"Lago di Sorapis? È bellissimo, ma non ritornerei: è l'ultima volta che vengo qui. C'è troppa gente, troppo caos". I pericoli del sovraffollamento: bisogna limitare gli accessi turistici sulle Dolomiti?

Non occorre un occhio allenato per accorgersi che il rischio di un incidente (anche potenzialmente grave) è molto alto quando, sui tratti di sentiero che lambiscono lo strapiombo, decine di persone si incrociano o si superano, spesso con passo incerto. La frequentazione di massa può inoltre avere ripercussioni su ambiente e qualità dell'esperienza turistica. Al Lago di Sorapis è necessario contingentare gli accessi?

Prosegue, con l'obiettivo di osservare le dinamiche turistiche che stanno coinvolgendo le Dolomiti, la rubrica Le Dolomiti nell'era dell'overtourism a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian. Questa puntata - anch'essa nata dal primo sopralluogo sul campo (QUI le due precedenti) - prova ad analizzare le conseguenze negative provocate dalla frequentazione di massa del Lago di Sorapis e a riflettere sulla possibilità eventuale di limitare gli accessi.
Le code in montagna
Nella quotidianità, le code vengono da molti considerate un ostacolo inaggirabile: in determinati momenti della giornata strade, autostrade, supermercati, ristoranti spesso si gonfiano all'inverosimile dilatando i tempi e posticipando i nostri desideri. Pazienti, aspettiamo in coda davanti alle biglietterie, di fronte all'ingresso di cinema, teatri, musei, stadi, palazzetti, locali. Si possono incontrare code nei panifici così come nei negozi di frutta e verdura; in banca così come negli uffici pubblici; …
"Quante ore al mese passiamo in coda?", mi chiedo di tanto in tanto. "E in un anno? E nel corso di una vita?"
La coda sembra essere una dinamica tanto frequente da manifestarsi senza destare in noi un grande stupore. Stupore che invece può creare irritazione quando le fila si allungano all'interno di ambienti che la società tende a percepire come "a vocazione naturale": la montagna, abbiamo già visto in più occasioni, è sicuramente uno di questi. I territori montani, infatti, sembrano riuscire (e in parte riescono) ad affrancarsi dai fenomeni più frequenti e scomodi che affliggono i contesti urbani.
Eppure, anche tra i rilievi, soprattutto in seguito alla crescente attenzione turistica ad essi riservata, si può provare l'ebbrezza di sentirsi processionaria; in particolare quando lunghe code di turisti affollano i tracciati o i luoghi più gettonati.

Così è stato salendo al lago di Sorapis, specchio d'acqua turchese che, come un nido d'aquila, si trova incastrato nella morbida nicchia di un ambiente duro, tutto spigoli e strapiombanti lame di roccia.
Tra gli hotspot più noti e frequentati delle Dolomiti, il lago di Sorapis è forse il meno agevole da raggiungere. Una volta parcheggiata l'automobile al Passo Tre Croci o, poco a valle, nel grande parcheggio di Rio Gere (soluzione in tempi recenti opportunamente incentivata al fine di ridurre i ripetuti episodi di sosta selvaggia che si verificavano lungo la statale), è necessario infatti camminare un paio d'ore. Nessuna funivia e nessun altro escamotage infrastrutturale permettono di sottrarsi allo sforzo: un impegno minimo per chi è abituato a camminare in montagna, ma non indifferente per chi ha iniziato da poco.
E di "esordienti", procedendo verso il lago turchese, non se ne incontrano pochi: lo si percepisce un po' dal passo insicuro di molti, ma, soprattutto, dalle numerose calzature da montagna in ottimo stato: nuovissime, pulitissime, sfolgoranti, senza graffi e, penso, ancora profumate: proprio come solitamente si presentano quando escono per la prima volta dalla scatola.
Il sentiero 215 non è breve e sa impennarsi, raggiungendo discrete pendenze. Alla fatica fisica per molti si aggiunge quella psicologica: in alcuni tratti, infatti, il percorso si restringe, affacciandosi sullo strapiombo ed esponendo alle preoccupazioni del vuoto chi lo percorre. Si è quindi pensato di renderlo più sicuro offrendo a supporto del turista cavi d'acciaio a cui aggrapparsi o scalette metalliche per superare i passaggi più insidiosi.

Tuttavia, il problema non scompare a causa del sovraffollamento, anzi. Le stime di alcuni quotidiani e dei gestori del vicino Rifugio Vandelli informano che, in alta stagione, ogni giorno circa 2.000 - 3.000 persone si incamminano verso il lago. Un numero certo inferiore rispetto ai flussi richiamati dalle Tre Cime di Lavaredo, ma in ogni caso sorprendente considerato il carattere più minuto e severo del contesto.
Dei tre sentieri che collegano i parcheggi al lago, il più frequentato – forse perché presenta il minor dislivello – è senza dubbio il numero 215. Centinaia e centinaia di persone prendono quota contemporaneamente: incuneandosi nella traccia danno vita a una nuova processione laica; un serpentone dai mille colori che, avanzando come un elastico, quando giunge in corrispondenza dei passaggi più ripidi o più esposti (i "colli di bottiglia") rallenta, contraendosi fino quasi a fermarsi, per poi allungarsi quando le pendenze diminuiscono e la via si allarga.

Tre potenziali/effettivi problemi
È proprio nelle zone di contrazione che subentra la prima problematica: non occorre un occhio allenato per accorgersi che il rischio di un incidente (anche potenzialmente grave) è molto alto quando, sui tratti di sentiero che lambiscono lo strapiombo, decine di persone si incrociano o si superano, spesso con passo incerto. C'è infatti chi trema aggrappato al cavo d'acciaio, chi è costretto mollare per qualche istante la presa così da consentire il passaggio a coloro che procedono in senso opposto, chi rischia di scivolare a causa del fango e delle rocce levigate dall'usura.
Non penso di esagerare sostenendo che le caratteristiche del tracciato non si prestano ad ospitare in sicurezza una simile quantità di persone.

Vi è poi un secondo potenziale problema. Quando la presenza di visitatori diventa eccessiva, può causare degli squilibri ambientali, riducendo anche i benefici che tali attività turistiche offrono ai visitatori stessi: alla lunga si corre infatti il rischio di compromettere l'integrità naturale del territorio stesso che, paradossalmente, è proprio quanto i turisti spesso cercano in montagna.
Questa dinamica introduce il terzo problema: sul lago di Sorapis, come nel caso delle Tre Cime di Lavaredo, il sovraffollamento può infatti ridurre il valore qualitativo dell'esperienza. La soddisfazione del turista – spiega Corrado Del Bò nel libro Etica del turismo – "il più delle volte non ha a che fare con la reale disponibilità del bene, cioè con la capacità fisica di accedervi e di rimanerci, ma con la sua disponibilità a fruirne in condizioni ottimali. (…) Da questo punto di vista, la congestione non è un problema di scarsità del bene, ma di fruibilità insoddisfacente del bene".

Lo specchio d'acqua di Sorapis sembra oggi logisticamente inadeguato rispetto alla domanda: troppi visitatori si riversano attorno alle sue sponde. Purtroppo, non esistono studi (almeno così ci risulta) sulla capacità di carico ideale di questa incantevole destinazione turistica. Pertanto, dal punto di vista della capacità fisica (cioè la quantità di visitatori che può accedere senza che si verifichino impatti negativi) in assenza di dati, anche se la situazione sembra aver pericolosamente superato la soglia critica, è difficile giungere a una conclusione dettagliata; la percezione della capacità (il numero di visitatori accettabile prima che cali la soddisfazione dell'esperienza turistica) indica invece sensazioni abbastanza diffuse, che si possono efficacemente riassumere nelle parole di un ragazzo spagnolo con cui, proprio guardando il lago, ho avuto modo di confrontarmi:
"Qui uno deve venire una volta nella vita, ma per me è l'ultima. C'è troppa gente, troppo caos. Il lago è bellissimo, su questo non c'è dubbio, ma non ritornerei".
Contingentare?
Quando il numero delle presenze risulta eccessivo per le caratteristiche di una destinazione turistica, a volte può rivelarsi una soluzione saggia contingentare gli accessi allo scopo di prevenire danni irreversibili sugli ecosistemi naturali, sui turisti stessi e, in tanti casi, anche sulla qualità della vita dei residenti.
Le strategie pensate per ridurre il numero di turisti, informa sempre Del Bò, sono essenzialmente di due tipi. La prima utilizza la leva dei prezzi per disincentivare la visita di chi non è realmente interessato al luogo. "Due sono gli inconvenienti presenti in misure di questo tipo", dice ancora Del Bò: "Se il prezzo è troppo basso, in molti potrebbero essere comunque disposti a pagarlo, e il problema della congestione non viene risolto; se il prezzo è troppo alto, non possono sostenerlo alcuni o anche molti di quelli che sarebbero interessati a vedere quel posto, e il problema della congestione è risolto al prezzo di una discriminazione di 'censo'".
Il secondo metodo adottato per sfoltire una frequentazione eccessiva si riflette appunto nel contingentamento: una volta "che si è raggiunto il numero massimo di visitatori giudicato appropriato non si fa entrare nessun altro", così come ad esempio già avviene in molti luoghi d'arte o in alcune aree di elevato pregio naturalistico.

Per evitare l'adozione di iniqui e penalizzanti parametri economici, la strada della prenotazione sembra essere la più percorribile per un contesto montano come quello del Lago di Sorapis, senza ovviamente nasconderci che un provvedimento come questo è più facile suggerirlo che realizzarlo. Ulteriore conferma a quanto già pensavo è arrivata da alcuni miei contatti ampezzani (che hanno o che hanno avuto un ruolo nella pianificazione del territorio): essi invitano a osservare che eventuali restrizioni potrebbero venire facilmente aggirate, essendo complicato presidiare costantemente un'area così vasta.
I problemi elencati, tuttavia, suggeriscono di non abbandonare l'ipotesi di regolamentare i flussi e di avviare o perseguire il dialogo tra i soggetti competenti al fine di individuare una strategia solida ed efficace.
Ma come verrebbero accolte eventuali restrizioni dagli appassionati di montagna, tenendo presente che valli e rilievi per molti continuino a rappresentare uno spazio di assoluta libertà?
Se lo sono chiesti gli autori di Tu non puoi passare!, studio che ci ha di recente fornito un dato interessante: su un campione di 3000 tesserati del Club Alpino Italiano, "il 65,7% degli intervistati ha dichiarato la propria disponibilità ad accettare misure restrittive per l'accesso a luoghi specifici a fini di tutela ambientale".
Oltre alla protezione ambientale, che è stata indicata come la principale motivazione da 1032 intervistati, la ricerca informa che sono stati individuati altri tre importanti motivi di accettazione delle restrizioni: "(i) La generale mancanza di preparazione di chi pratica attività ricreative, (ii) la protezione dell'esperienza in montagna dal disturbo della folla e (iii) la garanzia della sicurezza dei frequentatori delle attività ricreative".

Insomma: se gli appassionati di montagna, a determinate condizioni, sembrano essere in parte pronti ad accettare eventuali limitazioni d'accesso, qual è il parere di chi, in montagna e con la montagna ci lavora? Per rispondere e per concludere, risulta interessante leggere alcuni passaggi di un'intervista che Emilio Pais Bianco, gestore del rifugio Vandelli (situato a pochi passi dallo specchio d'acqua turchese), ha rilasciato a Samuele Doria per L'Altramontagna:
"I sentieri si deteriorano per il continuo calpestio: una volta, salendo dal sentiero 217, quasi ogni giorno qualcuno si perdeva perché lo confondeva con i sentieri dei camosci; oggi quel percorso è diventato praticamente un'autostrada. Ci sono anche molti più rifiuti sparsi in giro e tutto l'ambiente è sottoposto a una pressione maggiore. Anche i servizi igienici vengono messi a dura prova e, quando le persone sporcano fuori dal rifugio, i danni ricadono sulla flora e sulla fauna. È un ecosistema delicato, che deve sopportare il passaggio di migliaia di persone ogni giorno".
"Questo problema", continua il gestore del Rifugio Vandelli, "esiste ormai in maniera consolidata da una decina d'anni, ma finora non è mai stata attuata una vera regolamentazione. Sono stati installati cartelli e segnaletica e c'è una maggiore presenza delle guardie e dei carabinieri, ma non possono essere qui in modo continuativo e onnipresente. Personalmente sarei favorevole a un sistema di contingentamento degli accessi, anche se significasse avere meno clienti. Credo che sarebbe un bene soprattutto per il territorio e per chi vive e lavora qui. Se fosse per me applicherei un tornello all'inizio del sentiero, accessibile su prenotazione fino a un certo numero di persone".
[Se siete interessati ai prossimi reportage, continuate a seguire la rubrica]

Attraverso una serie di reportage sul territorio, con questa rubrica a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian, L'Altramontagna desidera approfondire un tema che, negli ultimi anni, sta innescando numerose discussioni relative alla gestione di una delle aree più frequentate della catena alpina. L'overtourism è un fenomeno circoscritto a pochi luoghi oppure diffuso in modo capillare tra valli e vette? Di cosa vanno in cerca, oggi, i turisti che si avventurano sulle Dolomiti? Quali sono gli atteggiamenti più comuni? Come vengono amministrati i flussi? Proveremo a rispondere a queste domande a partire dai sopralluoghi "sul campo"














