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Ambiente | 03 luglio 2026 | 19:00

Quando la lenta agonia di un ghiacciaio si è trasformata in un evento distruttivo. Quattro anni dopo il crollo della Marmolada: cosa abbiamo imparato?

Oggi sappiamo che eventi come quello del 3 luglio 2022 non sono il semplice risultato di una giornata eccezionalmente calda. Sono piuttosto l'esito di processi che possono svilupparsi nel corso di settimane e mesi. L'interazione tra questi processi modifica il comportamento dei ghiacciai in modi complessi che stiamo ancora cercando di comprendere

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Oggi ricorre il quarto anniversario del crollo del ghiacciaio della Marmolada. Il primo pensiero non può che andare alle undici persone che quel giorno persero la vita e alle tante altre la cui esistenza cambiò per sempre in pochi istanti.

 

A quattro anni di distanza, quella tragedia continua a rappresentare uno spartiacque nella storia della glaciologia alpina e, più in generale, nel nostro modo di guardare ai ghiacciai.

 

Prima del 3 luglio 2022 nessuno aveva indicato la placca di ghiaccio che quel giorno precipitò lungo la via normale per Punta Penia come un elemento particolarmente pericoloso. Il ghiacciaio della Marmolada, anzi i diversi frammenti in cui era ormai suddiviso, era considerato un ghiacciaio destinato a scomparire lentamente e silenziosamente.


Quel giorno, invece, quella lenta agonia si trasformò improvvisamente in un evento distruttivo ed estremamente energetico. Da allora abbiamo capito che i ghiacciai che stanno scomparendo non sono soltanto ambienti fragili: in determinate condizioni possono esporci a grandi rischi, anche mortali. È stata una presa di coscienza tanto improvvisa quanto dolorosa.

 

A rendere ancora più attuale quella riflessione sono le tante notizie in arrivo proprio in questi giorni circa le pessime condizioni dei ghiacciai alpini e in generale dell’alta montagna. La lunga ondata di calore che ha interessato per quasi due settimane buona parte dell'Europa ha messo in forte difficoltà molti ghiacciai: aumentano i crolli di ghiaccio e di roccia, i crepacci si allargano e in generale le condizioni degli itinerari peggiorano giorno dopo giorno. Non sono episodi isolati, ma manifestazioni diverse dello stesso fenomeno: i ghiacciai alpini esibiscono sempre più spesso condizioni che fino a pochi decenni fa sarebbero state considerate eccezionali.

Negli ultimi quattro anni la ricerca ha compiuto passi importanti per comprendere meglio questi processi. Sono nati nuovi progetti dedicati allo studio della stabilità dei ghiacciai e del loro comportamento in un clima che cambia rapidamente. Da pochi giorni è stato pubblicato anche un importante studio dedicato proprio al crollo della Marmolada, che ricostruisce con grande dettaglio le dinamiche che hanno portato al collasso.

 

Oggi sappiamo che eventi come quello del 3 luglio 2022 non sono il semplice risultato di una giornata eccezionalmente calda. Sono piuttosto l'esito di processi che possono svilupparsi nel corso di settimane e mesi. Inverni poveri di neve riducono l'effetto isolante del manto nevoso, consentendo al freddo di penetrare più in profondità nel ghiacciaio. Le estati sempre più lunghe e caratterizzate da intense ondate di calore aumentano invece enormemente la produzione di acqua di fusione. L'interazione tra questi processi modifica il comportamento dei ghiacciai in modi complessi che stiamo ancora cercando di comprendere.

 

Ma quindi oggi saremmo in grado di prevedere un crollo come quello della Marmolada? La risposta, almeno per ora, è no.

Comprendiamo molto meglio i processi che possono favorire un collasso, ma trasformare questa conoscenza in una previsione affidabile è tutt'altra cosa. Le condizioni che precedono un cedimento si sviluppano spesso all'interno del ghiacciaio, lontano dalla vista, dove raccogliere dati è estremamente difficile e richiede monitoraggi sofisticati che non possono essere installati ovunque. Questo, però, non significa che la tragedia della Marmolada non ci abbia insegnato nulla. La lezione più importante - come ricorda anche il libro La lezione della Marmolada di Mauro Varotto, seconda volume della collana nata dalla collaborazione tra L'Altramontagna e People - riguarda probabilmente il nostro modo di frequentare gli ambienti glaciali.

Molte delle consuetudini alpinistiche che abbiamo ereditato dal secolo scorso sono nate in un contesto climatico profondamente diverso da quello attuale. Oggi è necessario interrogarsi sulla loro validità e, in alcuni casi, aggiornarle. Per decenni si è consigliato di attraversare i ghiacciai nelle prime ore del mattino, confidando nel consolidamento garantito dal rigelo notturno. Oggi questo principio non è più universalmente valido: sotto i 3500 metri, durante molte estati, il rigelo notturno spesso non avviene affatto.

 

Prima di programmare una salita su un ghiacciaio non dovrebbe quindi bastare consultare il bollettino meteorologico del giorno. Sarebbe opportuno osservare anche l'andamento della quota dello zero termico nei giorni precedenti e verificare se il ghiacciaio abbia trascorso lunghi periodi in condizioni di fusione continua, senza il provvidenziale consolidamento offerto dal rigelo notturno. Sono proprio queste le situazioni in cui è ragionevole aspettarsi i maggiori stress per il ghiaccio e, di conseguenza, le condizioni potenzialmente più critiche.

 

 Un altro aspetto su cui vale la pena riflettere riguarda i ghiacciai pianeggianti e le loro lingue terminali. Sono spesso percepiti come gli ambienti glaciali più semplici e sicuri da frequentare. Eppure è proprio qui che tendono a svilupparsi grandi cavità endoglaciali che possono crollare improvvisamente. Anche questa è una convinzione che probabilmente dovremo rivedere. 

 

Di fronte a tutto questo la soluzione più semplice sarebbe forse quella di vietare la frequentazione estiva dei ghiacciai. È una proposta che periodicamente ritorna tra i commenti alle notizie di montagna e che, almeno in apparenza, sembrerebbe efficace: eliminando l'esposizione al rischio si elimina la possibilità che quel rischio provochi conseguenze. Personalmente credo che questa sarebbe una risposta troppo semplice a un problema molto più complesso. La montagna è, per sua natura, un ambiente in cui il rischio non può essere eliminato. Se iniziamo a rispondere ai cambiamenti esclusivamente con i divieti, il passo successivo potrebbe essere vietare molte altre attività o molti altri luoghi.

 

Credo invece che la strada più utile sia quella della conoscenza. Dobbiamo imparare a conoscere la nuova alta montagna, accettando che non è più quella descritta dai manuali di alpinismo di cento anni fa. Chi decide di frequentare un ghiacciaio deve essere consapevole dei nuovi processi che lo governano e dei rischi che ne possono derivare.

La Marmolada ci ha lasciato una lezione dolorosa. Questa lezione non ci dice però che i ghiacciai siano diventati luoghi da evitare in assoluto, ma luoghi diversi rispetto a quelli che avevamo imparato a conoscere. Continuare a frequentarli come se nulla fosse cambiato significherebbe ignorare ciò che la montagna ci sta mostrando con sempre maggiore evidenza. L'alpinismo è nato dalla volontà di vivere un ambiente diverso da quello ordinario della quotidianità. L’adattamento gioca sempre un ruolo fondamentale in questo percorso, ricordiamolo.

 

Il clima cambia e le montagne con esso. Deve cambiare anche il nostro modo di viverle.

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