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Cultura | 17 giugno 2026 | 12:00

Il mugnaio di un piccolo paese del Friuli denunciato per eresia e processato dalla Santa Inquisizione: nella vicenda di Menocchio narrata da Carlo Ginzburg, una lezione di microstoria

A 87 anni, Carlo Ginzburg è morto nella sua casa di Bologna. Saggista e storico tra i più tradotti all'estero, nonché docente in alcune delle università più prestigiose al mondo, ci ha lasciato una serie infinita di lezioni di microstoria: oggi ripercorriamo una di queste, quella de 'Il formaggio e i vermi', la vicenda di un mugnaio della Carnia processato dall'Inquisizione: "Ognuno fa i il suo mestier, chi arrar, chi grapar, et io fazzo il mi mestier di biastemar"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

È morto Carlo Ginzburg: lo storico italiano più conosciuto all’estero, nonché saggista tradotto in oltre venti lingue, aveva 87 anni. A dare notizia della sua scomparsa, avvenuta nella notte di oggi, 17 giugno, nella sua casa di Bologna, è stata la famiglia.

 

Nato a Torino nel 1939, Carlo era figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Levi in Ginzburg. È stato docente in alcune delle più prestigiose università del mondo: dalla Normale di Pisa dove si è formato, alle americane Harvard, Yale e Princeton. Autore di opere capitali come I benandanti e Il formaggio e i vermi, oggi pubblicate da Adelphi, è tutt'oggi tra gli intellettuali più autorevoli per i suoi studi sulla storia delle persecuzioni, dell’eresia e della cultura popolare del Medioevo e dell’Età moderna.

 

Ne Il formaggio e i vermi, del quale di seguito proponiamo un estratto, attraverso l’analisi puntuale delle carte di un processo della Santa Inquisizione, non solo ricostruisce uno spaccato della vita quotidiana di un mugnaio del Nord Italia vissuto in piena Controriforma, ma ne delinea anche la mentalità e il pensiero religioso del tutto particolari.

 

Il protagonista della vicenda, Domenico Scandella, detto Menocchio, mugnaio di un piccolo paese di collina del Friuli, nel 1583 viene denunciato per eresia dal suo pievano e conseguentemente viene arrestato e processato dal Santo Uffizio. L’accusa era di aver pronunciato parole "ereticali e empissime" su Cristo.

 

A partire dagli atti del processo, il mugnaio Menocchio, protagonista eccentrico della ricostruzione del libro, diventa l’oggetto di una lezione di "microstoria", materia prediletta dallo storico Ginzburg.

 

"Ma se la documentazione ci offre la possibilità di ricostruire non solo masse indistinte ma personalità individuali, scartarla sarebbe assurdo. Certo, c'è il rischio di cadere nell'aneddoto, non si tratta però di un rischio inevitabile. Alcuni studi biografici hanno mostrato che in un individuo mediocre, di per sé privo di rilievo e proprio per questo rappresentativo, si possono scrutare come in un microcosmo le caratteristiche di un intero strato sociale in un determinato periodo storico. È questo, allora, il caso di Menocchio? Nemmeno per sogno. Non possiamo considerarlo un contadino "tipico" (nel senso di "medio", "statisticamente piú frequente") del suo tempo: il suo relativo isolamento nel villaggio parla chiaro. Agli occhi dei compaesani Menocchio era un uomo almeno in parte diverso dagli altri. Ma questa singolarità aveva limiti ben precisi. Dalla cultura del proprio tempo e della propria classe non si esce, se non per entrare nel delirio e nell'assenza di comunicazione. Come la lingua, la cultura offre all'individuo un orizzonte di possibilità latenti, una gabbia flessibile e invisibile entro cui esercitare la propria libertà condizionata. Con rara chiarezza e lucidità Menocchio articolò il linguaggio che era storicamente a sua disposizione. Per questo nelle sue confessioni è possibile rintracciare in forma particolarmente netta, quasi esasperata, una serie di elementi convergenti che in una documentazione analoga, contemporanea o di poco posteriore, appaiono dispersi o appena accennati. Alcuni sondaggi confermano l'esistenza di tratti riconducibili a una cultura contadina comune".

 

Lo strano universo di Menocchio e la sua originale religiosità scaturiscono proprio da una mescolanza fra credenze contadine, spesso legate ancora ad ataviche tradizioni pagane che affondavano le radici nell’antichità, e le letture variegate di cui il mugnaio di dilettava, mostrandosi ancora una volta un’eccezione in una società nella quale, come noto, l’analfabetismo era la norma.

 

Durante il primo interrogatorio, Menocchio espone la sua originale cosmogonia, secondo la quale inizialmente era il caos e i quattro elementi (terra, acqua, aria e fuoco) erano tutti fusi insieme; il caos poi si condensò in una massa, come il formaggio nel latte, da cui nacquero angeli e uomini come vermi: da qui naturalmente deriva il curioso titolo del libro. "Nel principio questo mondo era niente, et che dall'acqua del mare fu batuto come una spuma, et si coagulò come un formaggio, dal quale poi nacque gran multitudine di vermi, et questi vermi diventorno homini, delli quali il piú potente et sapiente fu Iddio".

 

In una confusione di riferimenti bibliografici e di racconti orali, Menocchio forma la sua personale Genesi: tutto sommato, non così lontana da certe teorie figlie del nostro mondo iperconnesso. Carlo Ginzburg ci regala così uno spaccato di un paesino della Carnia cinquecentesca, e con questo ci parla anche degli Anni Settanta in cui il libro è uscito, ci parla del rapporto dialettico d’ogni tempo tra la dottrina ufficiale e la conoscenza popolare, ci parla di noi e delle nostre valli alpine.

 

Qui seguito, riportiamo la descrizione che riempie il secondo capitolo: una panoramica sulla reazione del paese all’accusa e le voci da confessionale, utili a definire i contorni del personaggio protagonista.

 

Immagine di copertina: "Menocchio lettore" ©Alberto Magri, Montereale V. 2014.

 

Il formaggio e i vermi (Cap. 2, "Il paese")

 

Non è facile capire, dagli atti dell'istruttoria, quale fosse stata la reazione dei compaesani alle parole di Menocchio: è chiaro che nessuno era disposto ad ammettere di aver ascoltato con approvazione i discorsi di un sospetto d'eresia. Qualcuno, anzi, si preoccupò di riferire al vicario generale, che conduceva l'istruttoria, la propria reazione sdegnata.

"He, Menocchio, de gratia, per l'amor de Dio non ti lassar uscir queste parole!" aveva esclamato, a sentir lui, Domenico Melchiori.

E Giuliano Stefanut: "Io li ho detto più volte, et particularmente andando a Grizo, che io li voglio bene ma non posso soportar il suo parlare delle cose della fede, perché sempre combatarei con lui, et se cento volte mi amazzasse et poi tornasse in vita, sempre mi faria amazzare per la fede".

Il prete Andrea Bionima aveva fatto addirittura una velata minaccia: "Tace, Domenego, non dir queste parole, perché un giorno ti potresti pentire".

Un altro teste, Giovanni Povoledo, rivolgendosi al vicario generale arrischiò una definizione, sia pure generica: "Ha cativa fama, cioè che habbia male openioni quanto al ramo del Luthero".

Ma questo coro di voci non deve trarre in inganno. Quasi tutti gli interrogati dichiararono di conoscere Menocchio da molto tempo: chi da trenta o quarant'anni, chi da venticinque, chi da venti. Uno, Daniele Fasseta, disse di conoscerlo "da pizol in suso perché semo sotto la medemma pieve".

Apparentemente alcune affermazioni di Menocchio risalivano non solo a pochi giorni, ma a "molti anni", perfino trent'anni prima. In tutto questo tempo nessuno in paese l'aveva denunciato. Eppure i suoi discorsi erano noti a tutti: la gente se li ripeteva, forse con curiosità, forse scuotendo la testa.

Nelle testimonianze raccolte dal vicario generale non si avverte una vera ostilità nei confronti di Menocchio: tutt'al più, disapprovazione. È vero che tra esse alcune sono di suoi parenti, come Francesco Fasseta, o Bartolomeo di Andrea, cugino di sua moglie, che lo definì "galanthomo". Ma anche quel Giuliano Stefanut che aveva dato sulla voce a Menocchio dicendosi pronto a farsi "amazzare per la fede", soggiunse:

"Io li voglio bene".

Questo mugnaio, già podestà del paese e amministratore della parrocchia, non viveva certo ai margini della comunità di Montereale. Molti anni dopo, al tempo del secondo processo, un testimone dichiarò: "Io lo vedo a praticare con molti et credo che sia amico de tutti".

Eppure a un certo punto era scattata una denuncia contro di lui, che aveva dato il via all'istruttoria.

I figli di Menocchio, come vedremo, individuarono subito nell'anonimo delatore il pievano di Montereale, don Odorico Vorai. Non si sbagliavano. Tra i due c'era un vecchio contrasto: da quattro anni Menocchio andava addirittura a confessarsi fuori dal paese.

È vero che la testimonianza del Vorai, che chiuse la fase informativa del processo, fu singolarmente elusiva:

"Non mi posso recordare particularmente che cose habbia detto, et questo per haver poca memoria, et per esser impedito da altri negotii".

Apparentemente nessuno meglio di lui era nella posizione di dare informazioni al Sant'Uffizio su questa materia; ma il vicario generale non insistette. Non ne aveva bisogno: era stato proprio il Vorai, istigato da un altro prete, don Ottavio Montereale, appartenente alla famiglia dei signori del luogo, a trasmettere la denuncia circostanziata su cui si erano basate le precise domande rivolte dal vicario generale ai testimoni.

Questa ostilità del clero locale si spiega facilmente. Come abbiamo visto, Menocchio non riconosceva alle gerarchie ecclesiastiche nessuna speciale autorità nelle questioni di fede.

"Che papi, prelati, che preti!"

Le quali parole, riferì Domenico Melchiori, erano dette "in disprezzo, ché non credeva a loro". A furia di discutere e argomentare per strade e osterie, Menocchio doveva aver finito quasi col contrapporsi all'autorità del pievano.

Ma che cosa diceva, insomma, Menocchio?

Tanto per cominciare, non solo bestemmiava "smisuratamente", ma sosteneva che bestemmiare non è peccato (secondo un altro teste, che bestemmiare i santi non è peccato, ma Dio sì), aggiungendo con sarcasmo:

"Ognuno fai il suo mestier, chi arrar, chi grapar, et io fazzo il mi mestier di biastemar".

Poi faceva strane affermazioni, che i compaesani riferirono in maniera più o meno frammentaria e scucita al vicario generale. Per esempio:

"L'aere è Dio... la terra è nostra madre";

"Che vi maginate che sia Dio? Iddio non è altro che un può de fiato, et quello tanto che l'homo se immagina";

"Tutto quello che si vede è Iddio, et nui semo dei";

"'L cielo, terra, mare, aere, abisso et inferno, tutto è Dio";

"Che credevú, che Giesu Christo sia nasciuto della vergine Maria? Non è possibile che l'habbia parturito et sia restata vergine: puol ben esser questo, che sia stato qualche homo da bene, o figliol di qualche homo da bene".

Infine, si diceva che avesse dei libri proibiti, in particolare la Bibbia in volgare:

"Sempre va disputando con questo et con quello, et ha la Bibia vulgare et si immagina fundarsi sopra di quella, et sta ostinato in questi suoi ragionamenti".

Mentre le testimonianze si accumulavano, Menocchio aveva avuto sentore che qualcosa si andava preparando contro di lui. Allora si era recato dal vicario di Polcenigo, Giovanni Daniele Melchiori, suo amico fin dall'infanzia.

Costui l'aveva esortato a presentarsi spontaneamente al Sant'Uffizio, o almeno a obbedire subito a un'eventuale citazione, ammonendolo:

"Diteli quello che vi adimanderano, et non cercate di parlar troppo né andate cercando di raccontar queste cose; rispondete solamente a quelle cose che vui sareti dimandato".

Anche Alessandro Policreto, un ex avvocato che Menocchio aveva incontrato casualmente in casa di un mercante di legna suo amico, gli aveva consigliato di andare dinanzi ai giudici e di riconoscersi colpevole, dichiarando però nello stesso tempo di non aver mai prestato fede alle proprie affermazioni eterodosse.

Così Menocchio si era recato a Maniago, obbedendo all'istanza del tribunale ecclesiastico. Ma il giorno dopo, 4 febbraio, visto l'andamento dell'istruttoria, l'inquisitore in persona, il francescano fra Felice da Montefalco, l'aveva fatto arrestare e "menar con le manete" nelle carceri del Sant'Uffizio di Concordia.

Il 7 febbraio 1584 Menocchio fu sottoposto a un primo interrogatorio.

 

Immagine di copertina: "Menocchio lettore" ©Alberto Magri, Montereale V. 2014

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