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Storie | 02 giugno 2026 | 18:00

"Mai motoslitte, gatti delle nevi o fuoristrada per portare in rifugio turisti che potrebbero salire con le proprie gambe". Antonio Tabanelli e la gestione del Duca degli Abruzzi al lago Scaffaiolo

Gestore del rifugio più antico dell'Appennino settentrionale, ci racconta cosa significa condurre un rifugio per oltre vent'anni, soffermandosi anche sulle recenti novità: tra l'incognita della seggiovia in fase di realizzazione ("Che gente porterà questo impianto? Quelli che vengono con le ciabattine e che si espongono inutilmente al rischio? È tutto un po' un punto interrogativo") e i recenti successi olimpici dei figli Flora e Miro ("A me sembra normale che siano stati alle Olimpiadi. È quasi una conseguenza che abbiamo creato proprio a partire dalle nostre vite")

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"Sì, noi siamo il più antico, però non è una storia lineare, è più articolata" così è iniziata l’intervista ad Antonio Tabanelli, gestore del rifugio Duca degli Abruzzi al lago Scaffaiolo, il più antico – appunto – dell’Appennino settentrionale.

 

Antonio ha raccontato la storia con grande precisione: "Molto spesso il rifugio viene inteso solo con l’edificio, con le pietre. Secondo questa visione il vero rifugio, che portava il nome del nipote del Re, propriamente sarebbe quello che ora è il bivacco invernale e si trova proprio sul lago Scaffaiolo".

 

Ha proseguito seguendo il filo che ci conduce dall’inaugurazione fino ad ora: "In realtà, prima del 1907, quando fu inaugurato il rifugio, ne erano stati costruiti altri, il più importante si chiamava Rifugio del Lago, molto più antico, era stato costruito attorno al 1879. Fu poi distrutto, più volte, anche in ritirata dai tedeschi, oltre la linea gotica. Tra gli anni Sessanta e gli anni Duemila c’è stata invece una fase transitoria, in attesa di un nuovo progetto, dove il rifugio corrispondeva a un prefabbricato in lamiera gialla, gestito da Ivaldo Antonelli, storico gestore, capostazione del soccorso alpino. La struttura attuale, in pietra, è stata costruita ex novo, non è quella originale, ma porta con sé il nome e la storia e, in effetti, questa storia si sente perché la gente la conosce e la riconosce".

 

La gestione di Antonio Tabanelli, di Lucia Ceron, sua moglie, e di Mirco Mori è iniziata a fine ottobre del 2005. Prima di questa esperienza ne avevano fatte altre, la più importante, di due anni al rifugio Rossi sulle Alpi Apuane.

 

Ma il legame tra Antonio Tabanelli, il Corno alle Scale e il lago Scaffaiolo viene da più lontano: "Venivo qua al lago in infanzia e in adolescenza, mai avrei pensato di diventarne il gestore, per me, il Corno alle Scale era la montagna degli incidenti, delle avventure. Salivamo in cima con gli amici per vedere l’alba, poi i genitori ci portavano la colazione".

 

"Ho sempre avuto un rapporto odio amore con l’Appennino, sono legato a questi luoghi fin da piccolo, ma soffro il suo essere anche meta di un turismo di massa, una fatica che mi capita di sentire anche qua al rifugio soprattutto perché questo luogo ha una posizione centrale e perché dà l’idea di sentirsi in alta quota".

 

La sua storia da rifugista è iniziata così: "Sono un illustratore, un grafico. Lavoravo nel mondo della grafica per il sociale, ma non era sufficiente per campare. La mia prima esperienza da rifugista è cominciata, come volontario, al Rifugio del Montanaro nella Foresta del Teso, mi ero offerto come gestore invernale, era una semi gestione. Ti rendevi disponibile alcuni fine settimana invernali e tramite delle piccole offerte mettevi a disposizione gli spazi del rifugio, le brande e i fornelli. Mi era piaciuto molto!"

 

Ci confessa che in questi vent’anni la vita al rifugio "alla fine non è cambiata più di tanto", non si sentono cambiati loro, "anche quello che è attorno a noi non è cambiato tantissimo, è cambiato un poco". "Avendo fatto una scelta precisa che era basata su una certa etica, sin dall’inizio, la gestione è cambiata ben poco, quelli eravamo e quelli siamo rimasti. La nostra etica è: cercare di essere più un rifugio alpino che un altro tipo di locale, e di mantenere questa visione nella gestione, non per limitare e selezionare le persone che possono usufruire del rifugio, ma per essere fedeli a noi stessi. Abbiamo sempre cercato di mantenere questa visione: mai motoslitte, gatti delle nevi o fuoristrada per portare in rifugio turisti che potrebbero salire con le proprie gambe. Anche la cucina è sempre rimasta quella".

 

Il cambiamento più grande, probabilmente, è la seggiovia in fase di realizzazione e che dovrebbe andare anche d’estate, ma rimane comunque una domanda aperta: "Questa seggiovia ci dovrebbe favorire" dice "però va nel verso della nostra etica di gestione? Non lo so, lo capiremo una volta che saranno ultimati i lavori e che l’impianto entrerà in funzione. Che gente porterà questo impianto? Quelli che vengono con le ciabattine e che si espongono inutilmente al rischio? È tutto un po’ un punto interrogativo".

 

Proprio la costruzione di questo nuovo impianto sposta la discussione sul rapporto tra sci e ambiente montano: "Con gli impianti non va sempre tutto liscio, quando si cerca di far convivere un’area protetta con una attività sportiva così aggressiva come lo sci, spesso è molto difficile. Dall’altra parte però amo lo sci, amo la neve, i miei figli sono campioni olimpionici, abbiamo quindi anche una certa sensibilità nei confronti del bisogno di certe strutture per questo sport". Afferma infine: "Insomma, non sono contrario agli impianti, sono però contrario alle cose fatte male".

 

Un’ulteriore novità di questi mesi, che ha toccato la vita del rifugio e di Antonio Tabanelli e la sua famiglia, è certamente la partecipazione di Flora e Miro Tabanelli, figli di Antonio e Lucia, all’Olimpiade invernale di Cortina, anche se, pure in questo caso, ci tiene ad affermare che tutto continua come prima: "Come non siamo cambiati noi perché siamo fatti così, a me sembra normale che siano stati alle Olimpiadi. È quasi una conseguenza che abbiamo creato proprio a partire dalle nostre vite. Se viene qualcuno, qua al rifugio, e ci chiede di loro, siamo contentissimi di raccontare, ma sempre con molta modestia. Sì, l’Olimpiade invernale in parte è stata una cassa di risonanza, ma non è cambiata molto la gestione e la vita del rifugio, viviamo tutto con molta umiltà. Della medaglia di Flora (bronzo all’olimpiade di Cortina nel freestyle) e delle ottime prestazioni di Miro (sempre nel freestyle) siamo orgogliosi, ma non è che abbiamo fatto i festoni qui in rifugio, gli abbiamo giusto dedicato una parte con alcune foto".

la rubrica
Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

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