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Idee | 16 agosto 2026 | 18:00

Esibire l'outfit per le escursioni sulle Dolomiti: una nuova tendenza sta spopolando sui social. Moda, marketing o desiderio di appartenere a un gruppo?

Ha totalizzato oltre 840.000 visualizzazioni un video in cui un'influencer olandese mostra capi di abbigliamento e accessori scelti per un'escursione tra le Dolomiti. Non è né il primo né l'ultimo post di questo tipo e non mancano le parodie. Sembra proprio che tendenze di carattere urbano si stiano diffondendo anche anche tra i rilievi, come conseguenza di una crescente frequentazione. Proviamo ad analizzarle

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Ha totalizzato (finora) oltre 840.000 visualizzazioni e 23 mila like un video che mostra un particolare "get ready with me": si tratta di un format popolare sui social, utilizzato per descrivere il proprio abbigliamento e gli accessori scelti per una determinata occasione, ammiccando al pubblico ("preparati insieme a me").

 

Fin qui, nessuna novità: prima di spopolare su Instagram e Tiktok, post come questo venivano condivisi su Youtube, quando ancora le piattaforme che vivono di contenuti caricati dagli utenti erano spazi di sincera (e a tratti ingenua) sperimentazione. Ne è passato di tempo da quei video di inizio millennio, diffusi ben prima che prendesse piede la moda del "fit check", cioè letteralmente il "controllo dell'outfit"(dall'inglese fit, abbreviazione di outfit, e check) attraverso video quotidiani che presentano dettagliatamente il look di chi sta al centro dell'inquadratura, spesso con dovizia di particolari su marchi, riferimenti al negozio da cui proviene ciascun pezzo e opinioni che ne motivano la selezione.

 

Quella del fit check è ormai un'abitudine consolidata tra i creatori di contenuti digitali: siamo soliti vederli in ascensore, allo specchio, pronti a uscire di casa per un giro in centro o un evento particolare, in città o in vacanza.

 

E qui sta un pizzico di novità: il video citato all'inizio riguarda un "get ready with me" con una scenografia montana, in cui un'influencer olandese esibisce il suo "Dolomites hiking outfit", cioè l'outfit per escursioni dolomitiche, dal giardino di un hotel in Alto Adige. Pantaloni cargo gialli, canotta, maglietta, gilet di pile, bandana in testa, scarpe tecniche e come tocco finale gli occhiali da sole ovali tornati repentinamente di moda grazie a Love Story, la miniserie che a inizio anno ha riportato in auge lo stile di Carolyn Bessette Kennedy. Ogni capo può essere acquistato online attraverso un link affiliato che assicura una piccola percentuale all'influencer: si tratta di una declinazione in chiave digitale delle pratiche pubblicitarie (non di certo nuove) che coinvolgono testimonial e posizionamento di prodotti commerciali. 

 

A giudicare dalle condivisioni social, il video in questione ha raccolto ampi consensi e, non essendo né il primo né l'ultimo di questo genere, rappresenta (è proprio il caso di dirlo) un fenomeno di costume. Tant'è che si trovano anche delle parodie altrettanto virali, con la didascalia "Dolomites fashion week". E in effetti, l'idea che i sentieri a volte possano trasformarsi in passerelle per improbabili sfilate non è così distante dalla realtà.

 

Sembra proprio che le mode che caratterizzano più spesso un contesto urbano (vale sia per gli outfit che per i fit check) si stiano diffondendo anche anche tra i rilievi, come conseguenza di una crescente frequentazione. 

 

Forse alcuni ricorderanno come, nel tempo, su social visuali come Instagram si siano sedimentate diverse estetiche, veicolate dal replicarsi di immagini molto simili pubblicate dagli utenti: le fotografie di spalle in uno scenario naturale con un impermeabile con cappuccio giallo; quelle con un cappello da ranger (o di paglia) in testa, tenuto fermo da una mano; quelle con un vestito leggero (quasi sempre frutto di un cambio d'abito tattico, per realizzare la fotografia desiderata dopo aver raggiunto la meta con un altro tipo di vestiario, più "canonico"). Tali elementi identificavano un'iconografia da reiterare e nella quale trovare un senso di appartenenza. 

 

Non staremo qui a disquisire su quale sia l'abbigliamento più adatto per le escursioni in montagna, né su come ci si vestiva un tempo (sarà sufficiente uno sguardo alle vecchie foto che ci ritraggono, per rendersene conto), né su quali siano le tendenze attuali (basterà guardarsi attorno, camminando sui sentieri o sulla terrazza di un rifugio), né su come l'evoluzione dei materiali tecnici ci abbia sì alleggerito il portafoglio ma anche lo zaino dal peso di felpe ingombranti e pronte a inzupparsi con la prima pioggia.

 

Risulta forse più opportuno tenere a mente che moda e società si intrecciano da sempre e spesso danno vita a contaminazioni e decontestualizzazioni che se da un lato suscitano perplessità, dall'altro generano apprezzamento e appartenenza. In questo articolo, Vogue Italia faceva notare la moda Gorpcore, che ha portato in città l'abbigliamento tecnico (dove perde evidentemente la sua funzione): "Il termine gorpcore (dalle iniziali di good old raisins and peanuts, lo snack di frutta secca amato da scalatori e camminatori, quelli veri) è stato coniato nel 2017 da Jason Chen, autore di The Cut (magazine newyorkese, ndr), che così voleva indicare il passaggio dallo stile normcore (lo stile che celebra la normalità intenzionale) a quello che ci vuole vestiti da montagna anche in un contesto urbano". Insomma, la moda di montagna scende in città e poi, a volte, torna in montagna.

 

Interessanti sono anche le tendenze inverse, come ad esempio la volontà di non fare da involontari testimonial (paganti) per quei marchi di abbigliamento e attrezzature tecniche che sono soliti proporre capi con loghi ben in vista. Un'ottima riflessione in tal senso è contenuta in questo blog, a firma di Federico Balzan: "La forma di resistenza più decorosa mi sembrò l'atto dello slogarsi, ossia di eliminare i loghi dai capi già acquistati e di evitare l'acquisto di ulteriori capi con logo in evidenza (quest'ultimo aspetto ahimè quasi impossibile)".

 

Sempre in tema di scelte di abbigliamento in montagna, di recente il magazine americano di settore Outside ha pubblicato un pezzo per commentare (stupendosi, in positivo) l'outfit usato dalla principessa del Galles per salire le tre cime più alte della Gran Bretagna in un'impresa personale dai risvolti solidali. Un'anonima maglietta, pantaloncini corti (da corsa), cappellino e scarponcini da trekking: alcuni hanno letto queste scelte come una sorta di manifesto in difesa della semplicità e di un equipaggiamento "just good enough", che assolve adeguatamente al proprio ruolo, senza fronzoli o dettagli costosi.

 

Il magazine lo propone come esempio per i propri lettori e osserva: "Se il fatto di non avere l'attrezzatura perfetta finora ti ha impedito di fare quell'escursione o di provare il trail running per la prima volta, chiediti: qual è la versione più essenziale di questa cosa di cui ho davvero bisogno per stare al sicuro, essere preparato e sentirmi a mio agio?". Il riferimento in questo caso non è tanto ai capi di abbigliamento modaioli ma a quelli tecnici più all'avanguardia: "Se si tratta di un'impresa sportiva importante, avere l'attrezzatura giusta conta, e anche molto. Ma per la maggior parte di noi 'persone normali', la differenza tra 'il meglio in assoluto' e 'ciò che ti porterà al traguardo' è minore di quanto si possa pensare. In fin dei conti, non è stata l'attrezzatura di Kate Middleton a portarla su quelle vette, ma la sua determinazione e la sua dedizione alla causa", conclude Outside.

 

Un richiamo alla sobrietà che, in fondo, non passa mai di moda.

 

 

Perché sentiamo il desiderio di creare un codice di abbigliamento per la montagna?

 

Per rispondere a questa domanda provando a gettare lo sguardo oltre alle strategie economiche su cui si sorreggono tanti post/reel come quello in questione, è necessario soffermarsi brevemente sulle logiche che possono indirizzare comportamenti e propensioni estetiche.

 

Infatti, dietro a scelte o a gusti personali, spesso si nascondono dinamiche sociali che, in tanti casi, hanno un ruolo attivo nel definire il senso di appartenenza all'interno di un gruppo.

 

Una spiegazione chiara di questa dinamica ce l'ha di recente offerta l'antropologo-divulgatore Riccardo Vedovato citando, in un video, La distinzione. Critica sociale del gusto di Pierre Bourdieu.

 

"Il gusto", spiega Vedovato parafrasando Bourdieu, "spesso non è una semplice questione di preferenza personale, ma di appartenenza. Viene determinato, insegnato e tramandato all'interno del proprio gruppo sociale. Il gusto marca le differenze tra gruppi".

 

Pertanto i nostri gusti, così come i codici che regolano i nostri comportamenti, si inquadrano in uno spazio identitario condiviso.

 

All'interno di questo processo, oggi i social network sembrano aver acquisito un ruolo importante: se da un lato possono essere teatro di incontro tra visioni anche molto differenti, dall'altro – quando l'utente adotta una navigazione passiva, ossia nella maggior parte degli accessi – si rivelano un potente marcatore identitario consolidando gusti, attitudini e prospettive sul mondo.

 

Il ruolo degli algoritmi è infatti quello di sondare le nostre predisposizioni per poi accompagnarci all'interno di una comunità online dove esse possono trovare riscontro.

Così iniziamo ad "abitare" quella comunità, lasciandoci influenzare e al contempo influenzando a colpi di post, commenti e like.

 

Alla luce di queste riflessioni, la recente tendenza social che sta coinvolgendo il macro-gruppo dei fruitori delle Dolomiti avrebbe anche una funzione non prettamente commerciale: stabilire l'abbigliamento che meglio si addice alle caratteristiche di queste montagne, infatti, potrebbe servire a individuare un'estetica condivisa e a sentirsi così parte di una comunità; di una sorta di club delle Dolomiti.

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