Non c'è nulla di naturale nel provare piacere a scalare una vetta

"È l'usanza della tua gente a dettarti quel desiderio, è la tua cosiddetta cultura a infonderti il piacere della vetta al pari della gioia del panorama e del senso di elevazione che godrai da lassù". Il piacere tutto culturale espresso dal raggiungimento di una vetta è stato descritto con chiarezza e precisione dallo scrittore e alpinista Giovanni Cenacchi

Non c'è nulla di naturale nel provare piacere a scalare una vetta. Salire una montagna non è un istinto congenito alla nostra specie, ma un'esigenza culturale che ha preso slancio dal processo, appunto, culturale che, dal romanticismo in avanti, ha trasformato i territori montani da spazio di repulsione (erano considerati regione scomoda e inutile; una barriera geografica) a luogo di grande fascino.
Le montagne erano sempre lì, pressoché invariate nell'aspetto. A cambiare era stato lo sguardo culturale e, di conseguenza, il gusto collettivo.
Molti piaceri, molte passioni nascono infatti all'interno del sistema di valori che caratterizza una determinata cultura: considerato che la cultura è materia plastica e in costante trasformazione, allora quei piaceri e quelle passioni possono evolvere nel tempo. Si può quindi amare ciò che prima disgustava, e rifiutare ciò che prima ammaliava.
Un esempio chiaro di questa dinamica ci è stato fornito dall'antropologo Claude Lévi-Strauss che, in riferimento al cibo, faceva notare che "è buono da mangiare ciò che è buono da pensare". In effetti, ogni nicchia culturale è portata a scartare diversi cibi, magari anche ricchi di sostanze nutritive, soltanto perché esterni rispetto a una particolare consuetudine alimentare.
Il piacere tutto culturale espresso dal raggiungimento di una vetta è stato descritto con chiarezza e precisione dallo scrittore e alpinista Giovanni Cenacchi nel racconto Dolomiti cuore d'Europa:
"Non c'è nessun istinto e nessuna disposizione naturale che spinga a compiere un'impresa così inutile e pericolosa. Dunque se tu mai scalerai una cima vergine, quel piacere dell'ascendere, il piacere di scalare una cima vergine, non sarà un piacere del tutto tuo.
Sarai stato educato a quel piacere, al piacere di quella montagna, e al piacere della cima tra tutti i piaceri possibili nei tanti posti di quella montagna. Se l'esperienza della montagna fosse solo una questione tra te e te - ovvero solo una faccenda individuale - perché allora vorresti proprio la cima e non una costa di roccia, non una cresta qualsiasi, non un prato o un altro posto qualsiasi per quanto unico, per quanto speciale? È l'usanza della tua gente a dettarti quel desiderio, è la tua cosiddetta cultura a infonderti il piacere della vetta al pari della gioia del panorama e del senso di elevazione che godrai da lassù".


Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














