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Belluno
13 luglio | 15:33

Pecore sbranate dai lupi, gli allevatori (che chiedono l'abbattimento): “Da 100 siamo rimasti in 50. Siamo hobbisti impossibile avere tutti i cani e i recinti elettrificati"

Dopo il nostro articolo sulla richiesta di abbattimento di due lupi avanzata in Regione dalla cooperativa Fardjma dell’Alpago, il presidente Tona Zaccaria ha chiarito le motivazioni. L’allevatore ci spiega le conseguenze delle predazioni e perché, secondo lui, andrebbero abbattuti gli esemplari ritenuti più pericolosi

ALPAGO. “Noi allevatori siamo dalla parte della biodiversità, perché tutti gli animali devono vivere sul pianeta. Però i grandi carnivori vanno gestiti: non siamo in Alaska o in Siberia, dove la gente è poca e i territori sterminati, per cui i predatori possono girare come vogliono. Viviamo in zone antropizzate e siamo perlopiù piccoli allevatori con altri lavori: fa quindi male quando sento prendere posizioni nette dal divano di casa”. A parlare è Tona Zaccaria, presidente della cooperativa Fardjma che raggruppa circa 30 allevatori di agnello d’Alpago. Dopo il nostro articolo sulla richiesta di abbattimento avanzata alla Regione (qui), ne abbiamo approfondito con lui le motivazioni. Un mese fa, Tona ha infatti inviato una pec in Regione chiedendo supporto e contatti cui rivolgersi per intervenire a fronte delle predazioni. Non avendo ricevuto risposta, qualche giorno fa ha spedito un’ulteriore lettera per chiedere l’abbattimento di due esemplari ritenuti problematici.

 

“Il problema non percepito - spiega - è che negli ultimi cinque anni gli allevatori totali si sono dimezzati, da 100 a circa 50. Ad allevare queste pecore sono perlopiù hobbisti con altre attività, e dei 30 della cooperativa solo 3 sono imprenditori che si possono organizzare con reti, cani, droni e la presenza in loco. Per gli altri è difficile, ma se spariscono loro sparisce la pecora d’Alpago, razza protetta dall’Unione europea da trent’anni”.

 

Si tratta di una delle razze autoctone venete cui Tona fa riferimento per sottolineare il rischio comune legato alla presenza del lupo, cioè la pecora Brogna della Lessinia, la pecora di Foza e la pecora Lamon. “Prendiamo l’esempio del parco di Yellowstone: è grande come l’Umbria - specifica - e sono censiti circa 150-160 lupi (secondo le stime dell’International Wolf Center, a fine 2025 sono calati a 84 in 8 branchi, ndr). Se faccio la proporzione con il territorio, oltretutto antropizzato, dell’Alpago di circa 170 kmq, dovrebbero esserci 1,3 lupi in tutto”.

 

C’è una stima ufficiale? “Ad oggi no - risponde - nonostante la chiediamo da anni, ma sicuramente superano i 50. Una lupa fa almeno una cucciolata l’anno, dai due agli otto cuccioli. Facendo una media di 4-5 cucciolate in 5-6 anni, si capisce quanti possono essere”. Rimangono però dati non ufficiali: mancano censimenti precisi, come già denunciato da Cia Belluno lo scorso anno (qui l’articolo). “A noi è stato riferito - prosegue Tona - che secondo Ispra gli animali problematici possono essere abbattuti, con o senza il consenso dell'istituto. Sono cioè le Regioni a dover decidere, da qui la nostra richiesta”.

 

Intanto, nel frattempo, secondo la cooperativa le conseguenze sono evidenti. “In cinque anni - denuncia - la mattanza ha superato le 800 pecore su una comunità di 3.000. Oggi ne restano circa 2.500 perché ne abbiamo recuperate, ma per ripristinare una fattrice ci vogliono minimo 18 mesi quindi i tempi sono lunghi”.

 

La rabbia e l’impotenza comunque traspaiono. “Non si può semplicemente dire che non siamo organizzati. Bisogna tenere conto - aggiunge Tona - che la maggior parte di noi non sono imprenditori: al primo attacco chiudiamo perché, quando passa, il lupo fa fuori 10-15 pecore e mediamente un hobbista ne ha dalle cinque alle venticinque”.

 

Altra conseguenza è poi la mancata manutenzione del territorio. Tre anni fa, con l’Università di Padova la cooperativa ha censito le particelle di terreno tenute pulite dai pastori (erano 1.400), appezzamenti impervi dove i macchinari non arrivano. “Sono i nostri animali a pulirli - prosegue - e vi sono convogliati giornalmente. Il lupo c’è sempre, ma quando ci sono uomini e pastori non provoca danni. Il problema si presenta con chi non può presidiare tutto il tempo. Non si può quindi dire ‘non siete organizzati, problemi vostri’ perché non è così semplice”.

 

“Gli imprenditori - aggiunge - hanno oltre 10 cani a testa, ma non sono facili da gestire e hanno costi di mantenimento elevati. A ciò si aggiunge la difficoltà di spostare le reti su pendii scivolosi: da qui la richiesta, anche a nome anche delle altre razze che sono in via di estinzione e di questo passo scompariranno”.

 

Non solo. Tona aggiunge le conseguenze invisibili ai non addetti. “Le predazioni - specifica - portano problemi anche alle pecore che sopravvivono legati allo stress, perché non si muovono né mangiano per due giorni, la fecondazione si è ridotta dal 95% al 65% e le femmine perdono il latte dopo tre giorni dal parto. Dobbiamo quindi collaborare tra allevatori e Regione. Lavorare qui 7 giorni su 7 è un'altra vita, non si può dire che siamo ignoranti perché non sappiamo come proteggere le pecore, perché i piccoli allevatori non sopravvivono solo di questo eppure la razza va mantenuta. Ha oltre 1.200 anni di storia ma, se continua così, in 10 anni sparirà e con essa il servizio reso al territorio”.

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