Contenuto sponsorizzato
Storie | 03 giugno 2026 | 13:15

Fu ritrovato agonizzante lungo una strada di campagna, dov'era solito allenarsi. Si spense alcuni giorni dopo, senza mai poter raccontare ciò che accadde. Il mistero irrisolto della fine di Ottavio Bottecchia, primo italiano in maglia gialla

Il 3 giugno 1927, Ottavio Bottecchia venne ritrovato gravemente ferito, in stato di semincoscienza, lungo una strada tra Cornino e Peonis, in Friuli. Morì il 15 giugno, all’ospedale di Gemona. Dietro alla storia del grande ciclista italiano, il primo a vincere il Tour de France nel 1924, rimane una domanda ancora aperta: qual è la trama, il filo nascosto, che ha portato alla morte il famoso corridore? Oltre alla versione ufficiale, la fine della sua vita si infittisce in foreste intricate di ipotesi: da quelle accidentali a quelle politiche, ce n'è perfino una di stampo mafioso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Ogni storia è composta da almeno tre unità fondamentali: un inizio, una fine e un lasso di tempo che scorre tra questi due punti. Ci sono storie dagli inizi scontati e finali pirotecnici, o viceversa, storie che durano pochi minuti oppure innumerevoli secoli. Storie che dopo un giorno vengono già rimosse e dimenticate, altre che dopo millenni vengono ancora lette ed ascoltate. Ci sono poi le biografie, le vite delle persone, dove quasi sempre l’inizio coincide con la nascita, la fine con la morte e il tempo trascorso con la vita stessa.

 

"Cominciamo la vita nel caos, nel balbettio. Poi, a mano a mano che ci eleviamo nel mondo, cerchiamo di elaborare una forma, un progetto. Tutta la vita è una trama, un piano, un diagramma. Tramare significa affermare la vita, cercarne una forma e il controllo. Anche dopo la morte - anzi, soprattutto dopo la morte - la ricerca continua".

 

Così afferma il protagonista del romanzo Rumore bianco Jack Gladney scritto da Don de Lillo. Condensando in poche righe il senso di raccontare le vite delle persone: tentare di dare senso, di scoprire il piano, il diagramma nascosto dietro i singoli fatti e avvenimenti. Insomma, cercare di imbrigliare il caos provando a dargli un ordine, trasformare ogni singolo filo, ogni singola cosa successa, nella trama di un arazzo, la vita intera di una persona.

 

Proprio questa è la domanda ancora aperta e irrisolta dietro alla storia di Ottavio Bottecchia. Qual è la trama, il filo nascosto, che ha portato alla morte il famoso ciclista il 15 giugno 1927 a Gemona del Friuli (Udine)?

 

Ma partiamo dall’inizio, Ottavio Bottecchia nasce a San Martino di Colle Umberto (Veneto) il primo agosto del 1894, ultimo di otto figli. Oltre ad avventurose peripezie durante la Prima guerra mondiale a cui prese parte come soldato, come, per esempio, riuscire a fuggire dalla prigionia a Caporetto in sella ad una bici, è rimasto alla storia per le sue straordinarie capacità da ciclista che lo portarono nel 1924 a vincere il Tour de France mantenendo la magia gialla (il primo posto in classifica generale) per tutte le tappe. Vinse il Tour anche l’anno successivo.

 

Proprio lui che, come ciclista, si era distinto per le sue doti da scalatore, nel momento in cui raggiunge l’apice inizia il rapido declino: dopo due anni di infortuni, dovuti a incidenti e problemi di salute, il 3 giugno 1927 viene ritrovato gravemente ferito ed agonizzante, lungo una strada tra Cornino e Peonis (Udine), luoghi dove era solito allenarsi. Dopo interminabili giorni di ricovero muore il 15 giugno, all’ospedale di Gemona del Friuli.

 

In quei dodici giorni trascorsi tra il ritrovamento e la morte in ospedale rimane sempre in stato di semi incoscienza, non riuscendo a raccontare mai la sua versione dei fatti.

 

La notizia della morte, data la sua grande fama all’epoca, lascia molto scalpore e il funerale riceve enorme risonanza in Italia e all’estero. Come capita spesso con le morti inaspettate e l’avvento improvviso di eventi traumatici, il bisogno di spiegazioni trasparenti si fa immediatamente urgente nelle persone. Quel silenzio degli ultimi giorni che avvolge nel mistero la morte di Ottavo Bottecchia e la fine della sua vita si infittisce in foreste intricate di ipotesi: da quelle accidentali, a quelle politiche, perfino una di stampo mafioso.

 

Le principali sono almeno quattro. La prima, quella che coincide anche con il risultato delle indagini ufficiali, afferma che la morte è avvenuta a causa di un malore, quindi per motivi accidentali. Infatti, la vedova Caterina all’epoca dei fatti aveva affermato anche in un’intervista alla Gazzetta dello Sport che il marito, in punto di morte, in un momento di maggiore lucidità avesse accennato appunto a un malore. Proprio per la conferma ufficiale di questa ipotesi la moglie era riuscita ad accedere a un premio assicurativo di 500.000 lire.

 

La seconda, invece, diffusasi nel secondo dopoguerra lega la morte di Bottecchia a ragioni di tipo politico. Questa pista è stata ampiamente approfondita dallo studioso Enrico Spitaleri, che ha dedicato due libri all’argomento. Questa versione poggia su un’ultima confessione prima della morte dell’allora parroco di Peonis don Dante Nigris: avrebbe affermato, infatti, che Bottecchia aveva avuto la peggio in una rissa scoppiata per i suoi ideali antifascisti. Altri due elementi secondari che non provano la veridicità dell’ipotesi ma che in maniera laterale la sostengono sono l’assenza dei campioni del ciclismo italiano dell’epoca al funerale, forse perché trovavano Bottecchia una persona scomoda, e la mancata volontà delle istituzioni fasciste di scavare ogni singolo dettaglio nel corso delle indagini.

 

La terza ipotesi, che però nel tempo si è diramata in più versioni, si basa sempre su di un’ultima confessione: un contadino friulano, immigrato in Francia, ha affermato di aver picchiato a morte il Bottecchia con un bastone (altre versioni dicono con una pietra), per avergli rubato dell’uva. In effetti, il corpo fu ritrovato nei pressi di un vigneto.

 

La quarta, infine, è quella basata su stampo mafioso e connette alla morte di Ottavio Bottecchia anche quella del fratello Giovanni, morto pochi giorni prima in un incidente stradale. Un certo Berto Olinas, emigrante italiano negli Stati Uniti, avrebbe raccontato di aver commesso il duplice omicidio su commissione mafiosa, per ragioni legate a un sistema illegale di scommesse.

 

Le numerose versioni che si sono susseguite nel corso degli anni, e la domanda ancora aperta e irrisolta ci fanno tornare a una celebre frase di Don de Lillo: "Perché alla fine tutto è collegato, o sembra che lo sia, o sembra che lo sia solo perché lo è".

Contenuto sponsorizzato