A piedi da Alagna al Monte Rosa: dove non cresce un filo d’erba e l’aria si fa irrespirabile, è possibile ritrovare un proliferare di vita e comunità

Risalendo gli strati altitudinali, il proliferare dei paesaggi rivelava le tracce degli uomini che li avevano modellati e della loro idea di progresso, provocando un senso di vertigine e straniamento. Un'ascesa integrale a piedi, una riflessione a passo lento, un racconto di una salita faticosa lungo i versanti antropizzati della Valsesia, fino alla culla di un mondo nuovo

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Col senno di poi, avremmo dovuto pensarci due volte prima di cambiare i piani e salire a piedi da valle", riflettevo preso dallo sconforto mentre salivo la prima rampa di ghiacciaio che mi avrebbe condotto a Capanna Margherita. "Forse, la funivia non era poi un’idea così maligna".
Il giorno prima, in circa sette ore, avevamo percorso i 2500 metri di dislivello che separano il centro abitato di Alagna da Capanna Gnifetti, a 3647 metri, dove abbiamo passato la notte. Ora, di fronte ad un altro migliaio di metri di dislivello, mi distraevo pensando a ciò che avevo visto nel tragitto fin lì, chiedendomi in che modo potesse esservi continuità tra il luogo dove mi trovavo in quel momento e tutti quelli che avevo attraversato.

A ripensarci da queste altezze, pareva d’essere usciti da un sogno. Tutto quel proliferare di paesaggi uno sull’altro, tutti quegli strati altitudinali che portavano traccia degli uomini che li avevano modellati e della loro idea di progresso, ora mi davano un senso di vertigine.
Siamo partiti da contrada Piane, poco sopra Alagna, in Valsesia, che mancava poco a mezzogiorno. Le nubi andavano gonfiandosi nel cielo senza però cedere in pioggia, come invece volevano le previsioni, e il sentiero era meravigliosamente bucolico: il bosco e le prime costruzioni in pietra facevano da quinta di teatro alle mandrie che pascolavano tra i prati insieme a qualche cannone sparaneve a riposo. Proprio sopra le nostre teste, intanto, correvano senza sosta i cavi della cabinovia, con monotono brusio.

Per un bel po’ avevo smesso di sentirlo, e non ci pensavo neanche più, però qualcosa di quel luogo mi insospettiva. Poi, ho capito. Era quel rumore, quel sordo brontolio intervallato da leggeri cambi di frequenza: come una zanzara vicino all’orecchio o il rumore dei vecchi televisori a tubo catodico. Proprio questo ronzio, probabilmente insieme alla vista dei cavi di metallo e agli sparaneve nello sfondo verde, lasciavano in me un fastidioso senso di straniamento.
Una volta arrivati alle località Zam Seiwji e Unde Seiwji, questa sensazione ha raggiunto l’apice. Il sentiero si univa alla pista da sci, ora scoperta in terra battuta e ghiaia, e in breve sequenza spuntavano un rifugio, al cui esterno qualche genitore si scambiava qualche chiacchiera mentre i bambini giocavano sul prato, ed un bar/ristorante, la cui architettura tradizionale veniva tradita da musica ad alto volume e dai grossi ombrelloni parasole. Lì di fronte c’era anche uno scivolo per ciambelle gonfiabili, che in quel momento era del tutto vuoto.

Poco lontano, anche la stazione della cabinovia era piuttosto desolata, nonostante il via vai delle cabine. Eravamo a 2025 metri: qui arriva la linea Alagna-Pianalunga e inizia la seconda tratta, quella che raggiunge Passo dei Salati a 2935 metri. Via fune, il tempo di percorrenza è di pochissimi minuti, a piedi sono almeno quattro-cinque ore. Non bastasse, una pioggia scrosciante ci ha accompagnato per tutto il cammino.
Fradiciume a parte, a dir la verità, è stata forse la tratta più piacevole. Morbide gobbe si succedevano con pendenze leggere sul pianoro verdeggiante e noi proseguivamo senza troppa fatica. Anche qui, però, piccoli elementi del paesaggio lasciavano interdetti: la tonalità di colore dell’erba che cambia laddove d’inverno passano le piste, un lontano bacino d’accumulo e, di tanto in tanto, una lancia sparaneve che spuntava furtiva in un angolo. Tutto portava la strana sensazione di trovarsi in una specie di studio cinematografico, come se tutto quello scenario fosse frutto di un green screen e che, ad alzare lo sguardo, il cielo si sarebbe interrotto in impalcature di metallo.

Di qui fino al Rifugio Città di Vigevano, la strada è lunga. L’ultimo tratto prosegue tortuoso, in decisa salita fino al Col d’Olen, dove oltre alla pioggia iniziava a sferzare un vento tagliente. Trovando le porte aperte ci siamo rifugiati nell’edificio, abbandonato da tempo, per mangiare un panino e cambiarci le magliette ormai completamente fradice. Più tardi, ho scoperto la storia di quel posto.
Il Città di Vigevano fu inaugurato come albergo Stolemberg nel 1914, e mantenne questo nome fino a quando, nel 1947, fu acquistato dalla sezione di Vigevano del Club Alpino Italiano. Per molti anni è stato un importante punto di riferimento sulla via normale per il monte Rosa; poi, con lo sviluppo dell'area sciistica, perse lentamente di importanza. Nel 2001 la gestione passò alla sezione di Varallo del Cai, per poi essere venduto a privati e chiuso nel 2012. Da allora si trova in stato d’abbandono e giace inquietante come in un romanzo di Stephen King.

Eravamo in linea con la tabella di marcia e la pioggia andava calando d’intensità. Terminato il pranzo, allora, ci siam rimessi subito in cammino. In pochi minuti siamo arrivati in vista dell’Istituto Scientifico Internazionale Angelo Mosso, un casermone austero a 2900 metri, storico centro di ricerca.
Poco oltre, superata la quota della vegetazione, un cantiere scoperto di strade carrozzabili per la manutenzione e strutture di metallo si apriva dinanzi a noi: era l’arrivo della seggiovia. Se non avessi saputo dov'ero, avrei pensato di stare in un altro pianeta. Un posto di per sé inospitale e non adatto alla vita, ora in fase di bonifica come se, di lì a qualche mese, dovesse trasferirvisi una nuova civiltà.

Qui si congiungono le funivie del versante valdostano, che sale da Gressoney, e del versante piemontese, da Alagna. Per proseguire, bisogna salire su una passerella d’acciaio e prendere la strada che segue verso la funivia per Punta Indren. Di qui in avanti, l’avanzata diventa sofferta: l’ambiente è asettico e respingente, la montagna si frantuma in un cumulo di rocce rossastre e lentamente lascia il posto ai primi nevai e a piccoli ghiacciai in sofferenza.
Siamo costretti a circondare il Monte Stoltemberg attraversando una sassaia e alcuni tratti esposti con corde fisse. Più avanti, superata la vecchia stazione di Punta Indren, una distesa di rocce e neve molliccia ci lascia raggiungere l’attuale stazione: anch’essa del tutto desolata, come si immagina debba essere una stazione spaziale su Marte. Questo sarebbe stato l’arrivo ultimo della funivia, di qui abbiamo proseguito - ora sì, assai pesantemente - fino a Rifugio Mantova, e da lì abbiamo finalmente adocchiato la nostra meta.

Vista dal basso, Capanna Gnifetti pare cristallizzata naturalmente nella roccia, proprio sulla cresta oltre la quale ci era impossibile vedere: più o meno così ho sempre immaginato la Fortezza Bastiani descritta da Dino Buzzati nel suo Deserto dei Tartari, come una linea orizzontale che divide un mondo da un altro. Nel giro di qualche decina di minuti, attraversando un piccolo fronte glaciale, siamo finalmente arrivati alla sua porta.
Quella sensazione di straniamento che portavo con me sin dai primi passi non ha smesso mai di tormentarmi; ancora vi pensavo quando, sulla passerella che porta al rifugio, sono stato interrotto nei miei pensieri da un crescendo di voci. Fuori dalla porta, qualche ritardatario come noi si apprestava a togliersi ramponi e scarponi: stavano già servendo la cena. Così, scaricata in fretta la nostra attrezzatura e tolte le umide calzature, siamo corsi al piano di sopra.

Nella sala c’erano almeno centocinquanta persone di ogni nazionalità: guide alpine italiane, francesi, svizzere che accompagnavano italiani, americani, sloveni, spagnoli e chissà chi altro. Al tavolo con noi un paio di guide alpine discutevano dell’orario di partenza. L’uno, un francese da Briançon, accompagnava un parigino e, prevedendo di passare la notte successiva a Capanna Margherita, concordarono di partire comodamente alle sette. L’ossolano invece, che portava una ragazza milanese e un signore anglofono di cui non ho intuito la provenienza, diede il comando ai suoi di svegliarsi entro le tre e mezza. Noi decidemmo di seguire il suo suggerimento.
Fu solo allora che, accorgendosi della nostra presenza, presero ad allungarci le teglie di pasta che erano avanzate perché le svuotassimo, mentre le cameriere ormai arrivavano con il secondo. Con la scusa, i nostri commensali iniziarono a chiederci da dove arrivavamo. Si stupirono molto quando seppero che eravamo saliti a piedi da Alagna, e io non nascosi un moto di orgoglio. Ad ogni modo, sapendo che arrivavamo da nord-est, presero a raccontarci delle loro imprese in Dolomiti, delle prove per il corso di guida e dei loro progetti alpinistici da quelle parti.
La stanchezza mi impediva di seguire tutti questi discorsi e di tanto in tanto gettavo l’occhio sui tavoli tutt’attorno. Tornai a pensare all’inquietudine di prima: dov’era finita? Presto ebbi la sensazione di essere emerso da un lungo viaggio sotterraneo. Tutto ciò che avevamo visto nel tragitto, ora mi dava la sensazione di essere una reliquia dentro una teca, come una rovina conservata ad arte perché io potessi apprezzarla nel corso del mio cammino. Tutto era desolato, persino i pochi bambini che giocavano giù al rifugio erano un’immagine di grande nostalgia, come fossero proiettati in una vecchia diapositiva.

E invece ora, ora che stavamo in una baracca di legno e cemento appesa su un mare di nubi, qui dove non cresce un filo d’erba e l’aria si fa irrespirabile, proprio qui, ho ritrovato un proliferare di vita e comunità. Come una nuova Mesopotamia, culla della civiltà del futuro, dove genti cisalpine e transalpine dormono stipate in un unico letto a castello, Capanna Gnifetti ha preso le forme di un avamposto per l’esplorazione di mondi nuovi, mondi in cui l’umanità ha ancora un futuro. Questi, perlomeno, sono stati i pensieri che hanno accompagnato la mia notte insonne, o forse erano solo i sogni deliranti di un sonno inconsapevole e tormentato dalla fatica.
Alle 4 del mattino, quando siam tornati a posare i piedi sul ghiacciaio per raggiungere la Margherita, gambe e schiena dolevano intensamente, il fiato era assai corto per l’altitudine, la colazione ribolliva nello stomaco e l’idea di altri mille metri di dislivello non era affatto attraente.

Non appena ho allacciato i ramponi nel buio, cercando con lo sguardo di scorgere la traccia, ho pensato: "Grazie a dio c’è qualche cordata davanti a noi, così riusciremo a contenere il passo". Così è andata: man mano che accostavamo la Piramide Vincent, i muscoli si sono sciolti e nel ghiacciaio non ancora scoperto dalla luce del sole si avanzava bene. La neve era solida, la notte aveva gelato a sufficienza ed eccetto qualche crepaccio la traccia era ben spianata dagli alpinisti più mattinieri. Così siamo avanzati per ore, senza altro pensiero che quello di preservare le energie.

Il sole sarà spuntato all’incirca quando noi siamo arrivati al Colle del Lys. Ai nostri occhi si è aperto un enorme anfiteatro di ghiaccio, sulla cui corona sommitale svettavano le cime rocciose: alla nostra sinistra si succedevano il Lyskamm, il Breithorn, le gemelle Castore e Polluce. Lì dietro, ancora nascosta, c’era anche la Grande Becca: il Cervino. E di fronte a noi, a presidiare il confine dal punto più in vista di quell’arena geologica, il profilo irregolare di Capanna Margherita. Era lì, forse, che ci aspettava un mondo nuovo.













