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Ambiente | 07 luglio 2026 | 06:00

La mia professione mi porta a convivere con decine e decine di morsi da zecca all'anno. Ma è sempre stato così?

Negli ultimi decenni la presenza di questi parassiti è letteralmente esplosa: in che modo si tutela chi lavora in questi contesti quotidianamente? La testimonianza di una dottoressa forestale del Trentino

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

​Chi non ambirebbe a camminare tra le fustaie monumentali del Trentino, respirare l'odore del muschio all'alba e perdersi con lo sguardo tra le vette dolomitiche? Soprattutto poi in questa calda estate immergersi in un fresco e ombroso bosco è il sogno di tutti gli italiani. Per chi come me lavora nei boschi, la montagna non è solo un panorama da cartolina, ma un ufficio a cielo aperto dove effettuare rilievi in campo, la pianificazione e la stima del legname.

 

Eppure, dietro questo scenario idilliaco da copertina di una rivista patinata, si nascondono alcuni rischi: cadute, arrampicate, scavalcamento tronchi sono all'ordine del giorno, assieme ad attraversamenti di zone con rovi e ortiche. Insomma arrivare a sera con la pelle intatta è davvero un'utopia! Più facile che sui nostri corpi rimangano i segni di una corteccia troppo ruvida o un arbusto un po' troppo avvolgente!

 

Ma c'è anche un altro minuscolo, silenziosissimo e decisamente troppo affettuoso "rischio del mestiere": le zecche.

 

​Chi infatti immagina la professione forestale come una romantica e solitaria passeggiata farebbe bene a fare i conti con la realtà del sottobosco, poiché camminare su strade e sentieri è davvero spesso un miraggio. Ho quindi imparato presto a convivere con una statistica da brivido: decine e decine di morsi all'anno. Praticamente sono un buffet ambulante per questi aracnidi!

 

Vivere questa routine richiede una dose massiccia di ironia, una pazienza zen e una precisione chirurgica nell'uso delle pinzette a fine giornata, trasformando il controllo post-rilievo in una sorta di bizzarro rituale di decompressione serale. Altro che candele e incenso, a casa mia la sera prevalgono luci da inquisizione e disinfettante.

 

Ma perché tutto questo accanimento per le zecche? D'altronde ci rubano piccolissime porzioni di sangue. Il problema non è tanto la perdita di sangue ma il rischio di contrarre alcune malattie che, c'è da dirlo, involontariamente ci trasmettono le zecche.

 

​Ma quanto è alto, al di là del fastidio, questo rischio? Le zecche (in particolare la specie Ixodes ricinus) possono trasmettere patogeni non banali, tra cui il batterio della Malattia di Lyme e il virus della TBE (encefalite da zecca). Se per la Lyme la vigilanza medica e gli antibiotici tempestivi sono la chiave, per la TBE il vaccino rappresenta un vero e proprio salvavita professionale. 

 

Il rischio contrazione è concreto, soprattutto nel mio caso quando nel periodo primaverile arrivo a togliermi anche una decina di zecche al giorno.

 

Tuttavia nel tempo ho imparato a gestirlo senza panico: cerco di adottare un abbigliamento tecnico possibilmente chiaro, repellenti ad alta concentrazione e, soprattutto, una consapevolezza del corpo e un'attenta analisi e mappatura non solo dei boschi ma anche della mia pelle.

 

​La domanda che sorge spontanea, magari mentre ci si gratta distrattamente una caviglia, è: ma è sempre stato così? La risposta della scienza, supportata dall'esperienza sul campo, è un netto no. Negli ultimi decenni la presenza di questi parassiti è letteralmente esplosa.

 

I cambiamenti climatici, con inverni sempre più miti che non riescono a decimare le popolazioni svernanti, uniti all'aumento della fauna selvatica (caprioli e cervi in primis, che fungono da veri e propri "autobus" per le zecche) e all'abbandono di alcune aree rurali, hanno creato l'habitat perfetto per la loro proliferazione, spingendole anche a quote un tempo considerate "sicure": l'anno scorso ho trovato una zecca anche a 2200 metri di quota.

 

​Lavorare nei boschi trentini oggi significa quindi accettare il pacchetto completo: ombra e fresco sotto le chiome di faggi e abeti, ma anche sudore e fatica su pendii ripidi e accidentati. 

Certo, bisogna mettere in conto di dividere lo spazio con qualche ospite indesiderato di troppo, ma per chi ha la passione della foresta nel sangue, nessun piccolo autostoppista a otto zampe potrà mai rovinare una giornata fra larici, pecci e... qualche cespuglio in faccia!

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