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Idee | 23 settembre 2026 | 06:00

"Oggi è un disastro: da piangere". Centinaia di turisti, in coda, per raggiungere i "viewpoint" di Tre Cime di Lavaredo e Cadini di Misurina: reportage da uno degli hotspot dell'overtourism nelle Dolomiti

Alcune montagne si stanno trasformando in una scenografia nella quale esibire le nostre ambizioni fotografiche: la meta finale del viaggio non sembra essere più l'estremità di un rilievo, ma il punto più fotogenico da cui ritrarlo. Inizia oggi - con l'obiettivo di osservare le dinamiche turistiche che stanno coinvolgendo le Dolomiti - una nuova rubrica de L'Altramontagna intitolata "Le Dolomiti nell'era dell'overtourism"

scritto da Pietro Lacasella

Inizia oggi, con l'obiettivo di osservare le dinamiche turistiche che stanno coinvolgendo le Dolomiti, una nuova rubrica intitolata Le Dolomiti nell'era dell'overtourism a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian. Attraverso una serie di reportage sul territorio, L'Altramontagna desidera approfondire un tema che, negli ultimi anni, sta innescando numerose discussioni relative alla gestione di una delle aree più frequentate della catena alpina. L'overtourism è un fenomeno circoscritto a pochi luoghi oppure diffuso in modo capillare tra valli e vette? Di cosa vanno in cerca, oggi, i turisti che si avventurano sulle Dolomiti? Quali sono gli atteggiamenti più comuni? Come vengono diretti i flussi?
Proveremo a rispondere a queste domande a partire dal resoconto del primo sopralluogo.

 

Il primo sopralluogo: dal viaggio in autobus al "viewpoint" dei Cadini di Misurina

 

"Vedrete più in su, a Misurina. Più in su è un disastro: da impazzire!"

 

Con le prime luci del giorno, le nebbie pettinavano abeti ed edifici come dita aperte di una mano infilate tra i capelli. Chiome, tetti o campanili spuntavano sospesi tra vapori a volte albini, a volte azzurrognoli, a volte rossastri.

 

Eravamo saliti da pochi minuti sull'autobus che, da Auronzo, ci avrebbe consentito di raggiungere l'omonimo rifugio (il Rifugio Auronzo). Da lì sarebbe iniziato il primo di una serie di sopralluoghi nati con l'obiettivo di raccontare con maggiore consapevolezza alcuni dei territori più frequentati delle Dolomiti, nell'era che in molti considerano del turismo di massa. Volevamo immedesimarci nell'esperienza di chi si inoltra in quei territori alla ricerca di scorci paesaggistici, atmosfere o richiami culturali che, nel tempo, hanno assunto un valore iconico. Provavamo il desiderio – prima di continuare ad analizzare un tema che, negli ultimi anni, ha mosso la penna di molti divulgatori – di immergerci in contesti spesso familiari, ma che ultimamente stanno andando incontro a rapide trasformazioni; di tornare all'ombra delle guglie argentate delle Dolomiti, allineando lo sguardo con quello di chi oggi le vede per la prima volta, magari dopo aver affrontato un lungo viaggio.

 

Fino a quel momento, tuttavia, nell'autobus quasi vuoto il turismo di massa era uno spettro lontano: il mezzo avanzava leggero, con la maggior parte dei sedili liberi, in un'atmosfera sussurrata da dormitorio. Assieme a noi cinque o sei persone, tutte salite ad Auronzo. Pochi altri avevano varcato la soglia dell'autobus nelle fermate successive.
Anche la Val d'Ansiei, imbevuta di vapore, rivelava una quiete profonda: non erano molti i veicoli o gli scarponi impegnati ad attraversarla alle prime luci del mattino.
Eppure, tra i pensieri, ogni tanto tornavano alla mente le amare considerazioni dell'autista, il cui accento rivelava origini romane:

 

"Vedrete più in su, a Misurina. Più in su è un disastro: da impazzire!"

 

Ogni tanto, tra le nebbie, si aprivano improvvisi squarci nel cielo, regalando ai passeggeri scampoli di Dolomiti. Allora tutti, con il naso appiccicato ai vetri dell'autobus e con l'entusiasmo dei pellegrini ormai prossimi alla meta, cercavamo con gli occhi le cattedrali rocciose che avevano motivato la gita: le Tre Cime di Lavaredo e i Cadini di Misurina. Ma Tre Cime e Cadini si facevano attendere all'interno di una scenografia preziosa, ancora nascosta dal sipario, in questo caso formato dai fumi che si alzavano dal torrente e dai boschi.

Ad accrescere l'attesa, come capitelli di una profana via crucis, si susseguivano insegne pubblicitarie o cartelli che, nelle sigle o nell'iconografia, richiamavano alcune tra le più celebri vette delle Dolomiti.


Fotografia di Pietro Lacasella (riproduzione riservata)

All'improvviso, scuotendo la testa, l'autista ci ha svegliati dal torpore: "Che vi avevo detto? Guardate un po' lì che roba".

 

Avevamo da poco superato il lago di Misurina quando, tra le nebbie pungenti dei 1700 metri, canalizzata da transenne metalliche, a bordo strada ha iniziato a profilarsi una lunga fila di persone. Erano tutte accuratamente predisposte (almeno questo suggeriva l'abbigliamento) ad affrontare un trekking in montagna. Alla vista dell'autobus, la coda infreddolita è stata attraversata da un fremito, come quella di un serpente bagnata dal primo raggio del mattino.
In quel momento l'autista si è improvvisamente trasformato in bigliettaio e, in men che non si dica, lo spazio, da vuoto che era, è stato portato alla saturazione. Tanto che, a un collega di passaggio che gli chiedeva come stesse andando, lui con amarezza rispose:

"Oggi è da piangere!"

Quando l'ultima persona, con fatica, è riuscita ad entrare, il mezzo è ripartito, lasciando a terra una fila di persone che ne frattempo, anziché accorciarsi, si era allungata.


Fotografia di Pietro Lacasella (riproduzione riservata)

Oggi, per raggiungere il Rifugio Auronzo dal Veneto (come abbiamo fatto noi), il turista ha cinque possibilità.
La prima – senza dubbio la più impegnativa – è quella di imboccare uno dei sentieri che, dalla Val d'Ansiei, si arrampicano sul versante orientale.
La seconda – sicuramente la più comoda – consiste nel prenotare un posto-auto nel parcheggio del rifugio: nonostante costi 40 euro al giorno la richiesta è altissima e le possibilità di prenotare con scarso anticipo sono quindi limitate: è necessario organizzarsi per tempo e confidare che il meteo sia clemente.
La terza e la quarta opzione si somigliano e trovano un minimo comune denominatore nell'autobus: si può salire lungo la Val d'Ansiei, pagando un piccolo supplemento (terza opzione), oppure a Misurina (quarta opzione) acquistando al prezzo di 10 euro il biglietto per il Rifugio: la maggior parte della gente parcheggia l'automobile a Misurina, ed ecco spiegata l'origine della lunga fila.
L'ultima possibilità, la quinta, sembra essere una prerogativa dei turisti più giovani e, solitamente, statunitensi: l'autostop (confidando su coloro che sono riusciti a riservarsi un posto nel parcheggio del rifugio).

 

Appesantito, il nostro autobus arrancava sulle rampe che precedono il Rifugio Auronzo, ancora avvolto da nebbie che, ora, andavano sfilacciandosi. Parlate di tutto il mondo si sovrapponevano eccitate: in tanti provavano a ipotizzare che cosa avrebbero visto di lì a breve; quali montagne, quali paesaggi, quali valli, quali rifugi. Di bocca in bocca, piegati dalle diverse inflessioni linguistiche, rimbalzavano sempre gli stessi nomi, formando una geografia semplice e precisa: Tre Cime, Cima Grande, Cima Ovest, Cima Piccola, Cadini di Misurina, Rifugio Auronzo, Rifugio Lavaredo, Rifugio Locatelli. Qualche sporadica voce (che proveniva soprattutto da chi si era attrezzato per affrontare una via ferrata) azzardava il nome del monte Paterno. Qualcun altro commentava in italiano: "Credevo non ci fosse tanta gente considerato che siamo a fine settembre. Ma qui siamo ai livelli di agosto".

D'un tratto, a circa un chilometro dal capolinea, la nebbia è sparita e il sipario si è aperto, proiettandoci in una dimensione luminosissima. L'impressione era quella di fluttuare, tra un arcipelago di crode, sul mare nebuloso che trasformava le valli in fiordi color latte. Montagne e nuvole s'innalzavano all'improvviso attorno a noi, come sfiati di balena.


Fotografia di Pietro Lacasella (riproduzione riservata)

Pochi minuti più tardi, quando finalmente le porte dell'autobus si sono spalancate, siamo scesi sparpagliandoci assieme agli altri viaggiatori sul pianoro dove si affaccia l'imponente rifugio. Era iniziata una nuova fase di questa sorta di pellegrinaggio moderno: il rito adesso prevedeva di tenere smartphone o macchina fotografica a portata di mano, e di incamminarsi alla ricerca dei più famosi scorci paesaggistici.

Eravamo scesi appena da qualche minuto, quando una coppia di olandesi si è avvicinata per domandarci se sapessimo quale sentiero portasse al "viewpoint", sia per fotografare i Cadini di Misurina, che per mettersi in posa con i Cadini di Misurina sullo sfondo. Da lì a qualche istante, la stessa domanda ci è stata rivolta da una comitiva di francesi.
Abbiamo allora deciso che, per mantenere fede ai propositi di ricerca, il "viewpoint" sarebbe diventato anche la nostra prima meta. Sembrava appunto imperdibile, tanto che, perfino Google Maps segnalava il particolare valore panoramico di quell'ambita postazione.


Fotografia di Pietro Lacasella (riproduzione riservata)

Camminavo accompagnato da una sensazione particolare (tutt'altro che sgradevole, devo ammettere), rinnovata di passo in passo da una profonda curiosità. Avevo infatti la percezione che, quel giorno, la destinazione non fosse un tal picco, una tal parete, una tal malga, un tal rifugio (come avviene di consuetudine per chi sale in montagna), ma un preciso punto panoramico, capace di trasformarsi nello sfondo ideale dei nostri scatti.
Stringendo con le mani gli spallacci dello zaino, avanzavo riflettendo che, alcune montagne (quelle che meglio appagano l'idea di montagna che si è diffusa nella società), si stanno trasformando in una scenografia nella quale esibire le nostre ambizioni fotografiche. Oggi, la meta finale del viaggio non sembra essere più l'estremità di un rilievo, ma il punto più fotogenico da cui ritrarlo.
Il modo di approcciarsi al territorio si sta quindi adeguando a un mondo ingordo di immagini.


Fotografia di Pietro Lacasella (riproduzione riservata)

Attorno a noi, i prati erano solcati da un fitto intreccio di sentieri, originato da una frequentazione sempre più assidua. Una sola traccia era ormai insufficiente per consentire un deflusso agile: così, impronta dopo impronta, sono nati nuovi segni, nuovi percorsi, nuove "corsie", nuove scorciatoie.
Sui ritagli di prato ancora liberi dal calpestio, diversi turisti hanno preso l'abitudine di comporre, con i sassi, scritte o sigle capaci di testimoniare il loro passaggio: forse è un modo per "firmare" un paesaggio celebre, nell'illusione di prolungare l'esperienza quando sta volgendo al termine.


Fotografia di Pietro Lacasella (riproduzione riservata)

A mano a mano che il traguardo si avvicinava, la morfologia del rilievo portava i sentieri a convergere in un'unica grande cengia. Un ballatoio largo un metro e mezzo che favoriva un'esile pausa orizzontale in quel mondo rivolto all'ingiù. Il "viewpoint" nasce proprio da lì, emanazione di quella cengia: per una fortuita circostanza geologica, le rocce si allungano verso il cielo nell'esatto momento in cui, al di là della valle, i Cadini esibiscono la loro slanciata austerità. Sembrava quasi fatto apposta, come se la montagna, nel processo di formazione, fosse stata colta da uno slancio di generosità. Quel pulpito, affacciato prima sul vuoto e poi tra i denti affilati di Misurina, offre infatti al turista l'irripetibile occasione di diventare soggetto di una tra le più apprezzate e replicate – dall'epoca romantica in avanti – composizioni pittoriche (prima) e fotografiche (poi) in ambiente alpino. Superando funambolicamente il cordone ombelicale di terra battuta che connette, come un istmo, il pulpito al massiccio principale, chi vi arriva può farsi immortalare in una posizione aerea, al centro di una cornice di dolomia tutta picchi, instabili guglie, sfasciumi di roccia. Un paesaggio struggente nella sua immensità, capace di elevarci per qualche istante sulla caducità del nostro vivere; di farci viandanti del nostro tempo, così come Caspar David Friedrich, con il celebre dipinto, si fece viandante del suo.


Fotografia di Pietro Lacasella (riproduzione riservata)

Ecco allora che, alla base del pulpito, una nutrita folla aspettava di recitare – forse con meno senso panico e struggimento interiore rispetto a Friedrich – la parte del viandante. Una o due persone alla volta (ma anche piccoli gruppi) affrontavano l'istmo per raggiungere la sommità di quel punto particolarmente favorevole alle fotocamere: tutti gli altri attendevano educatamente in coda il proprio turno.
Quel mattino, però, nonostante il bel tempo, qualcosa aveva preso una piega sfavorevole. L'aria umida della valle, infatti, era rimasta impigliata sulle aguzze vette dei Cadini di Misurina: non riuscendo a liberarsi, andava addensandosi fino a coprire lo sfondo. Non è un fenomeno insolito per le Dolomiti, tant'è che Dino Buzzati arrivò a chiedersi: "Sono pietre o sono nuvole?". Tuttavia, riflettevo, per chi giunge da lontano (e in quella coda, tra asiatici, statunitensi, e diversi rappresentanti del mosaico europeo, di gente che arrivava da lontano ce n'era eccome) doveva rivelarsi un'enorme delusione. Ore e ore a sognare una fotografia – proprio quella fotografia ammirata centinaia di volte sui social network – e poi, quando arriva il tuo turno, il panorama scompare in una coltre biancastra. L'agognato simbolo, i famosissimi Cadini di Misurina, non si decideva a rivelarsi. Senonché, proprio in quei minuti, è avvenuto ciò che mai avrei immaginato: i viandanti del nostro tempo si sono fatti forza e, incuranti della scarsa visibilità, hanno ripreso a salire per farsi immortalare su un lenzuolo di roccia avvolto nel bianco. Niente Cadini, niente Dolomiti, niente montagne: dai vapori emergevano a malapena il "viewpoint" e la sagoma del turista.

 

In quel momento le mie impressioni hanno trovato conferma: il viandante contemporaneo, infatti, non sembra essere solo alla ricerca di una scenografia all'interno della quale inserirsi, ma anche del punto esatto da cui quella fotografia può essere scattata. In tal modo, il pulpito di roccia assume un valore uguale, se non superiore, rispetto alle montagne che si stagliano sullo sfondo.
Pertanto, in questo mondo che mastica immagini da mane a sera, l'esperienza sembra esaurirsi quando, postando una fotografia, è possibile dimostrare di essere stati nel "viewpoint". Il pulsante "condividi" rappresenta l'attimo ultimo del rituale; il gesto simbolico che oggi consente di tornare a casa soddisfatti, di andare in pace.

 

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Le Dolomiti nell'era dell'overtourism

Attraverso una serie di reportage sul territorio, con questa rubrica a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian, L'Altramontagna desidera approfondire un tema che, negli ultimi anni, sta innescando numerose discussioni relative alla gestione di una delle aree più frequentate della catena alpina. L'overtourism è un fenomeno circoscritto a pochi luoghi oppure diffuso in modo capillare tra valli e vette? Di cosa vanno in cerca, oggi, i turisti che si avventurano sulle Dolomiti? Quali sono gli atteggiamenti più comuni? Come vengono amministrati i flussi? Proveremo a rispondere a queste domande a partire dai sopralluoghi "sul campo"

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