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Attualità | 27 ottobre 2026 | 12:00

"Ma dai, non sarete mica anche voi così allarmisti? D'estate ha sempre fatto caldo". Il rifugio risponde alle provocazioni: "Una nevicata precoce non smentisce il cambiamento climatico"

"Prima o poi arriva sempre qualcuno che chiede perché non si rimanga neutrali. Ma neutrale in che senso? Come si può essere davvero neutrali rispetto al cambiamento climatico?". Il lavoro da rifugista e il rapporto con il pubblico: dal Rifugio Maniago un appello ai propri clienti

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"Avvisiamo che il Rifugio è chiuso!

Siamo presenti solo per i lavori di chiusura e le pulizie.

Non effettuiamo servizio cucina né bar o panini.

Grazie per la comprensione.

P.S. una nevicata precoce non smentisce il cambiamento climatico antropico: i dati non sono opinabili quindi chiediamo di risparmiare eventuali commenti in dm, che poi quando vi riconosciamo dobbiamo accogliervi con biasimo o spiegare i grafici: è brutto e non abbiamo tempo.

Buon weekend!"

 

Fare il rifugista è molto più che un lavoro di accoglienza e ristorazione: è un presidio sul territorio, una figura che accompagna chi viene da fuori alla scoperta di un contesto ambientale e culturale e si interfaccia con un pubblico che – inevitabilmente – porta con sé le proprie idee e i propri preconcetti. Questo però – in montagna come in pianura – non manca talvolta di suscitare conflitti. Lo sanno bene Valeria e Federico, gestori del Rifugio Maniago ad Erto.

 

Tra i tavoli di un rifugio, così come accade spesso al bar, una nevicata in anticipo può diventare il pretesto per una provocazione ai "catastrofisti" del cambiamento climatico. Anche al rifugio Maniago sono state rivolte spesso opinioni caustiche su temi rispetto ai quali i rifugisti avevano scelto di esporsi: dall'origine antropica del cambiamento climatico, alla loro scelta di optare per un menù quasi interamente vegetariano (qui l'intervista).

 

Si tratta, in genere, di questioni che – prima ancora che la vita in montagna – sembrano interrogare lo stato di salute del confronto civile.

 

"Durante la stagione è capitato spesso che alcune persone, partendo da questi argomenti, facessero battute riconducibili al negazionismo climatico. Ricordo, per esempio, una signora che mi disse: 'Ma dai, non sarete mica anche voi così allarmisti? D'estate ha sempre fatto caldo!'. Sono discorsi che, purtroppo, si sentono ancora".

 

Non solo attraverso i social dunque, queste situazioni si verificano anche nelle conversazioni informali. Tutto inizia con le classiche domande su come stia andando la stagione, su come siano le condizioni del rifugio, dalle quali si finisce per parlare anche della scarsità d'acqua e del fatto che al rifugio dipendano dalle precipitazioni. Dal punto di vista di chi gestisce un rifugio, però, queste situazioni possono diventare particolarmente delicate.

 

"In quel momento sei un esercente che sta offrendo un servizio e devi anche pensare a come rispondere, perché l'ospitalità è una componente fondamentale del lavoro. Trovo poco rispettoso mettere una persona che sta lavorando nella condizione di dover ascoltare una provocazione, o comunque un'affermazione controversa, senza avere la possibilità di discuterne in modo costruttivo".

 

Non si tratta di negare il confronto, ma di evitare provocazioni e di scegliere lo spazio adatto per l'argomentazione. "Chi lavora non ha il tempo di fermarsi a discutere: deve accogliere i clienti, servire ai tavoli e continuare a svolgere le proprie mansioni. Si trova così nella posizione di dover ricevere un messaggio unilaterale, senza poter rispondere adeguatamente".

 

A questo si aggiunge il rischio che la conversazione degeneri. "Magari tu rimani calmo, tranquillo ed educato, ma non sai chi hai davanti e come potrebbe reagire. Succede anche di ritrovarsi con una recensione negativa perché il rifugista ha fatto notare a qualcuno che la sua interpretazione dei dati non è corretta. Non è quello il contesto in cui affrontare discussioni di questo tipo".

 

Ecco perché, i gestori del Maniago hanno deciso di pubblicare il loro piccolo sfogo sui social, frustrati da ripetute provocazioni di questo genere. "Per quanto riguarda il cambiamento climatico, cerchiamo di esporci con molta cautela. Non credo sia un momento particolarmente facile per chi gestisce un'attività esposta al pubblico, soprattutto quando non si tratta soltanto di un'attività commerciale, ma anche di una realtà profondamente legata al proprio territorio".

 

A volte basta davvero poco per suscitare reazioni negative, soprattutto confrontandosi con chi – piuttosto che un'idea – esibisce una certezza, senza essere disposto a metterla in discussione. A questo, si unisce poi la tendenza ad aspettarsi che un'esercente debba essere necessariamente neutrale.

 

"È accaduto anche ad altri rifugi, quando hanno preso posizione su questioni ambientali, umanitarie o di altro genere: prima o poi arriva sempre qualcuno che chiede perché non si rimanga neutrali. Ma neutrale in che senso? Come si può essere davvero neutrali rispetto al cambiamento climatico? Non credo che la neutralità assoluta sia possibile, né che debba necessariamente essere l'obiettivo di chi gestisce un rifugio e vive quotidianamente il territorio".

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