Siccità: non siamo ancora ai livelli del 2022, ma il 2026 segue una traiettoria diversa. Serve ripensare la gestione dell'acqua

Dopo la siccità del 2022, l'anno in cui il mare ha risalito il Po per oltre quaranta chilometri e i ghiacciai hanno registrato un record negativo di fusione annuale, ogni estate torna lo spettro di una nuova crisi idrica con cui fare i conti. La risposta, secondo i dati dell'Osservatorio Nazionale sulla Siccità del CNR, ci mette davanti a uno scenario complesso. Ne parliamo con la dottoressa Ramona Magno

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Dopo la siccità del 2022, l'anno in cui il mare ha risalito il Po per oltre quaranta chilometri e i ghiacciai hanno registrato un record negativo di fusione annuale, ogni estate torna lo spettro di una nuova crisi idrica con cui fare i conti. La risposta, secondo i dati dell'Osservatorio Nazionale sulla Siccità del CNR, è più complessa di un semplice sì o no: non siamo ancora ai livelli del 2022, ma il 2026 corre su una traiettoria diversa, fatta di temperature più alte e di una neve che non fa più da riserva lenta, ma defluisce a valle con mesi d'anticipo. La dottoressa Ramona Magno, ricercatrice CNR tra le voci più autorevoli dell'Osservatorio, ha risposto al alcune domande sullo stato attuale delle nostre riserve idriche e su come agire a livello sistemico per contrastare una siccità che sta diventando sempre più cronica nel nostro paese.
Dottoressa Magno, molti osservatori temono che stiamo rivivendo dinamiche simili alla grande crisi del 2022, con inverni caldi, scarsità di neve in quota e scioglimenti anticipati. Dai dati dell'Osservatorio sulla Siccità, qual è lo stato di salute attuale del nostro territorio, e quanto pesa la "memoria" idrica degli anni passati sulle crisi attuali?
Partiamo dal confronto con il 2022: non siamo ancora ai livelli di allora, anche perché la tipologia di siccità è un po' diversa. Se guardiamo le temperature superficiali, quelle al suolo sono leggermente più alte. Parlando di anomalie termiche, calcolate rispetto ai valori medi del trentennio 1991-2020, già a colpo d'occhio le mappe mostrano come il 2026 sia generalmente più caldo del 2022 e questo è già un indizio di quello che può accadere all'acqua in termini di evapotraspirazione (l'evaporazione dalle superfici libere e dal suolo più la traspirazione delle piante). Più fa caldo, più il fenomeno si accentua rispetto al 2022.
Per le piogge, l'SPI (l'indice che misura quanto è piovuto) ci dice che anche su questo fronte la siccità del 2022 era più severa, perché era iniziata prima. Quattro anni fa l'apporto delle piogge tra autunno e primavera era molto sotto la media; quest'anno invece ottobre, novembre e dicembre sono stati particolarmente secchi, gennaio-febbraio-marzo nella media (o leggermente sopra), per poi tornare più secchi tra aprile, maggio e giugno. Analizzando i cumulati dei 12/24 mesi precedenti la differenza è abbastanza evidente: la siccità del 2022 era legata a un deficit di piogge già iniziato nel 2021, molto più marcato rispetto all’attuale. Possiamo dire che nella seconda metà di giugno c'è stato un calo delle piogge, e che il susseguirsi delle ondate di calore sta creando problemi crescenti per le risorse idriche superficiali.
Sappiamo davvero con precisione quanta acqua abbiamo, dove si trova e come viene consumata in tempo reale nel nostro Paese? O la frammentazione dei dati tra regioni, consorzi e autorità di bacino rappresenta ancora un ostacolo per una prevenzione efficace?
A livello di gestione, la parte dell'acqua potabile è relativamente semplice da monitorare: chi la eroga sa esattamente quanta ce n'è. Il settore agricolo è molto più complesso e dipende dalle regioni. Ci sono consorzi irrigui che decidono a chi e quanto distribuire; dove esistono grandi invasi sappiamo che percentuale va ai diversi usi, mentre in altri contesti mancano organizzazioni che gestiscano l'uso agricolo, e sono gli stessi agricoltori a decidere quanta acqua consumare.
In Italia ci sono sette grandi autorità di bacino, al cui interno operano osservatori sugli utilizzi idrici. Dopo la crisi del 2022 il loro ruolo si è rafforzato: oggi è l'autorità di bacino a convocare, a seconda della situazione, protezione civile, autorità locali, ARPA, comuni, regioni, CNR, gestori idrici e altri enti. Insieme forniscono i dati per costruire un'analisi della situazione e un bilancio idrico, mettendo in relazione la parte meteo-climatica (falde, laghi e così via) con quella degli usi. Al termine del bilancio e della valutazione viene dichiarato uno stato di criticità (assente, moderata, media, alta): i primi di luglio, per esempio, si è tenuta una riunione sul bacino del Po. Da lì scattano i provvedimenti a cascata: le priorità, l'eventuale riduzione della fornitura all'agricoltura, la gestione delle controversie tra regioni, le questioni legate al cuneo salino, gli usi industriali e così via.
Per l'agricoltura, dal 2022 è in vigore il cosiddetto "Decreto siccità" (entrato in vigore il 13 giugno 2023), che introduce misure pensate non per gestire le emergenze ma per affiancarle in un'ottica di medio-lungo periodo. Prima di tutto è necessario rafforzare il bilancio idrico rendendolo il più completo possibile: omogeneizzare i dati e capire quanto viene effettivamente prelevato. Poi si interviene sulla parte infrastrutturale: sui grandi invasi già completati ma mai messi in funzione, o privi delle autorizzazioni necessarie; recuperare i volumi già disponibili attraverso lo sghiaiamento; ridurre le perdite della rete, non solo di quella potabile. Su questo fronte si è andati avanti con il Piano nazionale di interventi nel settore idrico, che punta a una gestione integrata dell'intero percorso dell'acqua, dalla sorgente alla distribuzione, con un elenco di progetti previsti fino al 2030.
Anche il PNRR ha dato un contributo importante. La parte di più difficile gestione resta quella agricola, perché richiede un cambio di mentalità sul tipo di irrigazione: il modello attuale si è sviluppato in un'epoca e in territori ricchi d'acqua, con grandi canalizzazioni realizzate in pianura. Oggi non possiamo più contare solo su quel tipo di irrigazione: bisogna ottimizzarla, e non possiamo continuare a fare agricoltura con colture molto idrovore come mais, riso e soia.
I bollettini dell'Osservatorio ci permettono di monitorare anche il fiume Po. Come sta oggi il fiume e che ripercussioni ci sono in pianura?
Da aprile ad oggi gli eventi di pioggia più intensi si sono susseguiti, ma l'andamento generale del fiume Po è in discesa: abbiamo perso 100 metri cubi al secondo di portata in poche settimane, scendendo sotto la soglia dei 450 m³/s, al di sotto della quale il cuneo salino risale nel delta, anche in falda. È un fenomeno che si verifica ogni estate, ma in condizioni di siccità è molto più marcato: l'acqua dolce, sotto i 450 m³/s, non riesce più a contrastare la spinta del mare, che risale. Nell'agosto 2022 il cuneo salino era arrivato a oltre 40 km dalla foce; oggi siamo intorno ai 20 km. Guardando i valori di portata a Pontelagoscuro, al 1° luglio 2026 siamo tra siccità moderata e severa, mentre a giugno 2022 i valori erano molto peggiori: quella crisi restava nettamente più grave.
Oggi si parla sempre più di flash droughts, le cosiddette "siccità lampo", accanto ai fenomeni di siccità cronica. Ci spiega cosa sono, e perché le ondate di calore improvvise stanno mettendo in crisi i vecchi modelli di previsione, specialmente negli ecosistemi fragili di montagna?
Si tratta di un momento in cui, a fronte di precipitazioni ridotte, arriva una componente termica molto forte in tempi brevi. Il primo settore a soffrirne è quello agricolo: l'evapotraspirazione aumenta, il suolo si secca e serve più irrigazione. Di conseguenza si preleva più acqua dalle falde o dalle sorgenti superficiali. Si crea così uno squilibrio tra l'acqua che utilizziamo e quella che riusciamo ad accumulare. Quest'anno, ad esempio, gli usi agricoli sono stati anticipati rispetto al solito a causa delle ondate di calore. L'aumento delle temperature fa crescere l'evapotraspirazione, e fenomeni più intensi ed estremi comportano anche una maggiore evaporazione, con più condensazione e formazione di nubi: quando arriva la pioggia, tende a farlo in modo più violento. Negli ultimi anni abbiamo osservato un aumento della frequenza di questi eventi, circa ogni cinque anni si verifica una siccità che dura almeno un paio d'anni, e non è detto che, tra un episodio e l'altro, il recupero sia completo: spesso resta parziale, e lo squilibrio tra usi e accumuli continua ad allargarsi.
Di fronte alla scarsità idrica, la politica invoca ciclicamente la costruzione di grandi invasi artificiali e i cosiddetti "piani laghetti". Guardando ai dati scientifici sull'innalzamento delle temperature e sull'evaporazione degli specchi d'acqua liberi, la strategia di accumulare acqua in grandi infrastrutture aperte è ancora valida, o rischia di essere una soluzione vecchia che non fa i conti con il clima del futuro?
Chi punta su un'unica soluzione, in realtà, sbaglia: un problema così vasto non si risolve con un solo intervento, va sempre contestualizzato rispetto al territorio, alla tipologia di siccità e alle possibilità concrete. Un grande invaso può aiutare, ma dovrebbe essere inserito in una rete di più invasi collegati tra loro, come già accade in alcune realtà del Sud. I laghetti sono un discorso diverso: possono funzionare bene in caso di siccità brevi, ma se la crisi si prolunga, come nel 2022, tutto dipende da come e dove vengono realizzati e a cosa servono. Se pensati per l'inverno, non impermeabilizzati e che permettano di alimentare la falda, possono essere utili, ma non bastano da soli ad affrontare una crisi idrica.
Prima di costruire nuovi grandi invasi bisognerebbe ottimizzare quello che già abbiamo, per poi affiancarlo con altre soluzioni. Sul Po, ad esempio, è in corso un progetto di rinaturalizzazione del fiume: servono corsi d'acqua con le loro anse naturali, che mantengano un margine di naturalità, insieme a casse di espansione che aiutano a ricaricare le falde. Sono tutte soluzioni da mettere in campo insieme, mettendo a fattor comune le conoscenze per affrontare il problema con soluzioni che non possono essere fisse nel tempo: anche il grande invaso, da solo, tra qualche decennio potrebbe non bastare più.












