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Idee | 17 agosto 2026 | 12:00

Se il krapfen in rifugio ci indigna, non serve a nulla offendere chi fa la coda per mangiarlo: la cultura del bombolone instagrammabile è l'esito di un processo più ampio e articolato

Le persone che accorrono per acquistarlo nella maggior parte dei casi sono i frutti maturi di una dimensione culturale che ha gradualmente modificato le priorità di tanti turisti. È quindi necessario lavorare su una diversa impostazione culturale. Uno sforzo immane che non si risolve nell'insulto, ma grazie a una narrazione capace di ristabilire il giusto equilibrio tra ciò che rimane e ciò che in un attimo viene deglutito

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Nel fine settimana è divampata la "polemica del krapfen", con migliaia e migliaia di commenti (alcuni simpatici e acuti, molti altri - come spesso accade di questi tempi - immotivatamente offensivi) volti a giudicare i numerosi turisti in attesa di afferrare (e, spesso, di fotografare e condividere) un bombolone del rifugio Friedrich August.

Tuttavia, se l'attenzione generale si è concentrata principalmente sugli individui, è stato in buona parte trascurato il terreno culturale e l'evoluzione infrastrutturale da cui quegli individui prendono slancio per ammassarsi a 2300 metri con l'obiettivo di mangiare un dolce che potrebbero tranquillamente acquistare a quote più basse, nel panificio sotto casa.

 

Innanzitutto, nel tempo abbiamo assistito a una radicale trasformazione percettiva delle montagne: se in passato non sembrano essere mai riuscite a suscitare un interesse particolare negli abitanti della pianura e delle grandi città (il viaggiatore inglese John Evelyn nel 1673 addirittura scrisse: "La natura ha spazzato tutte le immondizie della terra nelle Alpi, allo scopo di spianare e di ripulire la pianura della Lombardia"), negli ultimi decenni sono diventate una geografia ambita, invitante; un territorio catartico, ricco d'incanto e tranquillità, dove rifugiarsi temporaneamente.

 

Questo profondo mutamento sociale è stato indubbiamente accompagnato e amplificato dalla progressiva infrastrutturazione dei rilievi: nuove e più comode strade, un reticolo infinito di mulattiere (spesso lasciato in eredità dai conflitti bellici), qualche aeroporto, chilometri e chilometri di impianti a fune.

 

Molti avamposti montani e, in questo caso specifico, dolomitici, da sempre luoghi scomodi, all'improvviso si sono scoperti spazi raggiungibili senza richiedere particolari sforzi.

Il filtro della fatica ha quindi in parte perso le sue potenzialità selettive: tra aereo (per chi arriva da molto lontano), automobile/moto e funivia, chiunque può acquistare un bombolone a 2300 metri senza bruciare chissà quante calorie (anzi, magari guadagnandone).

 

Semplificando un po' si può quindi affermare che la trasformazione percettiva dei rilievi e l'evoluzione tecnologica hanno fortemente contribuito alla nascita del turismo di massa in alcune zone montane.

 

Preso atto di questa dinamica, come trovare una spiegazione alla fila originata dai krapfen? Perché sacrificare il proprio tempo in coda per un semplice dolce?

 

Probabilmente perché la fila – oltre a essere da molti considerata un rassicurante attestato di garanzia ("se c'è, significa che il prodotto merita di essere acquistato") – per tanti turisti non significa tempo perso ma, per quanto possa sembrare strano, tempo investito. Efficaci campagne mediatiche e condivisioni martellanti sui social, hanno trasformato il krapfen nell'obiettivo della gita, aspirazione da non lasciarsi sfuggire quasi fosse un attestato da immortalare per comprovare la propria presenza.

 

Un meccanismo in parte simile a quello che spinge centinaia di persone a trascorrere la notte davanti agli ingressi dei centri commerciali per aggiudicarsi e sfoggiare il nuovo e avveniristico modello di smartphone.

 

Il desiderio di mangiare un krapfen in rifugio è quindi l'esito di un processo più ampio e articolato, e le persone che accorrono per acquistarlo nella maggior parte dei casi sono i frutti maturi di una dimensione culturale che ha gradualmente modificato le priorità di tanti turisti.

 

Nella cultura del bombolone instagrammabile si riflette pertanto un'ampia porzione di società, che ad esperienze formative, capaci di scavare un solco nella propria consapevolezza, predilige formule turistiche sempre più semplici, di immediato consumo, che si dissolvono con la stessa rapidità della crema pasticcera sulla lingua.

 

Se il bombolone in montagna ci indigna, non serve a nulla insultare chi lo acquista: è necessario invece lavorare su una diversa impostazione culturale. Uno sforzo immane che non si risolve nell'offesa, ma grazie a una narrazione capace di ristabilire il giusto equilibrio tra ciò che rimane e ciò che in un attimo viene deglutito.

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