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Attualità | 18 giugno 2026 | 06:00

Dal 1997 è l'unico abitante di una contrada sulle Pendici del Monte Coppolo, lontana quaranta minuti dalla prima strada carreggiabile. Storia di Giulio Tollardo, "custode delle terre alte"

È stato tecnico di laboratorio a Belluno, malgaro in Svizzera e istruttore guide in Madagascar. Oggi alterna le stagioni di sfalcio e di manutenzione dei sentieri, a quelle da pellegrino in diversi angoli del mondo. Custode di paesaggio e tradizioni, Giulio Tollardo ha conservato le memorie di Bellotti in trent'anni di diari e ora l'importanza del suo presidio è stata riconosciuta dal Cai

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

La montagna italiana ha un nuovo "custode delle terre alte", ed è bellunese: si tratta di Giulio Tollardo, classe 1956, unico abitante e "guardiano" di Bellotti, frazione di Lamon, una sperduta contrada immersa in un contesto riconosciuto di importanza comunitaria della Rete Natura 2000, per l’elevato grado di naturalità e per le particolari risorse botaniche e faunistiche.

 

Siamo sulle pendici orientali del Monte Coppolo, a 662 metri, non lontano dal confine con il Primiero. Lassù, a Bellotti, ci si arriva solo a piedi con circa quaranta minuti di camminata, attraverso due possibili sentieri: l’uno che parte dalla frazione Furianoi di Lamon, l’altro dalla vecchia strada della Cortella in Val di Vanoi. A mantenere silenziosamente questi luoghi da quasi trent’anni, e ad accogliere i pochi che in essi vi si addentrano, è proprio Giulio Tollardo, originario di Lamon, che la vita però ha reso viaggiatore.

 

"Essere custode è un onore, ma anche una bella responsabilità. Soprattutto per uno abituato a spostarsi come me. Io - ci tiene a puntualizzare l’uomo - di professione sono pellegrino".

Non è facile vivere in un posto come Bellotti per tutto l’arco dell’anno, racconta. Di certo non è il sogno di vita nei boschi che spesso tende ad emergere, eppure c’è qualcosa che lo lega a quella piccola contrada e ai suoi prati. "D’inverno ci sono pochissime ore di luce. Diciamo che c’è poca energia ‘fotovoltaica’, e di conseguenza, alla fine della stagione uno ha esaurito le proprie batterie e ha bisogno di ricaricarsi andando altrove. Io amo camminare, fare migliaia di chilometri stando via anche dei mesi; però, ad un certo punto, accade che più mi allontano, più mi sento trascinare indietro con forza".

 

Partito come tecnico di laboratorio medico a Feltre e Belluno, dopo una serie di vicissitudini che ne hanno sconvolto la vita, si è dedicato a lavori stagionali: malgaro in Svizzera nell’Oberland bernese, collaboratore tuttofare in una fattoria bio dei Pirenei francesi, cuoco per ben quattordici anni al rifugio Colbricon, nei pressi dei laghetti di Passo Rolle, educatore ambientale alla fattoria didattica "l’Albero degli Alberi" nella Val di Seren del Grappa, concludendo il suo percorso lavorativo come bidello in una scuola locale.

 

Si trattava necessariamente di occupazioni a carattere temporaneo, per poter soddisfare la sua curiosità e il suo desiderio di girare il mondo e conoscere le genti più diverse, spesso adoperandosi nei contesti più diversi. È stato in Africa; in Madagascar, come istruttore di guide naturalistiche, e in Kenya, dove è tornato tre volte per lavorare nelle missioni della Consolata; è giunto, in India alle sorgenti del Gange e al confine con il Tibet, dove ha anche incontrato il leopardo delle nevi (rarissimo da vedere); per ben tre volte si è recato in Himalaya.

A questa immersione in paesaggi e culture diverse, ogni volta è seguito poi il rientro "ai Bellotti": con la loro la solitudine, il silenzio delle montagne, le ombre della valle e l’intimità della propria coscienza. Era il 1997 quando ha acquistato la casa di Vittoria, la donna che un tempo era stata la perpetua del paese, diventando l’unico abitante della contrada, con l’intento di trasformarla in un punto d’incontro per escursionisti consapevoli.

 

Che cos’è stato a farlo tornare? Forse il senso di attaccamento, di responsabilità, ma soprattutto un bisogno di appartenenza.

"Anch'io faccio i miei danni a Madre Terra vivendo qua, però mi prendo cura almeno di una minima parte. Certo, qui c’è ben poco di mio: la maggior parte dei prati che sfalcio, dei campi, eccetera, è tutta terra che mi hanno dato in gestione gli anziani, i vecchi abitanti del luogo. Taglio circa tre ettari di prati che altrimenti sarebbero bosco da tempo e tengo puliti i sentieri. Cerco di mantenere quella biodiversità in più, il paesaggio, e vedo che gli escursionisti che passano lo apprezzano".

 

Particolarmente importante, è stato il suo lavoro dopo la tempesta Vaia: la sentieristica aveva subito un brutto colpo in questa zona, una parte dei sentieri era andata perduta, sommersa da innumerevoli schianti. Inoltre, senza strade carreggiabili, era difficile raggiungere quelle zone. Giulio Tollardo, insieme al Cai di Feltre e ad alcuni volontari di Lamon, dovettero farsi strada a mano, rimuovendo gli abeti crollati tutt’attorno.

La sua candidatura al riconoscimento è stata proposta da Loris Vettoretti, neo-presidente della locale sezione Cai di Feltre, non solo per il suo ruolo di custode del territorio, ma anche come custode delle memorie degli anziani abitanti di questi luoghi, appuntate una ad una in trent’anni di diari. Il Comitato scientifico del Cai lo ha infatti ritenuto meritevole del prestigioso riconoscimento, che interessa ogni anno soltanto cinque persone in tutto il Paese.

 

"Tutte attività - si legge nel comunicato del Cai - che fanno di Giulio un esempio concreto di resilienza, in un’epoca segnata dallo spopolamento delle aree montane e dalla progressiva perdita di identità culturale dei piccoli borghi periferici".

 

Così è stato per il paesino di Bellotti che nel primo dopoguerra, nel suo momento di maggiore popolosità, ospitava una trentina di famiglie: quasi 200 persone dedite ad attività silvo-pastorali, produzione di carbone da legna, fluitazione del legname sui torrenti Vanoi e Cismon, trasporto di mercanzie e contrabbando, trovandosi nei pressi del confine italo-austriaco. Con il ridursi di tutte queste attività, fino a cessare del tutto con le inevitabili trasformazioni socio-economiche che hanno investito anche questo territorio periferico, il paese è andato progressivamente svuotandosi, fino a rimanere del tutto disabitato.

L’ultima abitante, nativa del posto, è stata Maria Bellotto, deceduta nel 1992, ultranovantenne.

 

"Non si pensa abbastanza – riflette Tollardo ricordandola - al ruolo delle donne nel rimanere ultimi presidi in certe zone, le ultime ad occuparsi dello sfalcio e del mantenimento di un territorio. Gli uomini facevano le stagioni in giro, per racimolare denaro, e progressivamente si trasferivano altrove, mentre loro rimanevano ad affrontare lavori di estrema fatica".

Qui la gente non era povera - ricorda il custode - avevano tutti una cantina, almeno una vacca e spesso anche il maiale: un’economia di sussistenza certo, ma sufficiente ad un vivere discreto. "Il problema è che non avevano soldi, e per avere i soldi bisognava andare a lavorare lontano. Di solito la gente che partiva da qua era specializzata nel lavoro boschivo, andavano in Francia, in Savoia, dove c’era bisogno di queste conoscenze".

 

Nel tempo, gli ex abitanti sono tornati a rivedere le loro case, e per Tollardo sono stati una fonte inesauribile di racconti e di informazioni. "Di 30 anni che sono qua, ho non so quanti diari, di ogni giorno, di ogni persona che è passata di qua, che mi ha raccontato qualcosa. Io l'ho fatto per me, soprattutto, per ricordare, ma spesso mi trovo a raccontarli alle persone che si fermano qui passeggiando".

Proprio lì, a Bellotti, la prima domenica di settembre storicamente si tiene una grande festa, rilanciata di recente dall’Associazione Nazionale Alpini di Lamon, che richiama due o trecento persone nel borgo semi-abbandonato. Proprio in questa occasione, il prossimo 6 settembre avverrà la consegna ufficiale da parte dei rappresentanti della Sezione Cai di Feltre del riconoscimento a Giulio Tollardo, di Custode delle Terre Alte.

 

"Per l’evento torna parecchia gente originaria dei Belotti, che ora vivono in Val d’Aosta o nel bresciano, ed è molto bello: sono sempre stato in ottimi rapporti con gli anziani del paese. Mi hanno aiutato sin da subito e ringraziato per lo sfalcio dei loro prati, anche dandomi qualcosa quando ne avevo bisogno, facendomi entrare nella società della teleferica ed altre accortezze. Loro hanno capito, il valore che di avere una persona, lo si chiami custode o presidio, che si stia attento, che impedisca che la natura sconvolga troppo le cose, che eviti vandalismi o il totale abbandono".

 

Forse, con questo riconoscimento del Cai, ora qualcuno in più saprà guardare al lavoro di Giulio con ammirazione e apprezzamento; forse, sentendo i suoi racconti, qualche escursionista ignaro inizierà a rivalutare certi luoghi segnati dall’abbandono; forse addirittura, negli anni, qualcuno tornerà a farlo rivivere. Intanto, siamo lieti che Giulio Tollardo abbia ricevuto questo riconoscimento: un riconoscimento di presenza e di appartenenza a quei luoghi, da parte della comunità che li abita e li ha abitati.

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