La mia professione mi porta a convivere con decine e decine di morsi da zecca all'anno. Ma è sempre stato così?

Negli ultimi decenni la presenza di questi parassiti è letteralmente esplosa: in che modo si tutela chi lavora in questi contesti quotidianamente? La testimonianza di una dottoressa forestale del Trentino

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Chi non ambirebbe a camminare tra le fustaie monumentali del Trentino, respirare l'odore del muschio all'alba e perdersi con lo sguardo tra le vette dolomitiche? Soprattutto poi in questa calda estate immergersi in un fresco e ombroso bosco è il sogno di tutti gli italiani. Per chi come me lavora nei boschi, la montagna non è solo un panorama da cartolina, ma un ufficio a cielo aperto dove effettuare rilievi in campo, la pianificazione e la stima del legname.
Eppure, dietro questo scenario idilliaco da copertina di una rivista patinata, si nascondono alcuni rischi: cadute, arrampicate, scavalcamento tronchi sono all'ordine del giorno, assieme ad attraversamenti di zone con rovi e ortiche. Insomma arrivare a sera con la pelle intatta è davvero un'utopia! Più facile che sui nostri corpi rimangano i segni di una corteccia troppo ruvida o un arbusto un po' troppo avvolgente!
Ma c'è anche un altro minuscolo, silenziosissimo e decisamente troppo affettuoso "rischio del mestiere": le zecche.
Chi infatti immagina la professione forestale come una romantica e solitaria passeggiata farebbe bene a fare i conti con la realtà del sottobosco, poiché camminare su strade e sentieri è davvero spesso un miraggio. Ho quindi imparato presto a convivere con una statistica da brivido: decine e decine di morsi all'anno. Praticamente sono un buffet ambulante per questi aracnidi!
Vivere questa routine richiede una dose massiccia di ironia, una pazienza zen e una precisione chirurgica nell'uso delle pinzette a fine giornata, trasformando il controllo post-rilievo in una sorta di bizzarro rituale di decompressione serale. Altro che candele e incenso, a casa mia la sera prevalgono luci da inquisizione e disinfettante.
Ma perché tutto questo accanimento per le zecche? D'altronde ci rubano piccolissime porzioni di sangue. Il problema non è tanto la perdita di sangue ma il rischio di contrarre alcune malattie che, c'è da dirlo, involontariamente ci trasmettono le zecche.
Ma quanto è alto, al di là del fastidio, questo rischio? Le zecche (in particolare la specie Ixodes ricinus) possono trasmettere patogeni non banali, tra cui il batterio della Malattia di Lyme e il virus della TBE (encefalite da zecca). Se per la Lyme la vigilanza medica e gli antibiotici tempestivi sono la chiave, per la TBE il vaccino rappresenta un vero e proprio salvavita professionale.
Il rischio contrazione è concreto, soprattutto nel mio caso quando nel periodo primaverile arrivo a togliermi anche una decina di zecche al giorno.
Tuttavia nel tempo ho imparato a gestirlo senza panico: cerco di adottare un abbigliamento tecnico possibilmente chiaro, repellenti ad alta concentrazione e, soprattutto, una consapevolezza del corpo e un'attenta analisi e mappatura non solo dei boschi ma anche della mia pelle.
La domanda che sorge spontanea, magari mentre ci si gratta distrattamente una caviglia, è: ma è sempre stato così? La risposta della scienza, supportata dall'esperienza sul campo, è un netto no. Negli ultimi decenni la presenza di questi parassiti è letteralmente esplosa.
I cambiamenti climatici, con inverni sempre più miti che non riescono a decimare le popolazioni svernanti, uniti all'aumento della fauna selvatica (caprioli e cervi in primis, che fungono da veri e propri "autobus" per le zecche) e all'abbandono di alcune aree rurali, hanno creato l'habitat perfetto per la loro proliferazione, spingendole anche a quote un tempo considerate "sicure": l'anno scorso ho trovato una zecca anche a 2200 metri di quota.
Lavorare nei boschi trentini oggi significa quindi accettare il pacchetto completo: ombra e fresco sotto le chiome di faggi e abeti, ma anche sudore e fatica su pendii ripidi e accidentati.
Certo, bisogna mettere in conto di dividere lo spazio con qualche ospite indesiderato di troppo, ma per chi ha la passione della foresta nel sangue, nessun piccolo autostoppista a otto zampe potrà mai rovinare una giornata fra larici, pecci e... qualche cespuglio in faccia!












