Schiodata di nascosto la prima via di sesto grado delle Apuane. La condanna delle guide locali: "Perché i chiodi dovrebbero essere più etici degli spit? È pur sempre ferro infisso nella roccia"

"Si è trattato di un gesto di vandalismo, punto e basta". Circa due settimane fa, una storica via del Monte Procinto è stata trovata schiodata: rimaneva soltanto qualche vecchio chiodo a fessura. Il Cai condanna il gesto e promette un sopralluogo. Sulle possibili ragioni dell'iniziativa è intervenuto per noi Roberto Vigiani, guida alpina da trent'anni

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nelle scorse settimane, una popolare via multipitch di arrampicata nelle Alpi Apuane è stata schiodata ad opera di ignoti. A distanza di giorni non sembra esservi stata alcuna rivendicazione. Nel frattempo, la sezione Cai di Lucca, esprimendosi a nome di tutta la comunità di arrampicata nelle Apuane, ha condannato il gesto su tutta la linea.
Stiamo parlando della via Dolzi Melucci, sulla parete nord del Monte Procinto, uno dei rilievi più conosciuti della zona. Itinerario aperto in artificiale da Giancarlo Dolfi e Paolo Melucci nel 1955, la Dolzi Melucci fu il primo VI grado delle Apuane. Non semplicissimo tecnicamente, l'arrampicata richiede un’arrampicata atletica e fiducia nei passaggi strapiombanti. Negli anni successivi attorno ad esso sono comparse molte altre linee, anche sui versanti più repulsivi, e al giorno d'oggi, la Dolfi/Melucci era tra le vie col grado più abbordabile del Procinto. Negli anni, la via era stata completamente attrezzata coi moderni spit.
Per approfondire la questione della schiodatura recente, abbiamo interpellato Roberto Vigiani, guida alpina da trent’anni con mezzo secolo di esperienza d’arrampicata sulle Alpi Apuane.
"Un paio di settimane fa c'è stata gente che è andata alla Dolfi-Melucci e ha detto di averla trovata schiodata: sono stati tolti tutti gli spit e lasciato solamente qualche vecchio chiodo a fessura che era rimasto dopo che la via è stata riattrezzata".
Chi sia stato o perché sia stato fatto non è ben chiaro, ammette Vigiani, ma i sospetti sono forti. "È chiaramente un atto provocatorio, contro l'attrezzatura a spit. Il dibattito ruota sempre attorno a questo tema. Sono già successe altre volte queste cose: qui sulle Apuane è capitato molte volte che tirassero via dei chiodi dalle vie, sempre in maniera anonima. Anche addirittura sul Pizzo d'Uccello, sulla Oppio, che è la via classica della parete nord: erano state attrezzate le soste a spit e poi c'è andato qualcuno e le ha tirate via tutte a suon di martellate".
Quando itinerari come questo sono stati aperti gli spit ancora non esistevano, però questo non significa che le vie venissero aperte in libera; per questo, pretendere una "purezza" che non c’è mai stata, secondo Vigiani ha poco senso.
"Nel caso della Dolfi-Melucci è una via aperta in artificiale. Certo, negli anni è diventata una classica che si percorreva in libera e con i vecchi chiodi, le soste e queste cose qua. Però non è che fosse una via aperta in libera e poi, dopo, ripetuta mettendoci gli spit. Di fatto sono solo stati sostituiti dei vecchi chiodi a fessura con degli spit. Perché i chiodi dovrebbero essere più etici o più puri degli spit? È pur sempre ferro infisso nella roccia".
I chiodi a fessura che c'erano prima degli spit erano stati affissi dallo stesso Giancarlo Dolfi, l’apritore, che peraltro Roberto Vigiani conosceva personalmente e - afferma la guida - era tutt’altro che sfavorevole al progresso delle tecniche di assicurazione.
"È morto da qualche anno, io lo conoscevo bene. Era una persona, tra l'altro, abbastanza favorevole a queste cose, cioè alla riattrezzatura in maniera moderna delle vie. Ora che sono stati tolti gli spit, per carità, sicuramente si può scalare se uno è bravo, ma occorre parecchia abilità con le protezioni rapide come friend eccetera e un grado ben consolidato".
Ad ogni modo, sostiene la guida alpina, il motivo del clamore suscitato dal fatto, non è tanto la schiodatura in sé, ma la presunzione di chi lo ha compiuto nell’anonimato, per ideologia personale.
"Il punto è che sono atti veramente presuntuosi da parte di chi li fa, perché sono atti di poco rispetto, commessi in maniera anonima. Quindi non c'è nemmeno da dire: uno si può fare riconoscere e spiegare perché sarebbe bello pulirla dai chiodi. Penso che se fosse una cosa di comune accordo si potrebbe anche fare, ma fatto così, in maniera arbitraria e di nascosto, non è tanto piacevole".
Insomma, Roberto Vigiani sembra appoggiare la condanna espressa dal Cai: "Si è trattato di un gesto di vandalismo, punto e basta".
Simili atti si erano recentemente verificati su alcune itinerari storici della Val di Mello, nel qual caso, però, il responsabile si era esposto pubblicamente dando vita ad un dibattito - almeno a nostro avviso – proficuo; a proposito del quale avevamo ospitato qualche intervento.
Nella stessa ottica, il 23 giugno il Cai di Lucca ha indetto una riunione con i portatori di interesse della comunità alpinistica locale, guide ed associazioni, al termine della quale si è deciso di andare a verificare la percorribilità della via, per poi valutare il numero di ancoraggi da ripristinare per renderla percorribile.
Il comunicato del Club Alpino Italiano, sezione di Lucca
La comunità degli arrampicatori del comprensorio apuano esprime all’unisono la propria contrarietà a quanto avvenuto sulla via Dolfi Melucci alla parete Nord del monte Procinto nelle scorse settimane. La via è stata infatti oggetto di una schiodatura ad opera di anonimi a cui non è seguita alcuna rivendicazione.
Un atto distruttivo, condotto nell’anonimato, che va ad intaccare le condizioni di fruibilità di un itinerario considerato patrimonio collettivo degli scalatori del comprensorio e che per le sue caratteristiche è stato per molti principianti un banco di prova prima di salite più ambiziose. La schiodatura non impedisce certo la ripetizione della via, ma la riserva a un numero ridotto di persone in possesso di competenze e livello maggiori.
Di fronte alla schiodatura la comunità decide di rispondere con fermezza, ma coi mezzi del dialogo e del confronto condiviso, affinché un atto distruttivo venga trasformato in occasione di riflessione e di crescita.
Come inizio di questo percorso, in data 23/06/26 si è tenuta una riunione on line organizzata e divulgata con adeguato anticipo a cui erano stati invitati direttori di scuole Cai, istruttori, guide alpine, membri del soccorso operativi nel comprensorio, appassionati della scalata: risultano presenti 29 persone.
Enrico Tomasin promotore dell’incontro in veste di moderatore ha introdotto il tema. Il concetto di autorialità della via va in un caso come questo riconsiderato in relazione alla storia legata alla fruizione che l’itinerario ha avuto in questi decenni. Ha esaminato in seguito le motivazioni che potrebbero rendere preferibile una non riattrezzatura dell’itinerario come risposta a un movimento forte e diffuso di approccio sobrio e onesto alla roccia in virtù dei moderni mezzi di protezione veloce.
Segue un intervento di Leandro Benincasi, amico di Dolfi, che testimonia il favore dell’apritore a una riattrezzatura con materiali moderni dei suoi itinerari finalizzata a favorirne la frequentazione. Benincasi aggiunge una riflessione profonda sulla differenza tra arrampicata e alpinismo: secondo la sua prospettiva una schiodatura non è assolutamente rispettosa dal punto di vista alpinistico mentre potrebbe esserlo dal punto di vista strettamente arrampicatorio.
Prende la parola la Gregorio Pedrini, dell’Associazione Guide Alpine Italiane, che condivide coi presenti una sua articolata e ben documentata riflessione volta a proporre una manutenzione conservativa (e talora un ritorno ad una condizione precedente all’attuale tramite un lavoro di rimozione condiviso di ancoraggi inadeguati).
Interviene poi la guida alpina Cristiano Virgilio, che ribadisce l’importanza di un’analisi caso per caso senza voler dettare regole fisse; l’etica dell’arrampicata e gli itinerari, con la loro frequentazione e attrezzatura, devono essere di volta in volta contestualizzati e messi in dialogo col momento storico.
Prosegue Edoardo Montorsi, guida alpina, che ribadisce come molte vie si possano salire con largo uso di mezzi di protezione veloci laddove sia stato condotto un adeguato lavoro di pulizia e disgaggio e invita a operare in questa direzione.
Seguono altri numerosi interventi dei presenti (Claudio Bacci, Ciro Bambini, Iacopo Zetti, Riccardo Giovannetti. Sara Nannini, Andrea Cardaci e altri) che alle posizioni già espresse aggiungono precisazioni, contributi e osservazioni personali.
Si decide dunque di operare, prima di qualsiasi intervento, con una perlustrazione della situazione attuale della via, della sua facilità ed evidenza di protezione con dadi e friends (indicativamente nella prima settimana di luglio) a cui seguirà una valutazione del numero di ancoraggi fissi da ripristinare per garantire la percorribilità della via.
Rimane fermo in tutti l’intento di non banalizzare in alcun modo l’itinerario ma di renderlo tuttavia percorribile, come è stato fino a poche settimane or sono, con dei punti di assicurazione intermedi affidabili a garanzia dell’incolumità della cordata.












