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Ambiente | 11 luglio 2026 | 06:00

Restrizioni all'accesso di alcune aree montane per tutelarne l'ambiente: il 65,7% dei soci Cai le accetterebbe, ma a determinate condizioni

Il sovraffollamento di alcune specifiche zone montane è un fenomeno che sembra crescere assieme alla popolarità del turismo naturalistico. Serve limitare maggiormente l'accesso di queste aree al fine di tutelarne il valore ambientale? Una recente ricerca intitolata "Tu non puoi passere!" ha indagato il parere dei soci del Club Alpino Italiano intervistando 3000 tesserati

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

I territori montani sembrano muoversi a due velocità. Se da un lato, a causa di una serie di problematiche economiche e sociali, vanno incontro allo spopolamento; dall'altro – in alcune specifiche zone e in diversi periodi dell’anno – presentano situazioni di sovraffollamento, alimentate anche dalla crescente popolarità del turismo naturalistico.

 

Proprio sulle ripercussioni provocate da una frequentazione eccessiva di determinati siti e sull’accettazione di eventuali provvedimenti finalizzati a gestire questo fenomeno si è concentrata una recente ricerca intitolata Tu non puoi passare!, a cura del ricercatore Giacomo Pagot e dalla professoressa Paola Gatto del dipartimento Tesaf dell'Università di Padova, e del ricercatore Gianluca Grilli dell'Università di Trento.

 

Il sovraffollamento, evidenzia lo studio, può essere una minaccia per i valori paesaggistici e per la biodiversità, causando l'erosione del suolo, disturbando la fauna selvatica, provocando inquinamento acustico. Quando viene superata la capacità di carico di un territorio, si corre il rischio di compromettere l’integrità naturale del territorio stesso che "paradossalmente è proprio ciò che i turisti spesso ricercano".

 

Un’eccessiva concentrazione turistica può inoltre incidere negativamente sul valore esperienziale della visita e impattare sulla qualità della vita delle comunità locali.

 

Ecco allora che la ricerca si concentra sulle misure di gestione dei flussi turistici – volte a limitare l’accesso di alcune aree al fine di prevenire danni irreversibili su ecosistemi naturali, residenti e turisti stessi – e, soprattutto, sull’accettazione sociale delle limitazioni.

 

Lo studio, interessato a indagare i rilievi italiani, ha preso a campione quasi 3000 soci del Club Alpino Italiano. Di questi, si legge nell’articolo scientifico, "il 65,7% degli intervistati ha dichiarato la propria disponibilità ad accettare misure restrittive per l'accesso a luoghi specifici a fini di tutela ambientale. Il 18,7% si è rifiutato di accettare la restrizione, mentre il 15,6% ha risposto ‘Non so’".

 

Ma oltre alla protezione ambientale, che è stata indicata come la principale motivazione da 1032 intervistati, la ricerca informa che sono stati identificati altri tre importanti motivi di accettazione delle restrizioni: "(i) la generale mancanza di preparazione di chi pratica attività ricreative, (ii) la protezione dell'esperienza in montagna dal disturbo della folla e (iii) la garanzia della sicurezza dei frequentatori delle attività ricreative".

 

La maggior parte dei soci favorevoli alle misure di contingentamento ha inoltre segnalato una preferenza per le opzioni "gratuite" che prevedono la prenotazione dell'escursione presso il sito di interesse. L’accettazione, viene infine specificato, "è influenzata da fattori quali il luogo di residenza, il livello di istruzione e formazione, la frequenza di visita e le tipologie di attività praticate".

 

Per chi invece si è dichiarato contrario alle restrizioni, "la ragione principale dell'opposizione era il concetto di montagna come bene comune a cui tutti dovrebbero avere accesso". Un'altra motivazione citata di frequente dagli intervistati era "che l'educazione dovrebbe venire prima delle restrizioni".

 

A cosa si deve un consenso così ampio sull’accettazione delle restrizioni? Gli autori dello studio riflettono che una possibile spiegazione si può incontrare nella tipologia delle persone coinvolte. I tesserati CAI sono generalmente sensibili alle tematiche ambientali e, per questo motivo, è ragionevole pensare che possano dare più importanza alla protezione che alle attività ricreative. Non è tuttavia un risultato da dare per scontato, soprattutto se consideriamo che molti cittadini salgono in montagna spinti dal mito della natura selvaggia e, giocoforza, non vedono di buon occhio eventuali restrizioni all'accesso e all'uso delle aree naturali.

 

In ogni caso, riflettono i ricercatori, qualsiasi decisione relativa alla limitazione dell’accesso "dovrebbe essere attentamente ponderata e attuata gradualmente. (…) Le misure restrittive dirette dovrebbero essere utilizzate come ultima risorsa per prevenire il degrado ambientale, mentre l'educazione e altre misure indirette potrebbero essere da preferire in prima istanza".

 

"Le ricerche future", si legge nella conclusione dello studio, "dovrebbero concentrarsi sugli escursionisti di montagna non iscritti all'associazione". Sarebbe anche interessante, aggiungiamo noi, sondare il parere delle comunità montane che, se da un lato possono beneficiare dei proventi generati dal turismo, dall’altro – nel momento in cui viene a mancare un’adeguata gestione dei flussi – rischiano di soccombere sotto il peso dei grandi numeri.

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