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Attualità | 28 ottobre 2026 | 06:00

Un amministratore delle Dolomiti sta provando a ridurre il turismo di massa delle Tre Cime di Lavaredo: "Oggi è esagerato, bisogna mettere dei limiti"

Se il sistema di prenotazione dei parcheggi ha risolto le code delle automobili, rimane il problema delle lunghe file per gli autobus. Come risolverlo? Secondo Nicola Bombassei è necessario ridurre i flussi iniziando a contingentare a partire dal fondovalle. Le proposte prese in considerazione dal comune di Auronzo di Cadore spaziano da una migliore organizzazione del servizio navetta, al progetto di un nuovo impianto a fune che sale da Misurina

Prosegue, con l'obiettivo di osservare le dinamiche turistiche che stanno coinvolgendo le Dolomiti, la rubrica Le Dolomiti nell'era dell'overtourism a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian. Questa puntata - nata dal sopralluogo sul campo alle Tre Cime di Lavaredo (QUI i precedenti) - prova ad approfondire, insieme a un amministratore, le strategie di gestione dei flussi turistici che stanno provocando una pressione eccessiva sul territorio.

 

 

Come gestire i flussi turistici delle Tre Cime di Lavaredo?

 

Il turismo può portare linfa a una comunità, attraverso soldi, lavoro e servizi. Se mal gestito, però, può anche soffocarla. Questo è emerso dalle prime battute scambiate con Nicola Bombassei.

 

Basette lunghe, come il viso; occhi scattanti che rivelano una profonda passione per la fotografia; i movimenti misurati sembrano un'estensione della voce, altrettanto misurata. Nicola è consigliere comunale ad Auronzo con delega alla gestione degli accessi alle Tre Cime di Lavaredo. Rientrati dal nostro sopralluogo ci siamo rivolti a lui per capire come, sulla sponda veneta, si stanno provando a governare i flussi turistici che interessano quest'area.

 

"Da otto anni mia moglie ha un ristorante a Misurina, dove l'intensità turistica è particolarmente percepibile. I cambiamenti del turismo li vivo quindi da vicino, in parte anche sulla mia pelle, e sono cambiamenti evidenti, a partire dai numeri. I primi due o tre anni, al pomeriggio, potevamo prenderci una pausa stando tranquilli al bar, e fare due chiacchiere. Adesso il flusso turistico è costante e obbliga a non fermarsi mai. Non è più vivibile: così per noi è esagerato: troppo, troppo, troppo. Non è più la Misurina di una volta (e con di una volta intendo cinque anni fa).
Anche un tempo qui c'erano molti turisti, ma il turismo di massa, per come lo conosciamo oggi, è arrivato all'improvviso, con la medesima e inaspettata irruenza di una valanga. Ora come ora, non credo si possa fermare. Almeno noi del posto non abbiamo gli strumenti per farlo. Quello che possiamo fare, però, è cercare di intervenire nella gestione per tutelare gli hotspot più interessati. Perché alla fine è attorno a quelli che si concentra la maggior parte dei visitatori".

La rapidità delle trasformazioni sembra provocare una sensazione di profondo spaesamento in chi abita il territorio e in chi, come nel caso di Nicola, ha un ruolo attivo nella gestione. La percezione di molti è infatti quella di vivere in un paese che – almeno durante i periodi di grande pressione turistica – non è più paese. Non è più il posto in cui si è nati, si è cresciuti e dove sono maturate la vita e l'esperienza lavorativa.
Inoltre, spiega Nicola, oltre all'incremento dei numeri gli operatori del settore riscontrano un cambiamento anche nelle abitudini dei turisti; trasformazioni che possono incidere sul tempo libero dei residenti e sulle necessità dei "lavoratori d'alta quota", come le guide alpine:

 

"Fino a pochi anni fa, ad esempio, nel campeggio di Auronzo della valle c'erano solo alpinisti o persone che andavano a camminare. Se passavi di là a metà mattina non trovavi nessuno, perché erano tutti in giro a camminare. Adesso, a quell'ora, ci sono ragazze che si truccano, ragazzi che fanno la doccia e si preparano per salire alle Tre Cime nel pomeriggio. Tutto è in funzione di un'esperienza, diciamo 'fotogenica'. Nel giro di 2-3 anni è cambiato tutto, ma adesso è difficile tornare indietro perché non puoi impedire alla gente di venire qui, né di selezionare chi ha diritto o meno di accedere a questi territori. Però, ovviamente, questo tipo di turismo soffoca o scalza precedenti forme di frequentazione della montagna, incidendo ad esempio sulla gente del posto che, magari, ha l'esigenza di salire in quota anche per lavoro.
Noi, come amministrazione, abbiamo comunque cercato di agevolare le guide alpine tenendo dei posti-auto riservati nei parcheggi, a cifre agevolate. Però è l'unica cosa che possiamo fare perché non riusciamo riservare il posto a tutti e, infatti, i nostri paesani si sono lamentati: ci dicono che non salgono più ad arrampicare o a camminare alle Tre Cime perché è diventato molto difficile trovare parcheggio in zona. Il cambiamento è stato troppo veloce".

 

Considerati questi aspetti, gli accessi alle Tre Cime rappresentano un nodo critico per Misurina e, più in generale, per tutta la valle: se mal governati rischiano, a cascata, di provocare delle ricadute negative non solo sulla qualità dell'esperienza turistica, ma anche sulla qualità della vita dei residenti.

 

Un primo importante passo però è stato fatto, ci spiega Nicola senza nascondere un certo orgoglio: "Dalla scorsa estate, gli accessi alla strada che dal Lago di Misurina sale al parcheggio del Rifugio Auronzo (e, quindi, accompagna a breve distanza dalle Tre Cime), sono esclusivamente su prenotazione.

Prima, infatti, i visitatori salivano tutti insieme e, fin dal mattino presto, si formavano lunghe code di auto. Devo dire che questo sistema ha funzionato subito incredibilmente bene: abbiamo indovinato quante macchie fare entrare ogni ora. Così non si è verificato un calo di accessi: sono stati semplicemente diluiti nel tempo, nei giorni, nelle ore. È la classica goccia che entra sempre e, alla fine, riempie il bicchiere.

In tanti, tuttavia, continuano ad arrivare a Misurina senza prenotazione: soprattutto gli italiani, che ci provano sempre. Gli addetti spiegano loro che non c'è posto, quindi cercano un parcheggio per provare a salire a piedi o in corriera. Anche per questa ragione oggi, a Misurina, alla fermata del bus si formano lunghe file".

 

"Quindi la prenotazione del parcheggio del rifugio Auronzo ha risolto il problema delle auto?", ho domandato per conferma. Negli anni, infatti, quello delle lunghe file per raggiungere in macchina la lingua di asfalto più vicina alle Tre Cime era diventato un ritornello editoriale, dalle parole e dai titoli sempre uguali, spesso accompagnati dalla profezia di Dino Buzzati che nel 1952 scrisse sul Corriere della Sera:

 

La strada delle Cime di Lavaredo, si afferma, diventerà famosa in tutto il mondo, porterà migliaia e migliaia di turisti. Al paragone, gli altri percorsi dolomitici spariranno addirittura. Verranno dunque forestieri in folla, si apriranno nuovi ristoranti, alberghi, chioschi, garages, eccetera. Molta gente insomma avrà da lavorare che adesso non lavora. È vero. Ma si può citare la storia di quel tale, che, il latte della mucca non bastando alla famiglia, ebbe la bella idea di macellarla. Sì, moglie e figli si ingozzarono di carne. E dopo? Verranno sì lunghissimi cortei di macchine italiane e forestiere, verranno franchi, dollari e sterline. E dopo? Si è sicuri che dopo il conto torni?". E poco dopo: "Quando la strada fosse pronta, chi riuscirebbe a trattenere la frenetica valanga di arnesi a sei, a quattro, a tre e due ruote, ansiosi di far rintronare la maestà solinga delle crode? Con che vandalico entusiasmo l'immondo coro degli scappamenti devasterà i purissimi silenzi".

 

"Sì, posso affermare che la prenotazione ha risolto completamente il problema delle code delle automobili", ha risposto Nicola mentre con una mano lisciava una basetta.

 

"In ogni caso", l'ha incalzato Valentina, "diciamo che si è innescato un altro problema, da te già accennato e che abbiamo avuto modo di vivere in prima persona salendo al Rifugio Auronzo: quello delle file di chi attende l'autobus a Misurina".

 

"Sì, avete ragione. È proprio così perché comunque c'è sempre tanta gente che vuole salire: noi abbiamo già chiesto a Dolomitibus di pensare a più corse, ma anche di prevedere la prenotazione per gli autobus che portano alle Tre Cime e che, come avrete visto, ora non è richiesta. La prenotazione a mio parere rappresenta l'unica possibilità che abbiamo di liberare un po' Misurina, che ora è diventata un grande parcheggio o una sala d'attesa a cielo aperto (e mi riferisco appunto alle code per gli autobus) per le Tre Cime. L'idea è quindi quella di regolare i flussi a valle: si può prendere l'autobus solo con prenotazione. Una sorta di filtro, per evitare che migliaia di turisti arrivino contemporaneamente, nella speranza di trovare un posto libero nell'autobus. Se fosse per noi, avremmo già attivato questo sistema. Confido che Dolomitibus accolga la nostra proposta: a mio parere è l'unico modo per evitare il caos che avete vissuto anche voi. Anche perché poi le code si formano anche in discesa, come avrete visto, alla fermata del Rifugio Auronzo".

 

"Che poi è un po' quello che fanno già sul versante altoatesino, no?", ha domandato nuovamente Valentina.

 

"Proprio così. Non serve inventare niente".

Nicola, come spesso accade confrontandosi con chi abita la montagna, aveva un modo di parlare schietto, diretto, privo di formule convenzionali o di messaggi abilmente nascosti tra un sorriso e una lusinga. Ogni tanto limava le basette con i polpastrelli, un gesto spontaneo che evidentemente serviva a raccogliere i pensieri. Poi i pensieri, quando prendevano forma, venivano tradotti in parole chiare. Insomma: Nicola non sembrava avere il timore di presentare le criticità di un sistema che ha comunque garantito a Misurina, ad Auronzo e a parte della Val d'Ansiei maggiori sicurezze economiche. Avere le Tre Cime di Lavaredo – come abbiamo visto simbolo di respiro universale – a un tiro di schioppo è oggi una fortuna; un tesoretto.
Raccontare gli effetti collaterali del turismo di massa non è quindi una scelta semplice per un amministratore: di frequente infatti, proprio perché il turismo ha seminato benessere in molte vallate alpine, gli abitanti dei territori montani tendano ad accettare passivamente anche le espressioni meno virtuose dell'industria turistica; in tanti le percepiscono come un effetto collaterale (un male inevitabile) della prosperità e giudicano, anche duramente, chi si azzarda a esibirle pubblicamente.

 

Così Nicola, facendo riferimento a uno studio condotto dalla Fondazione Dolomiti Unesco e dall'Università Cà Foscari di Venezia, non nasconde la necessità di iniziare a contingentare le visite, sino a individuare una soglia oltre la quale non si può più andare. Una scelta che, di primo acchito, potrebbe risultare controproducente (meno turisti significa un numero inferiore di potenziali clienti), ma che, alla lunga, avrebbe un effetto decomprimente sulla valle – alleggerendo la pressione sociale e ambientale – e sulla qualità dell'esperienza turistica.

"Secondo una mia stima, negli ultimi anni, in alta stagione, quando non piove, alle Tre Cime salgono quotidianamente circa 13.000 turisti al giorno. Mi spiace doverlo dire, ma sono davvero troppi. L'idea è dunque quella di contingentare partendo dal basso: avevamo pensato a un limite di 4.000 persone; di 4.000 biglietti giornalieri".

 

Dopo una breve pausa e una carezza alla basetta destra ha aggiunto: "Magari, per raggiungere questo obiettivo, potrebbe venirci incontro la realizzazione di un nuovo impianto di risalita".

 

Ho guardato Valentina, incontrando nei suoi occhi la mia stessa perplessità. Un altro impianto a fune? E perché mai? E da dove? E per quale motivo? Non rischia di aumentare la portata dei flussi turistici e, quindi, di risultare controproducente rispetto ai propositi fino a quel momento enunciati? Serve proprio una nuova infrastruttura in zona?

 

Considerato che Nicola parlava schietto ci siamo fatti coraggio, sottoponendogli i nostri dubbi.

 

"L'impianto", ha iniziato a spiegarci, "partirebbe da Misurina e porterebbe al Rifugio Auronzo. Lo stesso percorso dei bus, insomma, solo che permetterebbe di eliminare tutti i mezzi dalle Tre Cime. Se il progetto venisse approvato, il percorso che dovrà seguire il turista del futuro per salire alle Tre Cime dalla nostra valle potrebbe diventare più o meno il seguente: si lascia la macchina ad Auronzo (dove avremmo già la possibilità di ricavare un grande parcheggio), lì si prende il bus (che bisogna aver prenotato) fino a Misurina dalla quale si sale ai piedi delle Tre Cime con l'impianto di risalita. Abbiamo calcolato che, in questo modo, risparmieremmo CO2. L'impianto è inoltre più silenzioso. Abbiamo anche trovato una linea di salita abbastanza nascosta, che non dovrebbe avere un grosso impatto visivo sulla valle".

 

Qualcosa, tuttavia, non mi tornava: "Nicola, però l'impianto, paradossalmente, potrebbe portare ai piedi delle Tre Cime ancora più gente, perché le cabinovie moderne, se non sbaglio, trasportano anche 2000-3000 persone all'ora. Mi sembra una scelta contraria ai vostri obiettivi, a meno che non venga ridotta la sua portata oraria… non trovi?"

 

"Sì, infatti l'idea è quella di contingentare anche i posti della cabinovia".

 

Non eravamo ancora convinti: "Considerato che la strada che da Misurina al Rifugio Auronzo esiste già", ha chiesto Valentina, "perché scartare l'ipotesi di incentivare il servizio navette, migliorandolo come tra l'altro vorreste già fare, anziché realizzare una nuova infrastruttura in quota?"

 

"Una strada di montagna non costa poco in termini di gestione, non è sicura come un impianto di risalita. L'impianto di salita in montagna adesso è visto come qualcosa di brutto, ma secondo me potrebbe essere una risorsa usata come alternativa alle auto. In questo caso non è pensato per alimentare l'industria sciistica e il costo si ripagherebbe nel giro di pochi anni. Potrebbe restare aperto per 7-8 mesi all'anno e funzionare anche d'inverno, sostituendo le motoslitte che salgono quando la strada è chiusa a causa della neve".

Una volta rientrati a casa, Valentina ed io volevamo comprendere come l'opera era stata valutata dalle associazioni impegnate nella tutela dei territori montani. La ricerca ci ha subito regalato un'interessante considerazione di Luigi Casanova, presidente dell'associazione ambientalista Mountain Wilderness (spesso in prima fila contro nuovi progetti di infrastrutturazione della montagna): "Un impianto non è uno scandalo", sosteneva in un intervista rilasciata al quotidiano online Il Dolomiti, "ma servono garanzie certe e di lungo periodo sul fatto che attorno ad esso non nascano altre infrastrutture, altrimenti i dati sull'abbattimento della CO2 sono solo un esercizio teorico. E soprattutto serve un coordinamento di alto profilo scientifico e tecnico che superi la visione di ambientalisti, club alpini, operatori economici e solo la Fondazione Dolomiti Unesco può darlo".

 

Sempre cercando in rete, con un editoriale pubblicato a inizio 2025, l'associazione ribadiva che il "tema complesso, fonte di tanti conflitti" del nuovo impianto di risalita, dovrebbe essere seguito dalla Fondazione Dolomiti UNESCO, attraverso il coordinamento "di un percorso partecipato che porti alla soluzione del problema".

 

"Percorso partecipato".

 

È bello evidenziare queste parole, custodi di un principio imprescindibile per una società viva, attiva, artefice del proprio destino. Se "percorso" infatti suggerisce un processo in divenire, "partecipato" invita al dialogo tra diversi portatori d'interessi, siano essi amministrazioni, imprese private e cittadini. "Percorso partecipato" è l'esatto contrario di una decisione calata improvvisamente e forzatamente dall'alto.

 

Il paesaggio, in questo modo, viene modellato per mezzo di un esercizio collettivo; le decisioni, filtrate dal compromesso e dall'attenzione per le altrui idee/sensibilità, si svincolano da una prospettiva individualista per assumere uno spessore comunitario.

Ecco allora che un percorso partecipato potrebbe trasformare il dibattito sull'impianto a fune – al di là della decisione di realizzarlo o meno – in un'occasione di confronto sociale sullo spigoloso tema del turismo di massa: non solo tra realtà interne alla Val d'Ansiei, ma anche tra regioni e province differenti (in questo caso tra Veneto e Alto Adige) in un'ottica di coordinamento comune di un fenomeno sempre più importante e pervasivo. Penso che tutti convengano sul fatto che il "turismo del campanile", in cui ogni comune fa da sé causando una gestione frammentata (mosaico di politiche territoriali spesso divergenti e in profondo contrasto), risulti oggi poco adatto alle Dolomiti, geografia che, all'estero, viene percepita compatta come un'isola nel cuore dell'Europa.

la rubrica
Le Dolomiti nell'era dell'overtourism

Attraverso una serie di reportage sul territorio, con questa rubrica a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian, L'Altramontagna desidera approfondire un tema che, negli ultimi anni, sta innescando numerose discussioni relative alla gestione di una delle aree più frequentate della catena alpina. L'overtourism è un fenomeno circoscritto a pochi luoghi oppure diffuso in modo capillare tra valli e vette? Di cosa vanno in cerca, oggi, i turisti che si avventurano sulle Dolomiti? Quali sono gli atteggiamenti più comuni? Come vengono amministrati i flussi? Proveremo a rispondere a queste domande a partire dai sopralluoghi "sul campo"

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