Pagine di un registro strappate e segni del fuoco: quando il vandalismo arriva in montagna. Dal Corno Grande del Gran Sasso al bivacco Desiati: così perdiamo tutti

Dopo il quaderno di vetta distrutto sulla cima più alta dell'Appennino, un nuovo episodio sul Gran Sasso riapre una riflessione sul rispetto dei luoghi e sulla funzione dei bivacchi. Dai social alla crescita della frequentazione dopo la pandemia: il problema non è chi sale in montagna, ma come sceglie di starci

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Le pagine di un registro strappate, i segni del fuoco, un luogo pensato per accogliere chi attraversa la montagna lasciato nel degrado. Quanto accaduto al bivacco Piergiorgio Desiati, sul Gran Sasso, non è soltanto un danno materiale: è una ferita a uno spazio che appartiene alla comunità di chi frequenta e custodisce la montagna.
A segnalare la situazione è stato l'alpinista Paolo Boccabella, durante un sopralluogo nella struttura, un tempo conosciuta come bivacco Giorgio Lubrano e oggi dedicata alla memoria di Piergiorgio Desiati, tecnico del Soccorso alpino e speleologico. La visita era legata alla fase preliminare di un progetto per l'installazione di una stazione meteorologica a beneficio della collettività. All'interno del bivacco, il registro delle visite era stato distrutto: alcune pagine sarebbero state utilizzate anche per accendere il fuoco. Un gesto che cancella le tracce di chi è passato da quel luogo e colpisce il lavoro di chi si è impegnato per mantenerlo vivo.
La settimana scorsa avevamo raccontato quanto accaduto sulla vetta occidentale del Corno Grande, la cima più alta del Gran Sasso e dell'intero Appennino. Qui l'alpinista Vincenzo Brancadoro aveva trovato tra le pietre i resti del quaderno di vetta, con le pagine strappate e abbandonate. Un libro di vetta raccoglie nomi, date, pensieri, dediche e racconti. È una memoria fatta di piccoli frammenti personali che, insieme, restituiscono la storia di un luogo e delle persone che lo hanno raggiunto. Distruggerlo significa interrompere quel racconto e privare gli altri della possibilità di aggiungere il proprio.
L'episodio del Desiati arriva dopo quella scoperta e richiama situazioni denunciate negli ultimi tempi anche sulle Dolomiti, dove diversi bivacchi e registri sono stati presi di mira. Nelle Marmarole, per esempio, sono state strappate le pagine dei libri presenti in alcune strutture e, in un caso, sono stati danneggiati anche gli arredi.
La somiglianza tra alcuni episodi porta a interrogarsi su un possibile effetto di emulazione: gesti visti, raccontati e forse ripetuti altrove. Non sappiamo però se quanto accaduto sul Gran Sasso sia collegato ai casi dolomitici, né se gli autori si siano ispirati a ciò che era successo sulle Alpi. Sarebbe sbagliato trasformare un sospetto in una certezza. Ciò che possiamo osservare è che comportamenti simili compaiono anche sulle montagne del Centro Italia. E che il vandalismo in quota non è un fenomeno nato oggi o confinato a un solo territorio.
Di fronte a questi episodi, la colpa viene spesso attribuita ai social media. È vero che una fotografia o un video possono rendere improvvisamente famosa una meta, attirare molte persone nello stesso luogo e, talvolta, presentare la montagna come uno scenario da consumare in fretta. Ma fermarsi a questa spiegazione rischia di essere riduttivo. Senza i social, oggi, molti territori avrebbero meno strumenti per farsi conoscere e raccontare il proprio patrimonio naturale, culturale e umano. Attraverso quelle stesse piattaforme passano la promozione dei borghi, le immagini delle montagne, i racconti delle comunità, gli appelli dei volontari e le informazioni sulla sicurezza. Anche la denuncia di un bivacco danneggiato o di un libro di vetta distrutto può raggiungere tante persone proprio grazie alla condivisione online. I social possono quindi amplificare comportamenti superficiali, ma possono anche contribuire a diffondere conoscenza e rispetto. La differenza la fanno i messaggi che scegliamo di pubblicare e, soprattutto, i comportamenti che portiamo con noi una volta arrivati sul posto.
Negli anni successivi alla pandemia molte persone hanno riscoperto il desiderio di stare all'aria aperta e di frequentare sentieri, boschi e montagne. È un interesse che può rappresentare una risorsa per i territori e un'occasione per avvicinare nuove generazioni a un patrimonio straordinario. Una maggiore frequentazione rende però più visibili anche comportamenti negativi: rifiuti abbandonati, strutture utilizzate senza cura, schiamazzi, danneggiamenti e poca attenzione per chi arriverà dopo. Questo non significa che chi si è avvicinato da poco alla montagna sia meno rispettoso, né che tutti gli escursionisti debbano essere giudicati per le azioni di pochi.
La conoscenza della montagna si costruisce nel tempo. Per questo è importante accompagnare chi arriva con informazioni chiare, condivisione di esperienze e buon esempio. Raggiungere un bivacco o una cima non richiede soltanto preparazione fisica: richiede anche la consapevolezza di trovarsi in un ambiente delicato, dove ogni gesto può avere conseguenze sugli altri.
L'inverno scorso ci arrivò un video girato al rifugio La Vecchia, sul Monte Sirente. Le immagini mostravano alcuni ragazzi salire sulla struttura e ballare sul tetto. Fortunatamente, per quanto ci è stato riferito, non furono arrecati danni. Non sarebbe corretto mettere quell'episodio sullo stesso piano della distruzione di un registro o di un atto vandalico. Il video offre però uno spunto di riflessione: anche quando non c'è l'intenzione di danneggiare, un luogo di montagna può essere trattato con leggerezza, come se fosse soltanto una scenografia per un momento da riprendere e condividere. Salire sul tetto di una struttura può essere rischioso per le persone e, a seconda delle condizioni, anche per la struttura stessa. Basta poco perché un gesto apparentemente innocuo diventi un problema, soprattutto in inverno, quando ghiaccio, neve e freddo rendono tutto più difficile.

Un bivacco è un riparo essenziale. Può offrire protezione dalle intemperie, un luogo dove attendere un miglioramento del tempo, riposare durante una traversata o affrontare una situazione imprevista. In caso di necessità, trovare una porta che si apre, una struttura integra e uno spazio utilizzabile può fare una grande differenza. Le caratteristiche e le regole cambiano da struttura a struttura: alcune sono sempre aperte, altre hanno modalità di accesso specifiche; alcune possono essere utilizzate anche durante itinerari di più giorni, secondo le indicazioni dei gestori. In ogni caso, chi si trova in difficoltà deve poter trovare aiuto e spazio.
Un bivacco non è un albergo gratuito: non ci sono personale di servizio, pulizie quotidiane o qualcuno incaricato di sistemare ciò che ogni visitatore lascia dietro di sé. Arredi, coperte e materiali eventualmente presenti sono beni comuni, spesso portati e mantenuti in quota grazie al lavoro di associazioni, volontari ed enti. Anche il registro può avere un valore pratico oltre che affettivo: le annotazioni lasciate dagli escursionisti possono, in alcune circostanze, fornire informazioni utili ai soccorritori impegnati nella ricerca di una persona dispersa. Non sostituiscono le comunicazioni e le precauzioni necessarie prima di un'uscita, ma rappresentano un'ulteriore traccia.
Usare correttamente un bivacco significa portare via i propri rifiuti, rispettare gli arredi, seguire le indicazioni del gestore, evitare fuochi dove non consentiti e lasciare il luogo pulito e disponibile per gli altri. Una regola semplice: lasciarlo almeno nelle condizioni in cui si vorrebbe trovarlo.
Quando un bivacco viene danneggiato, a pagare non sono soltanto coloro che dovranno ripararlo. A perdere qualcosa sono anche gli escursionisti che potrebbero averne bisogno, i volontari che se ne prendono cura e le comunità che in quei luoghi riconoscono una parte della propria storia. La risposta non può essere soltanto l'indignazione davanti all'ennesima fotografia. Serve continuare a raccontare la montagna, ma anche spiegare come viverla: nelle scuole, nelle associazioni, lungo i sentieri e sui social. Serve ricordare che dietro ogni struttura aperta c'è un lavoro, spesso silenzioso, e che ogni persona che la raggiunge ne diventa, anche solo per poche ore, custode.
Un libro di vetta, un bivacco, una panchina o un sentiero non sono proprietà di chi arriva per primo. Sono luoghi e strumenti condivisi, affidati alla responsabilità di tutti. Rispettarli significa permettere a chi verrà dopo di trovare non soltanto un riparo, ma anche il segno di una comunità capace di prendersi cura della montagna.












