Lago di Sorapis: tra una foto e l'altra c'è chi si cambia i vestiti, come in una sfilata di moda. Le Dolomiti stanno diventando un set?

Si dirigevano verso un borsone, situato a breve distanza dal lago, per cambiarsi. Via l'abito fucsia e su quello scuro; via il berretto con il frontino e su quello di lana; via la camicia a scacchi e su il giubbotto invernale. A operazione ultimata, poteva iniziare una nuova sessione fotografica. Se il turismo si fa riflesso della società, ecco allora che davanti al Sorapis si manifesta, in tutto il suo splendore, quella che l'Enciclopedia Treccani ha definito "Algoritmocene"

Prosegue, con l'obiettivo di osservare le dinamiche turistiche che stanno coinvolgendo le Dolomiti, la rubrica Le Dolomiti nell'era dell'overtourism a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian. Questa è la seconda parte del sopralluogo al Lago di Sorapis (QUI la prima parte), e ha l'obiettivo di raccontare come appare la montagna quando viene trasformata in un set fotografico.
Le Dolomiti stanno diventando un set fotografico?
Come forse avrete notato, questa indagine non ha l'obiettivo di biasimare i comportamenti contestualmente inopportuni di alcuni singoli turisti. Il turismo credo sia infatti un fenomeno capace di riflettere in modo nitido il carattere di una società. Eventuali atteggiamenti inopportuni oppure una diffusa inconsapevolezza fanno dunque parte del bagaglio culturale che il turista porta con sé in montagna: più sono ampie le lacune educative e maggiore sarà la probabilità di vedere tra valli e vette atteggiamenti inadatti, soprattutto in un periodo storico caratterizzato da una maggiore frequentazione delle terre alte.
Risulta quindi più interessante provare a intercettare, descrivere e interpretare le tendenze maggiormente diffuse; quelle capaci di mettere in luce un'idea collettiva di montagna e il conseguente modo di rapportarsi a essa.
Torniamo allora sul sentiero 215. Con l'approssimarsi del lago, l'atmosfera sembra caricarsi di adrenalina; un'adrenalina da set fotografico come tra poco vedremo. Il fiatone scompare, le voci tornano a squillare e le gambe accelerano, impazienti di raggiungere l'agognata meta.
Un'ultima gobba – una sorta di duna coperta di mughi e di altri arbusti – nasconde lo specchio d'acqua ancora per qualche metro. Poi, quando il sentiero la scavalca, di fronte al turista si apre uno scenario singolarissimo: non tanto per le imponenti pareti di dolomia e nemmeno per la presenza del lago. È il colore dell'acqua – un azzurro pallido, opalescente e leggermente limaccioso – a trasformare il paesaggio, come la macchiolina che rende vivo un dipinto.

Una particolare tonalità, sovrastata da un enorme castello di dolomia, si fa dunque calamita per decine e decine di turisti e di fotocamere: anche quel giorno il lago sembrava essersi trasformato nel tappeto turchese di una sfilata. Tutto pareva essere in funzione dello scatto perfetto: c'era chi posava e chi fotografava, chi proferiva consigli ("spostati più a destra", "più a sinistra", "guarda verso la montagna", "accovacciati", "mettiti di profilo",…) e chi semplicemente osservata le non facile manovre per ottenere lo scatto perfetto. Ragazzi a petto nudo, a esibire a favor di obiettivo fisici costruiti in palestra; ragazze fedeli ai reel più "virali" dell'estate, che suggerivano l'outfit ideale da esibire sulle Dolomiti. Altri ancora, con minori velleità estetiche, si limitavano alla semplice foto-ricordo; qualche coppia all'ormai canonico selfie.

Il metodo antropologico invita, tra le altre cose, a cogliere ogni fenomeno adottando prospettive e angolazioni differenti. Così mi sono portato a bordo lago e, girandogli le spalle, ho tolto lo sguardo dai soggetti degli scatti per posarlo sugli autori delle fotografie. Si è quindi presentata, di fronte a me, evanescente tra i raggi del sole, una foresta di smartphone e macchine fotografiche: oscillava nel cielo, come mossa dal vento.

In questo fitto intreccio, alcune braccia sembravano muoversi con particolare concitazione: alzandosi, abbassandosi e spostandosi a destra e a sinistra, cambiavano rapidamente posizione come a cercare nuove inquadrature. Mi sono dunque avvicinato per osservare con più attenzione: un gruppo di ragazze scattava con fare compulsivo in direzione di un masso, trasportato in quel punto dal vecchio ghiacciaio e oggi scoglio a bordo lago. Quel masso fungeva da pedana. Vi saliva una ragazza alla volta. Le altre, predisposte come un plotone, puntavano e premevano, ma allo scopo di perpetuare la vita attraverso la fotografia. A rotazione si davano il cambio in cima allo scoglio. Saranno state cinque o sei. Tra un turno e l'altro, si dirigevano verso un borsone, situato a breve distanza, per cambiarsi. Via l'abito fucsia e su quello scuro; via il berretto con il frontino e su quello di lana; via la camicia a scacchi e su il giubbotto invernale; via le braghe lunghe e su quelle corte. A operazione ultimata, poteva iniziare una nuova sessione.

Dei rilievi, trasformati in teatro di posa, sembrava sopravvivere soltanto la componente estetica. Se il turismo si fa riflesso della società, come dicevamo, ecco allora che davanti al Sorapis si manifestava, in tutto il suo splendore, quella che l'Enciclopedia Treccani ha ironicamente definito, servendosi di un neologismo, Algoritmocene:
"Il periodo storico caratterizzato dall'influsso degli algoritmi, capaci di condizionare in modo opaco ma potente le decisioni umane, orientando la vita quotidiana, le abitudini di consumo e l'atteggiamento verso la realtà".

L'algoritmo, oggi, sembra premiare il Lago di Sorapis e di conseguenza chi, in quello scenario, si fa immortalare: in un luogo di massima suggestione troviamo gli ingredienti per inserirci con successo nel nostro tempo. Ecco spiegato perché, nonostante l'avvicinamento possa rivelarsi non facile, in molti si incamminano verso le acque turchesi.
[Se siete interessati ai prossimi reportage, continuate a seguire la rubrica]

Attraverso una serie di reportage sul territorio, con questa rubrica a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian, L'Altramontagna desidera approfondire un tema che, negli ultimi anni, sta innescando numerose discussioni relative alla gestione di una delle aree più frequentate della catena alpina. L'overtourism è un fenomeno circoscritto a pochi luoghi oppure diffuso in modo capillare tra valli e vette? Di cosa vanno in cerca, oggi, i turisti che si avventurano sulle Dolomiti? Quali sono gli atteggiamenti più comuni? Come vengono amministrati i flussi? Proveremo a rispondere a queste domande a partire dai sopralluoghi "sul campo"














