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Attualità | 20 giugno 2026 | 18:00

"Non dovremmo sempre domandarci se la caccia sia giusta o sbagliata. Bisognerebbe chiedersi: quale modello di gestione della fauna vogliamo?". Il parere del vicepresidente di Wilderness Italia

Critiche al Ddl caccia. Giuliano Milana, cacciatore e ambientalista, risponde: "Ho la sensazione che ci si stia chiedendo da che parte stare, anziché quali problemi risolvere. Se oggi ho cento cinghiali e non intervengo, l'anno successivo posso arrivare ad averne 280: la caccia consiste nello sfruttamento di questa risorsa senza intaccare il capitale"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Come segnalato in un recente articolo, il disegno di legge sulla caccia - che andrebbe a modificare la legge 157 del 1992, attualmente vigente - è in fase di esame al Senato. Tutt’altro che sottotraccia, l’iter della proposta ha fatto molto parlare di sé, sin da quando è stata presentata circa un anno fa.

 

Nello stesso articolo, raccoglievamo il parere di una delle numerose associazioni ambientaliste apertamente schieratesi contro il testo della legge, Lipu. Questa andava a contestare, in particolare, alcuni punti della proposta: dall’aumento del numero di animali cacciabili e delle aree di caccia consentite, alla maggiore apertura all’utilizzo di richiami vivi; e ancora dall’estensione del calendario venatorio a periodi pre-migratori, all’accettazione dei porti d’arma stranieri.

 

"Uno degli aspetti più preoccupanti e irresponsabili del provvedimento", secondo Lipu, sarebbe poi la perdita di peso di Ispra (ad oggi principale organismo scientifico di riferimento dello Stato per queste questioni) nelle decisioni in materia di fauna selvatica.

 

In chiusura dell’articolo promettevamo approfondimenti sulla questione. In linea con questo intento, coinvolgiamo questa volta Giuliano Milana, zoologo, agrotecnico e cacciatore, nonché vicepresidente dell’associazione Wilderness Italia. Il suo profilo, che coniuga competenze tecnico-scientifiche, esperienza sul campo e attività divulgativa, pensiamo possa offrire una prospettiva inedita e interessante per il dibattito sulla gestione della fauna selvatica.

 

"Che la legge 157 del 1992 abbia ormai oltre trent’anni è un dato oggettivo", esordisce Milana. "In questi anni sono cambiate profondamente le condizioni ambientali, sociali e faunistiche del Paese, e qualunque giudizio sul Ddl dovrebbe partire da questa constatazione: c'era bisogno di intervenire".

 

Svecchiare il sistema legislativo era dunque necessario, secondo l’intervistato, e pensare che la natura faccia da sé non è un’opzione, non in un territorio fortemente condizionato dalla presenza antropica come la nostra Penisola.

 

Entrando quindi nel dettaglio delle singole misure, poniamo in primo luogo la questione dell’apertura ai porti d’arma stranieri. C’era bisogno di agevolare l’ingresso di cacciatori dall’estero per fare attività venatoria in Italia? Quali sono i pro di questa riforma?

 

La presenza di una burocrazia per convertire i porti d’arma stranieri – sostiene l’esperto e cacciatore – è un'anomalia esclusivamente italiana, e non sarebbe l’unica. "Gli italiani possono andare a caccia praticamente in tutta Europa utilizzando le autorizzazioni previste dai vari ordinamenti, mentre da noi esistono procedure più restrittive. In Paesi come la Scozia, per esempio, chi vuole praticare l'attività venatoria può accedere a territori privati pagando una quota, il che rappresenta anche un'opportunità economica".

 

Va precisato, a questo proposito, che parliamo di codificazioni giuridiche radicalmente diverse. In Italia, infatti, la fauna è considerata patrimonio indisponibile dello Stato, mentre in altri Paesi europei è proprietà del padrone del fondo. "Questa differenza rende il sistema italiano più complesso. Attribuire un valore economico alla fauna e alla sua gestione può incentivare anche comportamenti conservazionistici, perché il proprietario del territorio ha interesse a mantenere in equilibrio sia la componente agricola sia quella faunistica".

 

Passando alle diverse pratiche di caccia, e in particolare alla tendenza del Ddl ad agevolare l’utilizzo dei richiami vivi (sistema già in uso), Milana precisa di non essere un utilizzatore di richiami vivi e di non considerare questo tema centrale nella propria esperienza venatoria. Osserva tuttavia come il dibattito tenda spesso a concentrarsi esclusivamente sull’aspetto emotivo, trascurando quello normativo e gestionale.

 

"Oggi gli animali utilizzati come richiami sono soggetti a regole molto più stringenti rispetto al passato, sia per quanto riguarda la provenienza sia per quanto riguarda il benessere animale. Il tema può certamente essere discusso sul piano etico, ma è opportuno distinguere tra valutazioni morali e dati oggettivi relativi alle modalità di allevamento e utilizzo. Inoltre, non si parla di catture sistematiche in natura, ma di soggetti provenienti da linee riproduttive allevate da generazioni".

 

Altrettanto articolata, poi, è la posizione del vicepresidente di Wilderness Italia sull'aumento delle specie cacciabili e all'estensione delle aree in cui è consentita l'attività venatoria.

 

"Molti parchi nazionali si trovano in difficoltà nella gestione di alcune popolazioni animali. Consentire interventi gestionali anche all'interno delle aree protette, purché basati su evidenze scientifiche, potrebbe essere uno strumento utile. Tale attività deve definirsi 'controllo', non 'caccia'".

 

Va precisato infatti, continua Milana, che gestione non significa automaticamente apertura della caccia. Significa piuttosto mettere in campo strumenti che consentano di intervenire quando necessario. Per quanto riguarda l'ampliamento dell'elenco delle specie cacciabili, il principio indicato è che ogni valutazione dovrebbe basarsi sulla consistenza delle popolazioni.

 

Si sottolinea inoltre che esistono cacciatori disposti a spendere cifre molto elevate per la possibilità di cacciare certe specie, e che queste risorse economiche potrebbero essere reinvestite nella conservazione e nella gestione di altre specie o delle stesse aree protette, che spesso operano con bilanci in difficoltà.

 

La caccia, secondo Milana, è "lo sfruttamento sostenibile di una risorsa rinnovabile". Tradotto: "Se lo stato di conservazione di una specie è soddisfacente, il prelievo di un numero limitato di individui può essere compatibile con la conservazione complessiva della popolazione".

 

Perché questo accada, però, è necessario guardare a tutte le variabili in campo. Se da specie stanziali passiamo a discutere di specie migratorie che attraversano lunghe distanze, in particolare alcuni tipi di uccelli, le cose necessariamente cambiano. In questo caso, infatti, rispetto all’estensione dei periodi di caccia alla fase pre-migratoria, la posizione di Milana è più prudente.

 

"Le specie migratrici pongono problemi diversi rispetto a quelle stanziali, perché le popolazioni si distribuiscono su territori vastissimi e coinvolgono numerosi Paesi. Nel caso di specie locali, come la pernice sarda o la lepre sarda, è relativamente semplice effettuare censimenti e stimare le consistenze all'interno di un territorio definito. Per gli uccelli migratori il quadro è molto più complesso".

 

Al giorno d’oggi, tuttavia, esistono esempi di monitoraggio efficace anche su larga scala. Nel caso della beccaccia, ad esempio, da anni vengono raccolti dati a livello europeo.

 

"La raccolta sistematica di questi dati permette di capire se il prelievo riguarda prevalentemente animali giovani oppure adulti. Se la maggior parte degli individui prelevati è costituita da soggetti giovani, si ritiene che il prelievo sia compatibile con il mantenimento della popolazione. Se invece aumenta la quota di adulti, ciò può rappresentare un segnale di allarme".

 

Proprio in questo ambito di raccolta e analisi operano organismi come Ispra, che forniscono dati, indicazioni e pareri tecnici. È questo un tema assai caldo, come segnalava la Lipu, per valutare gli effetti dell’eventuale riforma.

 

"Il punto centrale - secondo Milana – è che Ispra rappresenta un riferimento scientifico fondamentale per il Paese e svolge un ruolo essenziale nella raccolta e nell’analisi dei dati. La questione non dovrebbe essere trasformata in una contrapposizione tra favorevoli e contrari a Ispra. Il vero tema è garantire che ogni decisione pubblica sia trasparente, motivata e fondata su evidenze verificabili. In ambito scientifico nessun ente è infallibile: ciò che conta è la qualità dei dati, dei metodi utilizzati e la possibilità di sottoporre le valutazioni a confronto e verifica".

 

In sintesi, non si tratta di essere necessariamente d’accordo con tutti i punti proposti dal disegno di legge, ma di costruire un dibattito critico senza far scivolare il Ddl in una battaglia a favore o contro la caccia.

 

"Secondo me il problema è che questo Ddl viene utilizzato soprattutto per fare una campagna politica. Ma una legge sulla fauna si valuta sulla sostenibilità, sull'efficacia gestionale, sulla coerenza giuridica e sull'accettabilità sociale, non su queste contrapposizioni. Non dovremmo ruotare sempre attorno alla domanda se la caccia sia giusta o sbagliata. La domanda importante dovrebbe essere: quale modello di gestione della fauna vogliamo in Italia nel XXI secolo?".

 

Al che, aggiungeremmo: qual è il ruolo del cacciatore nel rispondere a questa domanda? Può davvero avere quel compito di "bioregolatore" che sembrano affidargli i promotori della riforma?

 

"Il controllo è un intervento d'urgenza. Se gli agricoltori subiscono danni da cinghiale, si manda qualcuno a prelevare quegli animali. Quello non è caccia: è controllo. Che a svolgerlo siano i cacciatori rappresenta semplicemente un vantaggio per la collettività, perché spesso lo fanno gratuitamente".

 

Perché è così importante fare controllo? "In condizioni ambientali favorevoli il cinghiale può presentare tassi di incremento estremamente elevati, che in alcune popolazioni possono raggiungere anche il 180% annuo. Significa che, se oggi ho cento cinghiali e non intervengo, l'anno successivo posso arrivare ad averne 280, e poi ancora di più negli anni successivi. La caccia, in teoria, consiste proprio nello sfruttamento di questa risorsa senza intaccare il capitale, prelevando soltanto gli interessi".

 

"Troppo spesso ho la sensazione che ci si stia chiedendo da che parte stare, anziché quali problemi risolvere. Eppure le sfide reali restano lì: la gestione delle specie in espansione, la conservazione degli habitat, la sicurezza pubblica, i danni all'agricoltura, il contrasto alle specie invasive e il monitoraggio delle popolazioni selvatiche. La fauna non appartiene ai cacciatori, agli ambientalisti o alla politica. È un bene pubblico e un patrimonio collettivo che se ben gestito può addirittura generare reddito per la collettività, mentre una ‘conservazione totale’ può avvenire solo con maggiori esborsi finanziari da parte della finanza pubblica da spendere in rimborsi e controllo. Soldi che – conclude Milana – potrebbero essere spesi nella sanità o nella scuola".

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