Le foreste vetuste più antiche d'Europa si trovano in luoghi sperduti, al confine tra gli imperi, dove mai si sviluppò la civiltà. Scopriamole con il professore Renzo Motta

Di recente, al professor Motta è stato conferito un riconoscimento di valore dalla Facoltà di Silvicoltura dell'Università di Banja Luka, capoluogo della Repubblica serba di Bosnia. Qui, durante la guerra, nacque la seconda facoltà di scienze forestali del Paese. Oggi ripercorriamo le tracce della sua carriera ultraventennale, tra le foreste più antiche del continente e due comunità accademiche divise improvvisamente da un odio mai riparato

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"L’inizio della storia risale al luglio 1992. Prima della guerra jugoslava, in Bosnia-Erzegovina esisteva un’unica Facoltà di Scienze Forestali, quella di Sarajevo. Con l’inizio del conflitto si crearono le divisioni tra serbi, musulmani e croati, fino a che, a un certo punto, l’Università di Sarajevo si trovò sulla linea del fronte e le attività vennero sospese. Quando si trattò di riprenderle, i serbi, nel corso di una notte, portarono via tutto ciò che potevano. Si spostarono prima a Sokolac e Lukavica, due località vicine a Sarajevo, e poi a Banja Luka. Qui, pochi mesi dopo, con il sostegno dell’allora Jugoslavia, oggi Serbia, fondarono una nuova Facoltà di Scienze Forestali. Erano persone che avevano lavorato insieme ai colleghi di Sarajevo per anni, se non decenni, e che improvvisamente se ne andarono odiandosi reciprocamente".
Guerra civile e ricerca scientifica; storie di popoli in conflitto nei secoli e foreste vergini mai tagliate da mano umana: siamo in Bosnia-Erzegovina, e questi aspetti fanno inevitabilmente parte di un’unica storia. A raccontarcela è il professor Renzo Motta, ordinario all’Università degli Studi di Torino presso il Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali ed Alimentari, presidente della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale e co-fondatore della Fondazione AlberItalia.
Il 17 giugno scorso, al professor Motta è stato conferito un riconoscimento di valore dalla Facoltà di Silvicoltura dell'Università di Banja Luka, capoluogo della Repubblica serba di Bosnia (una delle due entità che oggi compongono lo Stato). La motivazione dietro questo riconoscimento è l’impegno del professor Motta nel potenziamento della cooperazione internazionale, nella promozione delle risorse naturali e nell'impegno in attività accademiche e professionali.

In oltre venticinque anni di lavoro in Bosnia-Erzegovina, Motta ha sviluppato collaborazioni multidisciplinari con i colleghi di Banja Luka, pubblicando più di 20 contributi scientifici ed esplorando e raccontando una parte significativa delle foreste dinariche bosniache.
Parliamo delle foreste vetuste meglio conservate d’Europa, mai sfruttate dall’uomo in nessuna epoca storica: oggi, il loro studio è incredibilmente prezioso per la corretta gestione di boschi così diversi, come quelli iper-antropizzati della nostra penisola, e per la valutazione dell’impatto dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi forestali.
"Essenzialmente, ho tenuto fede allo statuto della mia missione in Bosnia-Erzegovina: condurre ricerche attendibili in posti bellissimi, considerando prospettive culturali e sociali su argomenti intriganti e stimolanti", afferma Motta in seguito alla premiazione. "Apprezzo davvero il riconoscimento dei miei colleghi dell'Università di Banja Luka".
Al termine della conferenza - aggiungeva - si sarebbero recati nella foresta di Perušica, nel Parco Nazionale di Sutjeska, per re-misurare uno dei loro siti di lavoro permanenti, per continuare questa collaborazione e, se possibile, migliorare ulteriormente le intenzioni della missione.

Per comprendere a fondo l’importanza del suo lavoro, però, non si può trascurare la storia della guerra in Bosnia e dei suoi strascichi, che fa da sfondo a dei tentativi di collaborazione scientifica e umanitaria riusciti solo in parte.
Il professor Motta è arrivato a studiare le foreste delle Alpi Dinariche, in un contesto ancora profondamente turbato dal conflitto che ha sconvolto i Balcani negli Anni Novanta. Per saperne di più, lo abbiamo interpellato personalmente.

Come ha iniziato a lavorare tra le foreste vetuste bosniache?
Alla fine della guerra, un professore di Sarajevo, Midhat Uščuplić, contattò quello che ancora oggi considero il mio mentore, nonostante abbia novant’anni: il professor Pietro Piussi, di Firenze. Gli raccontò la situazione e insieme iniziammo a ragionare su possibili forme di collaborazione. In quel periodo organizzammo anche diverse iniziative di sostegno. Piussi contattò una storica Ong di Padova, i Beati Costruttori di Pace; coinvolgemmo alcune regioni e promuovemmo raccolte fondi tra i nostri studenti per aiutare soprattutto l’Università di Sarajevo a riprendersi dopo la guerra.
Midhat Uščuplić era una persona che guardava già avanti. In uno dei nostri primi incontri mi disse: "Abbiamo lavorato insieme per decenni, poi ci siamo sparati addosso. Adesso però la guerra è finita e dobbiamo ripartire".
Da quell’idea nacquero diversi progetti: alcuni riguardavano la castanicoltura, altri lo scambio di studenti. Diversi studenti di Sarajevo vennero a Firenze e a Torino, dove li ospitammo per alcuni mesi. Tra i progetti ce n’era uno particolarmente ambizioso: utilizzare le foreste vergini della Bosnia-Erzegovina (oggi le chiameremmo foreste vetuste), alcune situate nella parte serba, la Repubblica serba di Bosnia (Repubblica Srpska), e altre nella parte che sarebbe poi diventata la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, come terreno di collaborazione tra ricercatori delle università di Sarajevo e Banja Luka.
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Siete riusciti in questo intento? Quali sono oggi i rapporti tra il mondo accademico delle due entità della Bosnia?
Da questo punto di vista il progetto è completamente fallito. Dopo venticinque anni di frequenti viaggi in Bosnia e circa trentacinque anni dalla fine della guerra, la situazione tra quelle che vengono chiamate le due ‘entità’ della Bosnia è sostanzialmente identica a quella del giorno successivo alla fine del conflitto. Ci sono persone da una parte che non vogliono parlare con quelle dell’altra, e viceversa. Non si possono obbligare le persone a collaborare. La settimana scorsa, per esempio, abbiamo avuto un meeting a Banja Luka. Erano stati invitati anche i colleghi di Sarajevo, ma non sono venuti.
In tutti questi anni ho mantenuto separatamente i rapporti con entrambe le parti. All’inizio i contatti erano molto più sviluppati con Sarajevo, proprio per le ragioni che raccontavo: il sostegno nel dopoguerra, i progetti, il materiale portato sul posto. Poi però le cose sono cambiate.
A un certo punto, l’Università di Sarajevo si è un po’ radicalizzata ed è diventato difficile mantenere relazioni continuative. I contatti sono rimasti sporadici: ancora due o tre anni fa sono stato a Sarajevo, ma la collaborazione non è mai davvero decollata.
Con l’Università di Banja Luka, invece, la collaborazione non si è mai interrotta. Anzi, si è consolidata nel tempo. Quasi ogni anno, esclusi quelli della pandemia, siamo andati una o due volte a Banja Luka e nelle foreste della parte serba della Bosnia, che tra l’altro sono le più belle.
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Di quali foreste stiamo parlando nello specifico? Perché sono così preziose?
Le foreste della Bosnia, in particolare quelle delle Alpi Dinariche, sono tra le foreste più belle e meglio conservate d’Europa. In Italia non esiste praticamente un metro quadrato di foresta che, nel corso della storia, non sia stato pascolato, utilizzato o modificato direttamente o indirettamente dall’uomo. Nelle Alpi Dinariche esistono invece ancora aree che probabilmente assomigliano molto alle foreste originarie presenti mille, duemila o tremila anni fa. Quelle stesse foreste esistevano anche in Italia, ma oggi non ci sono più.
Oggi, ci occupiamo di quattro aree di studio particolari: tre in Bosnia-Erzegovina e una in Montenegro, aggiunta successivamente.
Due di queste si trovano all’interno di parchi nazionali: Biogradska Gora, in Montenegro, e Peručica, in Bosnia-Erzegovina, il parco nazionale più importante del Paese. Le altre due sono riserve forestali, una di esse è anche riconosciuta dall’Unesco. Il livello di protezione è quindi molto elevato: sebbene si trovino in aree dove si pratichi una gestione forestale attiva, le foreste vetuste godono di una tutela molto rigorosa.

Per quali ragioni certe zone si sono conservate così integre?
Dal punto di vista geografico, si tratta di territori estremamente difficili da raggiungere. Sono vallate interne dell’Europa centrale caratterizzate da un’orografia molto complessa. Di conseguenza alle caratteristiche geografiche, poi, vengono anche ragioni storiche.
Mentre l’Italia veniva attraversata da Romani, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli e molti altri popoli, la Bosnia – sebbene ci siano stati passaggi storici importanti - è sempre stata molto più difficile da controllare. Ecco perché, in questi luoghi, non si sono potute sviluppare grandi civiltà.
Un altro elemento fondamentale è che queste aree hanno rappresentato per secoli una zona di confine tra l’Impero asburgico e quello ottomano. L’Austria non ha mai avuto un controllo pieno e prolungato su questi territori. Dal punto di vista forestale questo è molto importante, perché furono proprio austriaci e tedeschi che, a partire dall’Ottocento, nelle aree sotto il loro controllo tagliarono gran parte delle foreste originarie e le sostituirono con impianti di abete rosso o di altre specie più funzionali alle esigenze economiche del tempo. L’Impero ottomano, invece, non possedeva la stessa organizzazione amministrativa né il medesimo interesse verso la gestione forestale. Aveva una cultura e un sistema diversi.
Nel 1878, quando la Bosnia passò sotto amministrazione austro-ungarica, gli austriaci ebbero soltanto il tempo di costruire alcune infrastrutture e avviare una gestione forestale preliminare. Poi scoppiò la Prima guerra mondiale.
Fortunatamente, non ebbero il tempo di applicare alle foreste delle Alpi Dinariche gli stessi criteri di gestione utilizzati in Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Germania, Austria o nel Nord-Est italiano.
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In che modo le foreste dinariche possono insegnarci a gestire le nostre?
In realtà non sono così diverse dalle nostre. Si trovano in una catena montuosa dell’Europa meridionale e presentano specie molto simili a quelle delle foreste appenniniche e delle Alpi orientali: abete rosso, faggio e abete bianco.
La loro importanza deriva dal fatto che noi non possediamo più foreste di quel tipo. Per questo negli ultimi decenni sono diventate un riferimento fondamentale sia per la gestione sostenibile delle foreste coltivate sia per lo studio degli effetti del cambiamento climatico.
Se vogliamo studiare il cambiamento climatico nelle nostre foreste, dobbiamo sempre fare i conti con il "rumore" prodotto dall’intervento umano. Le foreste italiane sono state modificate per secoli o millenni. In alcuni casi si tratta addirittura di ecosistemi che in natura proprio non esisterebbero, come i castagneti.
Nelle foreste vetuste delle Alpi Dinariche possiamo invece osservare ecosistemi che si sviluppano senza l’intervento umano e che rappresentano quindi un riferimento originale.
Pensiamo alle politiche di ripristino ecologico. La Restoration Law europea ci chiede di recuperare ecosistemi degradati o fortemente antropizzati. Ma per restaurare qualcosa occorre sapere a cosa dovrebbe assomigliare. Le foreste vetuste rappresentano proprio questi ecosistemi di riferimento.
Per questo sono diventate estremamente preziose. Anche l’Unione Europea, nella Strategia per la Biodiversità 2030 e nella Strategia Forestale 2030, ha individuato tra gli obiettivi prioritari la conservazione delle ultime foreste vetuste europee.

A questo proposito, non è forse meglio "lasciar fare alla natura" e farci da parte? Abbandonare ogni intervento affinché la vegetazione spontanea si riprenda i suoi spazi?
Se abbiamo una foresta vergine, che da secoli o millenni segue le proprie dinamiche naturali, non ha bisogno del nostro aiuto. Il bosco esiste perfettamente anche senza di noi.
Diverso è il caso delle foreste create o profondamente modificate dall’uomo. In Piemonte, per esempio, abbiamo circa 200.000 ettari di robinieti, pari a circa un quinto delle foreste regionali. Anche il castagneto, come lo conosciamo oggi, non è un ecosistema naturale.
Abbiamo eliminato le foreste originarie e favorito il castagno. Se oggi smettessimo semplicemente di gestire questi boschi, non assisteremmo automaticamente a una rinaturalizzazione. Avremmo piuttosto un progressivo invecchiamento del castagneto, con accumulo di biomassa e aumento del rischio di incendi.
Bisogna quindi distinguere tra foreste che possiedono ancora le caratteristiche necessarie per mantenere le proprie dinamiche naturali e foreste che sono state profondamente alterate dall’uomo.
Per queste ultime occorre valutare caso per caso. In alcuni contesti l’abbandono può innescare processi positivi; in altri può favorire il dissesto idrogeologico, gli incendi o la perdita di servizi ecosistemici.
Per questo non si può generalizzare dicendo che la foresta abbia bisogno dell’uomo. La foresta, in quanto tale, non ne ha bisogno. Ma una foresta artificiale abbandonata non diventa automaticamente una foresta naturale: resta una foresta artificiale abbandonata, che è una cosa molto diversa.












