"Avrebbe potuto esserci una targhetta in mio ricordo nel primo canalino del monte. Invece è andata diversamente, per un incredibile e inspiegabile concatenarsi di eventi e casualità"

"È bagnato, attenzione... le ultime parole sono risucchiate dal frastuono di un sacco che precipita e sbatte: il movimento era ormai partito, la gamba non poteva che proseguire lungo la linea tracciata. Il piede non poteva che appoggiarsi lì, su quel sasso tondo grigio antracite, perfetto, che in questo letto, la notte, ancora mi fa l'occhiolino. E lo appoggio - io, presuntuosa: ma sì che mi tiene. Lo appoggio e ho ancora le spalle girate verso i compagni, sono completamente fuori assetto, non ho scampo". Ripubblichiamo uno dei due testi vincitori del concorso 'Ti racconto il mio soccorso', la cui premiazione si è svolta nella cornice del Festival L'Altramontagna

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Come raccontare gli incidenti in montagna? A partire da questa domanda è nata una collaborazione tra L'Altramontagna e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, finalizzata a riprendere le testimonianze di chi è stato soccorso o di chi ha prestato soccorso in montagna in modo da acquisire importanti elementi per frequentare i territori montani con maggiore consapevolezza e, quindi, per cercare di prevenire situazioni di potenziale pericolo.
I testi pubblicati hanno partecipato al concorso Ti racconto il mio soccorso, nato da un’idea di Melania Lunazzi: la premiazione dell'ultima edizione si è svolta nella cornice del Festival L'Altramontagna: ripubblichiamo uno dei due racconti vincitori: Angeli sulle montagne. L'autrice, Raffaella Faggionato, ci offre un racconto emotivamente coinvolgente di un incidente avvenuto nel canalino di Raff e delle successive operazioni di salvataggio.
Angeli sulle montagne
Siano queste parole un piccolo segno dell’infinita gratitudine che provo per tutti coloro che hanno avuto parte in questa storia. Un’ondata di calore e affetto mi ha sollevata e ancora non mi lascia cadere. Grazie ai compagni d’avventura, amici-angeli, grazie alla mia famiglia angelica e all’amico da cui da vent’anni non smetto di imparare, angelo pure lui sotto la scorza. Grazie agli angeli - soccorritori, un mondo di dedizione gratuita e di un’abilità che viene dal cuore. Grazie all’Unità Spinale di Udine, diretta da un’imperatrice illuminata e solare secondo regole che non rispondono alla logica delle gerarchie ma a quella, sola valida, dell’efficienza di gesti fatti col sorriso - un posto in cui credo si venga a lavorare volentieri, e non è poco. Grazie agli amici - messaggi visite affetto vicinanza mi hanno tenuto caldo. Grazie al cielo e al sole e alle montagne che brillano ancora anche per me, e sulla cui superficie - me l’hanno sussurrato in segreto le rocce mentre cadevo - sta spalmato Dio.
Questo è il tempo della comprensione. Il tempo dei pannoloni e dei clisteri, il tempo della riconoscenza per le lenzuola di nuovo pulite. Il tempo del passaggio dalle croste di sangue alle cicatrici, dal nero al giallo dei lividi. Il tempo lucido della profonda gioia di vivere incastrata nei piccoli gesti ieri ancora impossibili e oggi riconquistati - lavare i denti, mangiare da sola, mettermi per la prima volta seduta... Si chiuderà questo orizzonte limpido in cui c’è spazio solo per ringraziare. E dimenticherò, inevitabile. Ma prima, intanto, le parole accolgono, accolgono e trasmettono, e non sarà stato inutile se avrò saputo salvare un pezzetto d’esperienza.
Così, rimescolo ora per ora nel calderone delle sensazioni per tirarci fuori altre tracce, altri appigli ancora nascosti negli anfratti, per salvare di più, dell’altro. Riavvicino i lembi sfilacciati della memoria per ricomporre il quadro. Presto, prima che inizi a sfumare, prima che si perdano i dettagli quelli importanti. Presto, non voglio e non devo dimenticare, devo fermare il tempo sospeso del dolore per catturare gli istanti prima che siano risucchiati dal buio. Perché è troppo importante questa storia per abbandonarla prima di averne spremuto tutto il senso.
Da quel canalino forse è uscita una persona diversa. Un budello di sassi e rocce appuntite, a strapiombo. Pochi giorni fa - sotto le unghie ancora ghiaino sottile e frammenti di sassi a cui forse volevo aggrapparmi.
"Il canalino di Raff, 7 agosto 2025. Il corpo è volato giù, l’anima su...". Avrebbe potuto esserci questa targhetta nel primo canalino dell’Anello del monte Sernio. Invece è andata diversamente, per un incredibile e come sempre inspiegabile concatenarsi di eventi e casualità. È stato deciso diversamente. L’immagine è un po’ sfocata: chissà perché sto adagiata sui sassi, raggomitolata, con la testa a valle, e stupita di non riuscire a rialzarmi. Poi altre immagini fluiscono e si inanellano - flash, squarci di cielo su cui le pietre brillano come stelle nere, sprazzi di lucidità si alternano a un confuso mescolarsi di voci e colori. Un sasso rosso di sangue - ma di chi, perché? Non capisco. Chi mi tira indietro lo zaino, perché mi impediscono di alzarmi? Poi un freddo intenso, vento fracasso elica verricello, angeli vestiti d’arancione che scendono e salgono come dalla Scala del Paradiso - ma perché l’elicottero, perché il soccorso, ma no, va tutto bene, adesso mi alzo, vedete pur che non è successo niente. Inizia un tremito dentro, "respira piano" mi dice qualcuno con dolcezza - sei in iperventilazione. Altri frammenti di frasi mi girano intorno, distinguo le parole ma non capisco il senso. Commozione cerebrale. Attenti, il piede è certamente rotto. Bloccare il collo. Cerco ancora di alzarmi, mi oppongo, mi ostino a non voler capire. Ma no, vi sbagliate! Non è successo niente, adesso mi rimetto in piedi e scendo con le mie gambe. Scendo... ma da dove? Strano rovesciamento di prospettiva, il canalino che prima stava sotto di me adesso è sopra, e tra sopra e sotto - tutto ciò che sta in mezzo è nulla, buio pesto. Sono precipitata per una ventina di metri, mi dicono - che volo! che sogno! E che spreco non ricordare!
L’errore però è perfettamente impresso. Quella scintilla sul sasso bagnato e viscido, lì, appena sotto l’imbocco del canale, lo vedo adesso nitidissimo. Un pensiero, mi volto verso i compagni per avvertirli - è bagnato, attenzione! Imperdonabile distrarre l’attenzione da quel sasso che mi osserva e aspetta la mia prossima mossa. E gli errori qui su non sono ammessi, neanche se nascono da una cura per i compagni. È uno spazio, questo, che vuole disciplina e attenzione come attitudini esistenziali. Pasticcioni e apprensivi e distratti - meglio restino a valle. Non è stata fatalità, ma uno stupidissimo errore. E questo mi sta aiutando ad accettare e a affrontare quel che sarà. Perché dagli errori si impara e si cresce.
È bagnato, attenzione... le ultime parole sono risucchiate dal frastuono di un sacco che precipita e sbatte: il movimento era ormai partito, la gamba non poteva che proseguire lungo la linea tracciata. Il piede non poteva che appoggiarsi lì, su quel sasso tondo grigio antracite, perfetto, che in questo letto, la notte, ancora mi fa l’occhiolino. E lo appoggio - io, presuntuosa: ma sì che mi tiene. Lo appoggio e ho ancora le spalle girate verso i compagni, sono completamente fuori assetto, non ho scampo.
In quella posizione, non c’è appiglio nell’aria attorno a me a cui il mio angelo possa condurmi. Le mani annaspano inutili appese all’aria azzurra prima del tuffo, avessi le ali! - precipito all’indietro, a testa in giù, sbatto contro i lati del ripido canalino "come la pallina di un flipper", racconteranno i compagni: rende bene l’idea. Venti metri. Magari esagerano, saranno stati quindici. Sempre tanti. Mani alate si sono protese da ogni spuntone a proteggere occhi naso denti - a respingere, deviare, evitare il peggio.
Mi passo ora le mani tra i capelli, la testa è piena di ferite ed escoriazioni, ma è intera e funziona, e lavora come un vulcano in eruzione. E il caschetto ha svolto il suo ruolo altrove, là dove doveva essere. A me sembra invece di essermi accasciata appena lì, sotto al sasso del destino. Madre natura ha fatto calare le saracinesche sulla coscienza di quanto stava accadendo. Coscienza oscurata, endorfine adrenaline o non so che altro hanno fatto il resto. Risultato: credo che nessun trauma, nessun ricordo spaventoso mi impedirà di tornare in montagna e guardare ancora nel vuoto... quando verrà il tempo.
Torno ad annodare gli scarsi ricordi: chissà perché lo zaino mi blocca le spalle e mi impedisce di alzarmi, chissà perché questo sangue in giro, di chi, da dove? E dallo zaino è iniziata l’incredibile catena di fatalità disegnate in cielo per salvarmi la vita. Era mezzo vuoto, non avrebbe potuto far molto da solo, non avrebbe protetto la schiena dagli spuntoni di roccia. Ma la parte impegnativa della gita era finita, e per un gesto incosciente che a volte capita di fare avevo tolto il caschetto e l’avevo legato bene allo zaino. Insieme, zaino e caschetto hanno fatto da paraurti per tutta la caduta – fortuna che sono leggera... E appena due roccioni si sono disposti nella giusta traiettoria zaino e caschetto ci si sono perfettamente incastrati fermando la corsa. Poco oltre, un salto di altre decine di metri che non mi avrebbe lasciato scampo.
Mi hanno trovata così F. e I., i primi due angeli in carne ed ossa. La schiera di quelli alati ha terminato il suo compito: la vita è viva, la testa è salva, i pezzi stanno insieme. Sto quasi adagiata sulle pietre, tranquilla, stupita. Dalla testa zampilli di sangue, ma io non li vedo. Adesso a loro spetta l’ingrato compito del primo soccorso. Racconteranno di aver sentito solo dei gran tonfi - una frazione di secondo per realizzare, ed erano già accanto me. F., mani abili e esperte, sangue freddo - raddrizza, imbraga, controlla i danni; in un momento sono legata per impedire che scivoli oltre, in un momento sono individuate le parti ferite più gravi.
Nel frattempo su in alto anche L. si mobilita: il cellulare non ha copertura, ma lui riesce a chiamare il soccorso usando l’ap GeoResQ... Io, troglodita, ho imparato in questa occasione di cosa si tratta... Mi racconta I. che non sa come le sia stato possibile scendere così veloce, era come se i sassi del canalino si fossero disposti da sé a creare una sorta di gradinata sotto ai suoi piedi. Lo sguardo le cade su una pietra, appena sopra la mia testa: vi è posata, in un cerchio quasi perfetto, la catenina d’oro che da sempre porto al collo, regalo di mamma quand’ero bambina. Ha ceduto il punto debole, il gancio, ma è intera - anche lei si è appesa a uno dei sassi che mi hanno fermata. Anche lei partecipe della salvezza, magari in modo simbolico. E adesso è lì, brilla al sole, felice anche lei.
Mi piace pensare a un intervento materno, riscalda, mi fa bene. Qualcuno veglia e protegge. Manca il pendaglio, un piccolo cuore d’oro e zirconi a cui ero molto legata, caduto tra i sassi. Il giorno dopo i miei due amici-angeli torneranno qui su a cercarlo, ma è come cercare un ago in un pagliaio. "Prendilo come il pegno pagato per la tua vita". Certo, ma anche una promessa, un impegno: "Torneremo presto a cercarlo insieme, cuoricino smarrito tra i sassi neri".
Il resto è avvolto in una nebbia densa lattiginosa, a tratti squarciata da colori intensi, mozziconi di parole, volti, espressioni attente e gentili - pezzi di uno specchio andato in frantumi che da giorni vado ricomponendo per potermici riconoscere. Messa in sicurezza, aspettiamo i soccorsi. Ma io non sento il tempo che scorre, non sento neppure il dolore, solo un gran tremito che mi scuote. Le pale dell’elicottero che si agitano vicinissime sembrano zampe di ragno che cercano di infilarsi nel budello di roccia, vento gelido e un baccano assordante a cui non so dare un nome mi investono, e in mezzo a questo turbinio confuso vedo scendere loro, gli angeli in vesti arancione.
I primi due hanno volti concentrati e espressioni dolci, che fanno contrasto con il pandemonio di vento e frastuono. Tanta gentilezza. Sollecitudine pacata e composta. Preoccupati. Non sanno come tirarmi fuori da lì, se mi liberano dall’imbrago improvvisato potrei precipitare ancora. La comprensione non vuol farsi strada ancora, fatica a rompere le mie resistenze, un incaponirsi a dire che non è successo nulla di grave, che certamente esagerano tutti. Protesto per il cinturone dello zaino tagliato per liberarmi i fianchi - ma no, ma perché? Non serve! E lo scarponcino? Sì, la caviglia duole un po’, ma non vorrete tagliare anche quello! Protesto testarda cercando di dimostrare agli angeli color arancione che riesco ad alzarmi, che posso fare da sola. L’incertezza e il consulto durano un attimo - "basta, decido io", è la voce del medico, la sento o credo di sentirla?, "bisogna portarla a braccia più giù, fino a quel terrazzino". Poi un agitarsi di mani che reggono sollevano proteggono, un terzo angelo aiuta, un quarto monta più giù la barella. Ma la distanza tra noi e lui sembra insuperabile, costellata di sassi aguzzi e franosi. Intanto domande - l’angelo medico si assicura che la testa funzioni.
Mi fingo lucida e presente, rispondo correttamente - nome cognome data di nascita... - ma in realtà non capisco nulla, continuo ad annaspare per stare a galla e non sprofondare nel buio. Un ricordo nettissimo però si è impresso: la data di nascita! Uno degli angeli esplode in un’esclamazione di sorpresa: ma è la stessa mia, giorno mese e anno! Festeggeremo insieme prima o poi. Segni segni segni, segni e segnali ovunque. Il tragitto da quel canalino del Sernio a questo letto pulito è disseminato di tracce che vogliono a tutti i costi essere lette. Tracce di una casualità assoluta, ma saggia. Poi un po’ di agitazione: attenti, la testa, tieni di qua io di là, il piede in alto, mi raccomando la schiena, il collo...
Ordini decisi che si rincorrono e si sovrappongono, quei pochi metri ripidi e franosi sono una via crucis. Ma è fatta. Qualcuno mi chiede scusa perché la barella è un po’ dura - sorrido di questa premura, sono stesa su sassi a punta, del tutto insensibile. La destrezza delle manovre degli angeli posso purtroppo solo immaginarla, mettendo insieme qualche flash, qualche racconto dei compagni, come un puzzle. Ma è tanta, sicuro. Poi inizia il volo. Nella mia memoria solo colori intensi: il giallo dell’elicottero, l’arancio degli angeli e della sacca in cui mi avvolgono, il blu del pezzetto di cielo dalla piccola apertura sul viso. So che l’angelo-medico, che ha volato con me, aveva una piccola vela per impedire che girassimo a mulinello; ma ascolto questi dettagli come riguardassero qualcun altro. Del volo mi è rimasta solo la sensazione di dita gentili che carezzano sfiorano il viso e stringono la tela del saccone per ripararmi dall’aria. E una luce forte, allegra, dopo tanto nero di pietre, e ancora blu giallo arancio rimescolati dall’elica nell’aria impazzita. Che disdetta non ricordare di più. Atti ed eventi successivi si susseguono in un ingranaggio collaudato - la stabilizzazione dentro l’ambulanza a Moggio, poi di nuovo in volo fino a Udine. Ma io sono ormai altrove, sparita in una nuvola di antidolorifici che mi risparmiano sobbalzi e scotimenti. E però sento che le incursioni di mani gentili nel mio sonno si ripetono, tranquillizzanti. Sogno o ricordo carezze, conforto, mi sento protetta e accudita. Salvata. Che parola bellissima, da giorni me la ripeto, la mastico, ne estraggo l’essenza.
Buio avvolge anche l’arrivo nel pronto soccorso - mi sembra tutto velocissimo e frenetico, tac, visite, le parole dei medici, tutto si confonde. Non so quanto tempo passa e come arrivo a questo letto e a questo reparto in cui, di nuovo, tanta gentilezza mi avvolge. Gentilezza ed efficienza - qui sono la regola. Da questo letto bianco e pulito adesso inizia un’altra storia, e una scalata ben più impegnativa. Non mi spaventa. È una storia comune, il cui incanto mi stupisce ogni mattina quando apro gli occhi sul giardino dell’ospedale. E ancora non mi abbandona la sensazione di calore, di "cura". Alle mani si sono sostituite altre mani, in una catena infinita snodatasi giù per i giorni che non mi ha mai lasciato cadere. Salvata. E non importa se la prossima salita sarà lunga e difficile, se resterà qualche inevitabile danno - imparerò anche da quello, cocciuta. I grumi di sangue tra i capelli sono ancora lì, a dirmi che c’è ancora tempo per ricordare. Che non è ancora il momento della normalità, sono ancora dentro al tempo prezioso della comprensione. A volte scorrono inavvertite lacrime che rimarginano le ferite sull’anima scoperta, trasparente. Nessuna paura. E chissà, anche oggi forse arriverà una faccia amica, che gioia. E tornerò a casa, alla mia cagnolina alle galline e all’orto, con gli occhi lavati.
P.S. "Hai ritrovato il ciondolo?!". Eh, non era ancora chiusa la catena di segni e segnali, di avvenimenti tanto incredibili da sembrare magie, mancava l'anello finale: un mese dopo la caduta un raggio di sole ha scovato il mio ciondolo tra le rocce del canalino e ha scherzato con lui per un attimo – giusto il tempo che una scintilla colpisse lo sguardo incredulo e stupito di un amico, che passava di lì...












