpino vennero a rappresentare un unicum nella storia del diritto occidentale, in grado di promuovere una gestione sostenibile dei beni comuni improntata al soddisfacimento delle necessità del gruppo e alla loro rigenerazione a vantaggio delle generazioni future. Meccanismi in grado di arginare logiche di profitto individuale o di rendita immediata, in quanto deleterie per la vita della comunità. 

 

L’avvento della modernità, tuttavia, segnò una delegittimazione dei dispositivi di partecipazione collettiva forgiati dalle comunità delle Alpi. Essi, infatti, mal si conciliavano con le esigenze dei nascenti Stati nazionali, fautori di modelli amministrativi centralizzati e burocratizzati di stampo marcatamente urbano. Tra Ottocento e Novecento si assiste, pertanto, a un progressivo smantellamento di queste esperienze d’origine medioevale, che vennero considerate soluzioni anacronistiche da superare. Salvo rari casi, gli abitanti delle montagne furono costretti ad adeguarsi a regole imposte dall’esterno e ad assecondare modelli di gestione del territorio elaborati nelle grandi capitali. 

 

È soltanto negli ultimi decenni del secolo scorso che politologi ed economisti tornano a interessarsi ai cosiddetti "beni comuni", stimolati soprattutto da criticità sempre più evidenti legate al sovrasfruttamento delle risorse naturali. A svolgere un ruolo chiave in questa  riscoperta fu la studiosa statunitense Elinor Ostrom, prima donna della storia insignita del Premio Nobel per l’Economia. Supportata da indagini sul campo in luoghi diversissimi del  pianeta, la Ostrom dimostrò che in numerose società tradizionali la sopravvivenza del gruppo  era garantita da forme di autogoverno basate sull’utilizzo razionale e lungimirante delle risorse di interesse comune (i cosiddetti commons). Sulle Alpi il suo lavoro partì proprio dallo studio degli statuti e delle consuetudini ancora presenti nel villaggio di Törbel durante gli anni ‘80. 

 

Tra i molti aspetti di interesse che queste esperienze storiche introducono nell’orizzonte culturale contemporaneo, ve n’è uno tanto semplice quanto dirompente: il senso della misura. 

 

Queste società, infatti, sono accomunate dalla profonda coscienza del fatto che le risorse a disposizione sono finite, limitate. Questo dato di realtà – particolarmente evidente per popolazioni che si trovano a vivere in ambienti ostili e isolati, come quello di alta montagna – è oggi oscurato da un paradigma economico che predica la crescita illimitata, proponendo un’idea di progresso basata esclusivamente sull’aumento di produzione e consumi. Una concezione i cui germi risalgono proprio all’avvento degli Stati nazionali, nel periodo a cavallo  tra XVII e XVIII secolo, quando alcuni illustri personaggi portano avanti la teoria paradossale secondo cui il benessere delle nazioni si basa sugli atteggiamenti opportunistici degli individui, sulla ricerca spregiudicata dell’interesse personale. La ricchezza pubblica – essi sostengono – non è altro che l’esito dei vizi privati. Dunque niente più vincoli, niente più freni alla concorrenza, niente più richiami alla morigeratezza: nasce il moderno pensiero economico liberale. Si tratta di un autentico rovesciamento della prospettiva classica e medioevale, che riconosceva in ogni forma di smodatezza (hybris) un pericolo per la collettività.  

 

Dal Settecento ai giorni nostri quel modello è divenuto dominante e ha impresso un’impronta molto marcata sulle sorti dell’intero pianeta, nel bene e nel male. Coniugandosi con gli strabilianti progressi delle scienze e della tecnica, esso ha consentito a una larga fetta dell’umanità di raggiungere livelli di benessere prima impensabili. Al tempo stesso, però, ha  generato una speculare miseria nella restante parte dell’umanità, ha eroso ogni senso di comunità o di destino condiviso e ha legittimato l’uso sconsiderato delle risorse naturali. Il conto che ci sta presentando la società del "no limits" è salato e ci fa guardare con occhi diversi a quegli antichi sistemi di vincoli escogitati secoli fa. Forse i vecchi contadini di Törbel hanno ancora qualcosa da insegnarci…
 

Fotografie in apertura: 
Törbel, 2025, Daniel Reust - Opera propria / Wikipedia/Wikimedia Commons

Elinor Ostrom Premio Nobel per l'economia 2009; © Holger Motzkau 2010, Wikipedia/Wikimedia Commons

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