Su una delle strade più alte d’Europa, una processione continua che lascia nell’aria polvere e gas di scarico: sul Colle del Sommeiller, tra fuoristrada, moto e un ghiacciaio scomparso

Una scena surreale e malinconica, un episodio emblematico, un caso reale che racconta il contrasto tra vecchi modelli di fruizione e il futuro delle Alpi che cambiano. Davvero immaginiamo che il futuro della montagna sia questo? Un luogo dove si sale per consumare un panorama che sta svanendo, contribuendo, metro dopo metro, alla sua scomparsa? La domanda non riguarda soltanto il traffico, le moto o i fuoristrada. Riguarda il nostro modo di stare nei luoghi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sono capitata nel vallone di Rochemolles, sopra Bardonecchia, in bicicletta. La strada sale gradualmente fino ai tremila metri del Colle del Sommeiller. È una di quelle strade che sembrano dare un senso concreto al motto caro ad Alexander Langer: lentius, profundius, suavius. Più lentamente, più profondamente, più dolcemente. Sali e pedali senza fretta, aspettandoti il silenzio dell’alta quota, il rumore dell’acqua che scorre tra le pietre, il vento che conserva ancora il ricordo della neve. Un luogo dove la calura della pianura sembra appartenere a un altro mondo.
Poi, improvvisamente, ti ritrovi a mangiare polvere. È una sensazione difficile da spiegare. Somiglia a quando torni a casa e trovi il giardino occupato da qualcosa che non c’entra niente. Fuoristrada enormi, carichi di ruote di scorta, taniche, portapacchi e accessori che sembrano pronti ad affrontare la Mongolia o il deserto del Gobi. E invece sono qui. Sulle Alpi. Per percorrere pochi chilometri di strada bianca. In effetti c’è qualcosa di misterioso nel modo in cui tante persone cercano la natura. Ci arrivano bardati come esploratori e poi la attraversano con la stessa distrazione con cui percorrono il corridoio di un centro commerciale. Anche la wilderness rischia di diventare un reparto da consumare: si entra, si cerca un’emozione a basso costo, si esce. Poi arrivano anche le moto. Tante. Troppe. Una processione continua che lascia nell’aria polvere e gas di scarico, proprio su una delle strade più alte d’Europa.
A un certo punto il traffico si blocca: da una parte le auto, dall’altra le moto, la strada è troppo stretta. Un motociclista, quasi fermo, perde l’equilibrio e cade davanti a noi. Niente di grave. Ma la scena ha qualcosa di surreale, quasi comico, se non fosse così malinconica. Siamo a tremila metri di quota e sembra di essere sulla tangenziale. È un normale mercoledì di luglio. Intorno, quasi soltanto targhe straniere. Molti arrivano qui perché nei loro Paesi questo tipo di frequentazione motorizzata della montagna è ormai da tempo limitata o vietata.
E allora viene da chiedersi come siano arrivati fin qui.
La strada del Sommeiller ha una storia particolare. Fu costruita all’inizio degli anni Sessanta per raggiungere un centro di sci estivo sul ghiacciaio. Gli impianti furono dismessi all’inizio degli anni Ottanta e progressivamente smantellati, ma la strada è rimasta in esercizio. Invece di cogliere l’occasione per trasformare questo percorso in un grande itinerario escursionistico d’alta quota, si è scelto di mantenerlo accessibile ai mezzi motorizzati, attirando appassionati da tutta Europa, soprattutto da quei Paesi dove queste pratiche sono ormai regolamentate da anni.
Una scelta che racconta anche una storia piemontese: quella di una lunga tradizione industriale legata all’automobile che ha contribuito, nel passato, a portare la motorizzazione anche negli spazi più fragili della montagna. Una storia che oggi appare sempre più difficile da conciliare con la trasformazione delle Alpi.
E intanto il ghiacciaio del Sommeiller non c’è più. Non c’è più il ghiacciaio. Non c’è più neppure il comprensorio sciistico che gli viveva accanto. La montagna è già cambiata, ma si continua a frequentarla come se fosse rimasta uguale a quarant’anni fa. Eppure qui si racconta un pezzo delle Alpi di domani. La roccia nuda che emerge dove prima c’era il ghiaccio non è una ferita temporanea del paesaggio: è il nuovo paesaggio. È ciò che vedremo sempre più spesso lungo tutta la catena alpina nei prossimi decenni.
Oggi la strada del Sommeiller è diventata anche una questione economica. Ogni ipotesi di limitazione del traffico motorizzato incontra le resistenze di chi teme un danno alle piccole attività presenti lungo il percorso. Ma il confronto non dovrebbe essere solo tra chi guadagna e chi perde nell’immediato: riguarda il modello di montagna che vogliamo costruire nei prossimi decenni.
La domanda, allora, non riguarda soltanto il traffico, le moto o i fuoristrada. Riguarda il nostro modo di stare nei luoghi. Davvero immaginiamo che il futuro della montagna sia questo? Un luogo dove si sale per consumare un panorama che sta scomparendo, contribuendo, metro dopo metro, alla sua scomparsa? La domanda riguarda quanto siamo disposti a rischiare di cambiare e a sacrificare per un accesso in più, un passaggio in più, un panino al salame in più.












