I nuovi abitanti delle montagne scelgono comuni ricchi di boschi: faranno pace con la motosega, strumento spesso odiato?


Nei 932 comuni italiani in cui, negli ultimi cinque anni, si è registrata una dinamica migratoria marcatamente positiva il bosco è molto presente. Chissà che questo "ritorno al bosco" possa rappresentare il primo passo per comprendere meglio una relazione complessa ma necessaria, quella tra noi e i boschi, che passa anche da una gestione attiva degli stessi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Da alcuni giorni è stato presentato il Rapporto Foreste in Comune, un’indagine socioeconomica sul patrimonio forestale dei comuni italiani promossa da PEFC Italia con il supporto e la collaborazione di UNCEM, Legambiente e Consorzio Caire.
Per la prima volta, oltre alla superficie forestale di ciascun territorio comunale, un’indagine analizza anche il rapporto tra superficie forestale e superficie totale dei comuni, cioè "l’indice di boscosità", ma non solo. A partire dai dati sulle foreste, infatti, lo studio amplia l’analisi anche all’andamento demografico e ai dati economici.
Per quanto riguarda l’indice di boscosità i dati mostrano una fotografia molto nitida:
- in 495 comuni italiani, nei quali risiede appena l’1% della popolazione nazionale, l’indice di boscosità supera l’80%.
- in 3.596 comuni montani, che rappresentano il 47,8% della superficie nazionale e ospitano il 13,5% della popolazione, si concentra il 75,7% della superficie forestale nazionale;
- all’opposto, in circa metà dei comuni italiani, soprattutto di pianura, l’indice di boscosità è inferiore al 20%. In questi territori, dove risiede oltre due terzi della popolazione italiana, si concentra meno del 10% della superficie forestale nazionale.
La dinamica è chiarissima: più bosco e più boscosità significano meno agricoltura, meno insediamenti e, di conseguenza, meno abitanti. Non a caso, l’abbandono delle pratiche agricole e pastorali è stata la principale causa dell’impressionante espansione del bosco avvenuta nel nostro Paese, dove la superficie forestale è quasi raddoppiata in meno di un secolo.
Anche i dati sulla dimensione insediativa sono degni di nota, confermando il quadro descritto:
- nei 903 comuni nei quali la densità insediativa è inferiore a 20 abitanti per kmq (l’11,4% del totale dei comuni italiani), si trova quasi un terzo (il 28.4%) della superficie forestale italiana, ma solo l’1,3% della popolazione nazionale;
- all’opposto, nei 2.611 comuni (il 33% del totale) la cui densità supera la soglia di 200 abitanti per kmq (che all’incirca corrisponde al valore medio nazionale), si trova appena il 5,6% del bosco a fronte di oltre i tre quarti della popolazione (75,4%).
Un dato di natura demografica, riscontrabile nel capitolo relativo alla dimensione sociale, indica però che qualcosa sembrerebbe muoversi in senso opposto a quanto appena descritto.
Nei 932 comuni italiani in cui, negli ultimi cinque anni, si è registrata una dinamica migratoria marcatamente positiva (oltre il 10 per mille) il bosco è molto presente. Si tratta di comuni prevalentemente esterni all’armatura urbana e metropolitana del Paese, che ospitano appena il 5% della popolazione complessiva e trovano collocazione, in buona parte, in territori montani (e in prevalenza nelle regioni del nord). Ebbene, per oltre due terzi di questi comuni l’indice di boscosità supera il valore del 60%.
"Possiamo dunque affermare", si sottolinea nel Rapporto commentando questi dati, "che una copertura forestale dominante è un carattere che connota in misura rilevante una parte significativa dei comuni montani caratterizzati da nuova attrattività". Un’attrattività che, secondo lo studio, ha come driver molto importante, se non addirittura decisivo, la ricerca di condizioni ambientali più qualificate. E la presenza del bosco sembra essere una determinante decisiva per il soddisfacimento di tale condizione.
Questo apparente "ritorno verso il bosco" - al di là della polarizzazione mediatica generata dalla sfortunata vicenda della famiglia Trevallion a Palmoli (nel comune abruzzese, a proposito, l’indice di boscosità non è altissimo, ma vicino alla media nazionale: 43,8%) - pone una serie di interessanti interrogativi.
Quanto la percezione urbana, generalmente (e acriticamente) positiva sulla presenza del bosco, condiziona e guida queste scelte insediative, a torto o a ragione? E quanto tale percezione si traduce poi in un’effettiva qualità abitativa, soprattutto in contesti in cui la riforestazione spontanea ormai avvolge o circonda da vicino gli insediamenti, offrendo magari una maggiore qualità dell’aria e una riduzione delle temperature, ma anche problematiche opposte di rapporti sempre più ravvicinati e problematici con la sfera del selvatico (da silva, appunto)?
Insomma, quanto questa agognata "qualità dell’ambiente" si confermerà solida nel tempo, anche alla luce della percezione, spesso diametralmente opposta, della popolazione che storicamente vive quei territori, per la quale l’avanzata del bosco, generalmente, è un processo tutt’altro che positivo?
E ancora: se la polarizzazione urbana e industriale ha accentuato non solo l’estremizzazione degli habitat che questi dati registrano, ma anche il nostro modo di guardare alla Natura (spesso caratterizzato da binomi oppositivi rispetto alla sfera dell’umano), quanto questa nuova tendenza alla redistribuzione insediativa potrebbe essere antesignana di una revisione delle nostre posizioni, in fatto di boschi salutari e alberi salvifici "senza se e senza ma"?
Potrebbero essere queste le prime avvisaglie di un’inversione dello sguardo, di un rapporto con il bosco che torna ad essere meno idealistico/ideologico e più attento alle mille sfumature indotte da una relazione quotidiana con una natura improvvisamente più sfaccettata e contraddittoria se sovrapposta con la sfera quotidiana?
Chissà che questo "ritorno al bosco" possa rappresentare il primo passo per comprendere meglio una relazione complessa ma necessaria, quella tra noi e i boschi, che passa anche da una gestione attiva degli stessi. Chissà che questo avvicinamento al selvatico che avanza possa far riflettere maggiormente sul valore intrinseco dei paesaggi culturali, dove la varietà e la multifunzionalità non sono solo garanzia di tessuti socioeconomici vitali, ma anche sinonimo di bellezza.
Vuoi vedere che qualcuno di questi nuovi abitanti, spesso mossi da sensibilità ambientali raffinate, si troverà un giorno a "fare pace" proprio con lo strumento un tempo più odiato… la motosega?












