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Cultura | 17 giugno 2026 | 13:00

"Non una volta mi diedero una sufficienza in matematica, ora i matematici illustrano con i miei quadri i loro libri". L'arte di Escher: lontana dai monti svizzeri, vicina alle linee dell'Italia meridionale

In matematica era una mezza frana: "E io che vado in giro con gente colta quasi che fossi loro fratello o collega. Non riescono neppure a immaginarsi che io non ne capisco nulla". Centoventotto anni fa, il 17 giugno 1898, nacque Maurits Cornelis Escher

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Iniziamo subito col dire una cosa che gli specialisti già sanno, ma molti neppure immaginano: il giovane Maurits Cornelis Escher, nato centoventotto anni fa, il 17 giugno 1898, in matematica era una mezza frana. A farlo intendere, non sono solo i risultati del suo percorso scolastico, ma lui stesso quando, con mirata modestia, confida: "Non una volta mi diedero una sufficienza in matematica… La cosa buffa è che, a quanto pare, io utilizzo teorie matematiche senza saperlo. Ero un ragazzo gentile e un po’ stupido a scuola. Immaginatevi adesso che i matematici illustrano i loro libri con i miei quadri! E io che vado in giro con gente colta quasi che fossi loro fratello o collega. Non riescono neppure a immaginarsi che io non ne capisco nulla".

 

Una matematica deduttiva e scansionante dunque, la sua. Applicata sin dalle prime prove per delineare lo spazio visivo, suggerendo all’osservatore una serie di stranianti sovrapposizioni prospettiche. In pratica egli fa confluire all’interno dell’opera sia ciò che vediamo che quanto avremmo potuto vedere, trasformando i pieni in vuoti, le tonalità chiare con quelle scure o invertendo l’ordine prospettico tra esterno e interno, tra primi e secondi piani.

Forse, vale la pena ricordare, qualche altro dato biografico: era nato a Leeuwarden, nei Paesi Bassi, un territorio che vede un quarto della sua superficie posta sotto il livello del mare, salvata e resa abitabile grazie a un imponente sistema di canali artificiali e dighe. Una prova di interazione funzionale avviata in epoca lontana e perfezionata grazie al lavoro di qualificatissimi ingegneri idraulici: il lavoro di suo padre. Facile ipotizzare che convivere con l’idea che il mare possa essere più alto della terra, abbia poi influenzato il suo pensiero creativo. Così come, allargando il gioco delle coincidenze, essere cresciuto in una città, Leeuwarden, nel cui centro la cinquecentesca torre Oldehove è inclinata ancor più di quella di Pisa.

 

Gli fu rimproverato questo suo temperamento espressivo: "Escher è troppo ostinato, troppo filosofico-letterario: al ragazzo mancano vivacità e originalità, è troppo poco artista". Giudizio in parte condiviso anche da colui che ne guidò la formazione, Samuel Jessorum de Mesquità, personalità artistica ammirata da Escher e incontrata ad Haarlem, dopo che nel 1919, sollecitato dal padre, vi si era trasferito con l’intenzione di frequentare la Scuola di Architettura e di Arti Decorative, dove peraltro iniziò a prendere confidenza con la tecnica dell’intaglio xilografico.

Quando nella primavera del 1922, in compagnia di amici, Escher visitò per la prima volta l’Italia, il suo essere razionale non si incrina, trova anzi la possibilità di realizzare una serie di scorci prospettici che i livellati orizzonti olandesi non potevano certo offrire. Questo avverrà soprattutto esplorando l’Italia centro meridionale, le cui venature antropiche paiono essere nate in simbiosi con la particolare morfologia del paesaggio. Tanto è vero che a quel primo soggiorno, ne seguirà un secondo, in autunno: Genova e Siena. Poi San Gimignano: "17 torri, un sogno che non poteva essere vero".

 

Eccolo di nuovo qui da noi nel 1923. Sarà la volta dei luoghi della costiera Amalfitana, che ne rapirono lo sguardo e l’animo. A Ravello, infatti, incontrerà Jetta Umiker, figlia di un banchiere svizzero, sensibile alla pittura: nel giugno dell’anno successivo, dopo essersi sposati a Viareggio, si stabiliranno a Roma, prendendo alloggio al Gianicolo. Da allora in poi ogni primavera programmerà un viaggio, senza mai lasciarsi tentare dalle regioni del Nord: Campania, Abruzzo, Calabria, Sicilia, sino a raggiungere la Corsica e Malta. Ad affascinarlo erano in particolare le linee meno "ammodernate" di quei territori. Un paesaggio il più delle volte arido, spigoloso, faticoso da percorrere, con la campagna suddivisa per settori, con le strade che, di colle in colle, inerpicandosi verso la cima, rendono raggiungibili paesi strapiombanti verso la pianura, "tassellati" in fitta sequenza da case senza volto.

Difficile compilare l’intero elenco dei suoi spostamenti: amò Scanno, il paese dei grandi fotografi (Hanri Cartier-Bresson e Mario Giacomelli). L’Abruzzo lo visitò ripetutamente: Castrovalva, Villalago, Anversa, Cocullo, Opi, Goriano Sicoli, Pettorano entrarono nei suoi disegni. Quindi la Calabria, nel 1930: Tropea, Palmi, Scilla, Pentadattilo.

 

Nel 1935, ci pensò l’arrivo del Fascismo a rompere l’incantesimo. Già insofferente a quel clima, l’episodio che lo convinse ad abbandonare l’Italia fu trovarsi di fronte, al suo rientro da scuola, il figlio George vestito con l’uniforme da piccolo Balilla. Da Roma passò ai circa tremila abitanti di Château-d’Œx, piccolo comune del Canton Vaud, nota stazione sciistica, sviluppatasi dal 1910, in una Svizzera troppo ordinata e bianca: "Il paesaggio non lo ispirava per nulla" ricorda Bruno Ernst: "I monti sembravano pietraie senza storia, blocchi rocciosi senza vita. L’architettura era asettica, come di clinica, funzionale e senza fantasia (…) Tutto l’opposto dell’Italia meridionale che aveva catturato il suo sguardo".

Quello che Escher aveva stabilito col nostro paese era un rapporto viscerale, la cui sostanza emotiva rimarrà presente in tutta la sua arte successiva, sviluppatasi nella forma che sappiamo, dopo il viaggio in Spagna, nel 1936. Quando, dopo aver visitato la Mesquita di Cordova e, soprattutto, il complesso dell’Alhambra a Granada, i cui edifici sono decorati con stordente simmetria da arabeschi e placche cromatiche, l’impianto compositivo dell’artista olandese inseguirà visioni spiazzanti e paradossali: tra realtà e sogno: Relatività, Cascata, Mano con sfera riflettente, Belvedere, Tre mondi sono solo alcuni titoli di opere oggi assai note e continuamente riprodotte.

La popolarità di Escher è crescente e poche sono le città che ancora non hanno ospitato una sua mostra, con itinerari didattici e postazioni interattive, capaci di generare grande affluenza di pubblico. Quella che si è andata creando è una sorprendente eschermania: e pensare che fino ai primi anni Settanta (morirà nel 1972) era tenuto in considerazione in prevalenza dai matematici che spesso ne utilizzavano le immagini per le loro argomentazioni scientifiche. Questo, sin tanto che, fari diversi, si accesero grazie alla generazione beat, che intendeva le sue invenzioni come apparizioni anticonvenzionali, germogliate nel terreno della psichedelica cultura hippy. Una sua immagine venne utilizzata per la cover di On the run dei Pink Floyd. Persino Mick Jagger lo contattò per chiedergli di collaborare alla copertina dell’album Let it bleed, ma fece il grave errore di iniziare la lettera con "Ciao Maurits". Tutta questa confidenza non piacque all’artista che gli rispose: "Sono M. C. Escher", cestinando l’offerta.

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