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Idee | 28 settembre 2026 | 06:00

Ecco perché in molti girano le spalle alle montagne che circondano le Tre Cime di Lavaredo: i 4 motivi che le trasformano in un simbolo delle Dolomiti e in un magnete internazionale

Risulta comprensibile che i turisti arrivino anche da molto lontano per visitare le Tre Cime: esse, infatti, rispettano i quattro principali requisiti richiesti a un soggetto per diventare un simbolo internazionale. Il problema subentra nel momento in cui il potere magnetico del simbolo attira più persone rispetto a quelle che il territorio è in grado di ospitare

scritto da Pietro Lacasella

Prosegue, con l'obiettivo di osservare le dinamiche turistiche che stanno coinvolgendo le Dolomiti, la nuova rubrica Le Dolomiti nell'era dell'overtourism a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian. Questa terza puntata - anch'essa nata dal primo sopralluogo sul campo (QUI le due precedenti) - prova ad analizzare la potente carica simbolica delle Tre Cime di Lavaredo e i risvolti negativi provocati da un'eccessiva frequentazione.

 

 

Come la Tour Eiffel? La capacità di un simbolo di favorire l'incontro interculturale

 

L'ultima volta che sono stato a Parigi, la città era blindata a causa del recente attentato al Bataclan. Un silenzio irreale riempiva boulevard deserti e la Tour Eiffel, all'imbrunire, si tingeva blu-bianco-rosso: la Francia pareva stringersi attorno al suo più celebre monumento.

 

Una sera mi sono recato a Champ de Mars, il grande giardino pubblico da cui si può godere di un'eccezionale prospettiva frontale della Torre. Desideravo osservarla avvolta nel tricolore francese. L'ho raggiunta mentre le ultime braci del giorno andavano spegnendosi. Il tricolore le era già stato cucito addosso da un sofisticato sistema di illuminazione. L'atmosfera era irreale: non mi era mai capitato (era la quinta volta che andavo in visita a Parigi) di osservare il monumento senza trovarmi pigiato in una distesa di turisti. Qualche naso rivolto all'insù ovviamente c'era anche quella sera, ma sparso qua e là, quasi invisibile sotto l'incombenza della struttura metallica.

Mentre gli occhi erano impegnati a scrutare la Torre, una suggestione si appropriò dei miei pensieri. Osservando da pochi metri di distanza quel simbolo di respiro universale mi sembrava di ritrovare tutta l'umanità che in proprio in quel simbolo scorge un punto di riferimento; una sorta di enorme bussola, il cui ago permette di orientarsi tra gli ingarbugliati meandri del mondo.
 

Quella suggestione ha attraversato gli anni in uno stato di quiescenza per poi risvegliarsi, in modo inatteso, quando, seguendo le principali correnti turistiche delle Dolomiti, dopo i Cadini di Misurina abbiamo raggiunto il secondo "viewpoint" di giornata: la forcella Lavaredo.

 

Una volta scavalcata l'ampia sella detritica, le pareti Nord delle Tre Cime (quelle più fotografate e rappresentate) si alzano improvvisamente in faccia al viandante, tagliando le ghiaie come le pinne di squalo il mare. Quegli immensi profili, quelle guglie smisurate, immortalate in milioni di scatti e ormai note in tutto il mondo (o quasi), mi davano l'impressione di avere la stessa carica simbolica che, quella sera di dieci anni fa, avevo percepito nella Tour Eiffel. Una forza capace favorire un punto di contatto tra sistemi culturali diversi, a volte molto lontani, ma anche in questo caso ugualmente calamitati verso un'irresistibile presenza iconica; un altro importante punto di riferimento. Per questa ragione, sulla forcella di Lavaredo, formicolavano gomito a gomito turisti provenienti da tutto il mondo: com'era avvenuto durante la mia visita alla Tour Eiffel, sono quindi tornato a pensare che il valore più alto e virtuoso di un simbolo è quello di favorire occasioni d'incontro interculturale.


Le Tre Cime viste a breve distanza dalla Forcella Lavaredo

Quattro requisiti per diventare un simbolo internazionale

 

In montagna, come abbiamo visto, la forza dei simboli si manifesta in tutta la sua dirompenza durante la stagione turistica, quando migliaia di persone si muovono simultaneamente per raggiungere espressioni naturali o antropiche capaci di farsi appunto icone del nostro tempo. È proprio quando una componente paesaggistica (sia essa di origine naturale o antropica) riesce a sintetizzare il carattere articolato di un territorio oppure a evocare una certa atmosfera, che comincia ad acquisire lo status di simbolo. Ma affinché un elemento del paesaggio possa definitivamente riuscire a diventare un "simbolo" – e, di conseguenza, una potenziale attrazione sociale – è necessario che rispetti altri requisiti.

 

Innanzitutto, Dean McCannell – nel libro The Tourist – ci dice che questo elemento dev'essere indicato da un "marker". Un "marker", spiega Marco d'Eramo con il suo Selfie del Mondo, "è quella freccia invisibile che indica un qualcosa e dice che quel qualcosa deve essere visitato".
"Alcuni markers", prosegue d'Eramo, "sono attestati ufficiali, come ad esempio le stelle (riprese dalle ottocentesche guide Mummery) delle guide Michelin. […] Perciò l'attrattiva è costituita socialmente dalle frecce che la società punta verso di essa come qualcosa che va visitato".

La forza penetrativa del "marker" tende inoltre ad acquisire una maggiore efficacia attraverso un'insistente riproduzione del nostro particolare elemento paesaggistico: così le Tre Cime di Lavaredo, oltre a essere rappresentate in un ampio ventaglio di grafiche pubblicitarie, giganteggiano nelle rotatorie, svettano sulle insegne dei locali, impreziosiscono gadget, vibrano in autostrada sui teli che ricoprono i rimorchi dei camion, concedono il loro nome a vie e vicoli. Un continuo richiamo che condiziona le aspettative e indirizza i desideri.


Rotatoria a Dobbiaco

Ma c'è di più: sempre come scrive Marco d'Eramo, "il turista stesso, che ha visitato l'attrattiva marcata, produce nuovi markers con le cartoline che spedisce, le foto che scatta" e, aggiungo io pensando a una dinamica più recente, che posta online. Probabilmente, oggi il marker più incisivo è appunto rappresentato dai social network: una spirale inesauribile di scatti e condivisioni alimenta la forza magnetica di un territorio, trasformandolo in un'attrazione imperdibile, capace di catalizzare tutte le attenzioni dei visitatori.
Non è quindi un caso, per cercare nuovamente un parallelismo con il contesto parigino, che, proprio come avviene per Le Nozze di Cana (l'enorme tela di Paolo Veronese che, al Lovure, si trova di fronte alla Gioconda), anche alle vette raccolte attorno alle Tre Cime si tende a girare le spalle; a dedicare una minore attenzione. Nessun "marker" sottolinea la loro eleganza, la loro possenza, le loro verticalità: quelle montagne si limitano a recitare la parte dell'attore comprimario, offrendo una cornice estetica al simbolo tricuspide.


Di fronte alle pareti Nord delle Tre Cime

La potenza di un simbolo aumenta inoltre quando in esso vengono saldati storie o miti capaci di traghettarlo con enfasi nelle nostre vite. Se la storia del clamoroso furto avvenuto al Museo del Louvre nel 1911, ad opera dell'operaio italiano Vincenzo Peruggia, ha in parte contribuito ad accrescere la fama della Gioconda, per quanto riguarda le Tre Cime, ci hanno pensato gli alpinisti, con le loro funamboliche imprese, a donare a quei luoghi un fascino ulteriore. E così – per citarne alcune – lo spigolo Giallo della Cima Piccola rimanda a Emilio Comici e Mary Varale (la donna del VI grado); oppure i gradoni capovolti della parete nord della Cima Ovest, che prendendo quota si allungano nel vuoto fino a creare impressionanti strapiombi, rimandano ai pionieri Riccardo Cassin e Vittorio Ratti, oppure ai gelidi bivacchi di Walter Bonatti e Carlo Mauri (che la salirono in inverno), oppure ancora alla competizione tra Svizzeri e Scoiattoli di Cortina per aggiudicarsi la via più diretta.
Insomma, l'alpinismo, con la sua epica, ha cucito su questo massiccio montuoso una veste mitologica, capace di delineare ulteriormente i contorni del simbolo.

 

Infine, per diventare un'icona mondiale, l'elemento paesaggistico non solo deve riuscire ad appagare le aspettative del turista – facendosi espressione efficace degli attuali canoni estetici e cultuali –, ma deve anche essere in grado sorprenderlo.
Sebbene avessi già visto le Tre Cime in centinaia di scatti, quando mi è capitato di superare la Forcella Lavaredo per la prima volta non ho potuto fare a meno di esternare a mezza bocca il mio stupore: "Caspita che roba!". Da quella prospettiva, infatti, riescono a unire la leggerezza di un profilo slanciato all'austerità di un corpo massiccio e ben piantato al suolo: due differenti predisposizioni convivono armonicamente nel medesimo corpo di roccia. Erano più alte e imponenti di quanto mi fossi immaginato: ecco quindi che il contatto con la realtà crea l'effetto a sorpresa, capace di instillare il brivido della novità in un soggetto in parte metabolizzato attraverso le riproduzioni.

 

Alla luce di quanto detto, risulta comprensibile che i turisti arrivino anche da molto lontano per visitare le Tre Cime. Esse, infatti, rispettano quelli che abbiamo visto essere i quattro principali requisiti richiesti a un soggetto per diventare un simbolo globale: (1) sintetizzano il carattere articolato di un territorio facendosene massimo emblema, (2) numerosi e ripetitivi "marker" suggeriscono caldamente di visitarle, (3) una moltitudine di storie si intrecciano in esse fino a creare una mitologia, (4) non solo riescono a soddisfare i desideri del turista, ma possono addirittura sorprenderlo.


Turisti sulla Forcella Lavaredo

Il problema del simbolo: un adesivo ai piedi delle Tre Cime
 

Il problema subentra nel momento in cui il potere magnetico del simbolo attira più turisti rispetto a quelli che il territorio è in grado di ospitare. Ecco allora che l'equilibrio rischia di spezzarsi, a volte in modo irreversibile, con conseguenze di natura ecosistemica, sociale ed esperienziale (perché il sovraffollamento riduce inevitabilmente anche il valore di un'esperienza).

 

Nel caso delle Tre Cime, sono stati calcolati picchi di 13.000–14.000 visitatori giornalieri, a fronte di una capacità di carico (il numero massimo di persone che una destinazione turistica può accogliere senza subire danni ecologici, economici o culturali) consigliata che, come informa uno Studio di Fondazione Dolomiti Unesco e Università Ca' Foscari, è di 2.700–3.000 persone al giorno se considerato il carico naturale, di 7.000–7.500 persone al giorno se considerato il carico sociale, di 4.000 persone al giorno per garantire una qualità accettabile della visita turistica.

 

Superata la capacità di carico, generalmente iniziano a montare i primi malumori. Ed ecco che, mentre circumnavigavamo le tre cime attorniati da migliaia di moderni pellegrini, abbiamo notato su una sbarra metallica un adesivo categorico nel suo messaggio:

 

"Stop overtoruism now! #savethedolomites".

 

Slogan di questo tipo iniziano a comparire con frequenza nelle Dolomiti. Nel 2025, ad esempio, era rimbalzata di quotidiano in quotidiano "Tourists go home", scritta con l'indelebile su una pietra, sempre all'ombra delle Tre Cime.


Adesivo contro l'overtourism

Ma tra i messaggi comparsi nei luoghi più visitati delle Dolomiti, uno mi ha colpito in modo particolare: si trovava su una parete nei pressi della Forcella dla Crusc, in Val Badia, accompagnato addirittura da un corredo di dati, per poi concludere con una domanda che, di fatto, lasciava intendere quanto l'afflusso massiccio sia da molti vissuto come un'invasione molesta.

 

"Südtirol 2024: 0,5 million locals vs 9 million tourists. And you think you are welcome?"

 

Se lasciare una scritta sulla roccia è indubbiamente una forma di protesta poco appropriata al contesto – è infatti difficile pretendere una maggiore sensibilità per un territorio quando si è i primi a non dimostrarla – allo stesso tempo invita a sviluppare delle riflessioni.

 

Come dicevamo, l'overtourism non ha solo delle ripercussioni di carattere ambientale: è quindi necessario prestare attenzione anche agli impatti sulle comunità. Un esempio nitido e molto conosciuto è rappresentato dalle difficoltà veneziane a metabolizzare la fiumana di visitatori che ogni giorno straripa tra le calli e i campi del capoluogo veneto. Un caso emblematico su cui si riflettono molte dinamiche che influenzano le località più gettonate delle Alpi.

 

Gli appelli, il malcontento e l'irrequietudine dei residenti non possono essere trascurati. Viene tuttavia spontaneo domandarsi qual è l'obiettivo giusto contro cui puntare il dito.

 

Queste scritte sono quasi sempre rivolte ai turisti – "Tornatevene a casa", "statevene a casa", "non siete i benvenuti", "pensate di essere i benvenuti?" – innescando un cortocircuito: non è che forse si sta mirando al bersaglio sbagliato? Il problema sono solo i turisti?

Lo sono senza dubbio nel momento in cui i loro comportamenti si rivelano irrispettosi nei confronti di un luogo. Il problema, tuttavia, forse sta a monte. Anzi a valle.

Perdendo quota, infatti, le esche per attrarre un numero via via crescente di persone si possono osservare numerose tra i principali snodi vallivi, nelle città e sul web. I "welcome", riferiti a specifiche categorie (motociclisti, ciclisti, escursionisti, …), abbondano assieme a slogan, pubblicità (che superano i confini territoriali grazie a social, siti, radio e televisioni), locandine, fotografie, simboli: l'invito a visitare alcuni territori è martellante.

 

"Welcome", quindi, o "not welcome"?

 

Anche la tipologia di offerta richiama sensibilità diverse: se, ad esempio, il territorio incentiva esclusivamente una frequentazione di natura ludico-ricreativa, ecco che la montagna verrà immaginata – in barba alle esigenze e alle attività dei residenti – come un grande parco divertimenti dove sfogare pulsioni estetiche e, non di rado, anche adrenaliniche.

 

Insomma, più che rivolgersi ai turisti, forse bisognerebbe richiamare all'appello chi, senza accontentarsi, cerca di adescare un numero crescente di persone. Solo così, forse, è possibile organizzare un sistema partecipativo che vada a calibrare l'economia turistica sulle esigenze delle società montane (e, possibilmente, anche sulle caratteristiche ambientali).


Turisti lungo l'anello delle Tre Cime

Attenzione ai "colli di bottiglia"

 

Andando in visita alle Tre Cime di Lavaredo in una giornata di grande affluenza turistica (come abbiamo fatto noi), il sovraffollamento si manifesta in modo molto evidente soprattutto in coincidenza con quelli che, da ora in avanti, andremo a chiamare "colli di bottiglia", ossia dei restringimenti orografici, strutturali o infrastrutturali che portano a un inevitabile congestionamento dei flussi.

Ecco allora che, se l'ampiezza e l'estensione dei sentieri che attorniano i tre colossi di dolomia consente ai numerosi pellegrini di seguire un flusso regolare, è in corrispondenza di rifugi, strettoie, circoscritti punti panoramici e, soprattutto, fermate dell'autobus (per salire al Rifugio Auronzo o per rientrare a Misurina) che la folla si ammassa, provocando l'indesiderato ingorgo; quello che stupisce, che indigna, che trova spazio nelle pagine dei quotidiani.


Turisti lungo l'anello delle Tre Cime

La calca va aumentando in particolari momenti della giornata fino a offrire una dimostrazione plastica della quantità, del numero fuori scala, della capacità di carico che non viene rispettata.

È soprattutto nei "colli di bottiglia", quindi, che vanno calcolate le misure per gestire la portata attrattiva di un simbolo; per definire un eventuale numero chiuso.

 

Occorre prudenza prima di arrivare a contingentare un itinerario che molti vorrebbero percorrere, ma in certi casi – come vedremo nella prossima puntata della rubrica dedicata al Sorapiss – è forse un accorgimento imprescindibile al fine di vivere il simbolo senza consumarlo e, soprattutto, senza consumare il territorio che lo incornicia.


"Collo di bottiglia" alla fermata dell'autobus

A sera, quando il giro attorno alle Tre Cime di Lavaredo si stava esaurendo, mi è capitato di ascoltare la conversazione telefonica di una ragazza. Dialogava con il padre: "Abbiamo appena concluso il giro delle Tre Cime, è bellissimo, dobbiamo tornare assieme".

 

Aveva ragione, il giro delle Tre Cime offre suggestioni difficili da incontrare altrove. Il desiderio di condividere il proprio stato d'animo con una persona cara confermava inoltre – e una volta di più – il potere che i simboli hanno di trasformarsi in connettori relazionali.

 

Al pari di quella ragazza, in molti, per un motivo o per l'altro, sognano di trovarsi ai piedi della celebre icona: gestire virtuosamente il turismo è quindi un modo per consentire a padri e figlie di tutto il mondo di continuare scambiarsi sensazioni ed emozioni senza rischiare di essere parte in causa di un fenomeno che può ripercuotersi negativamente sulle dimensioni ambientali e sociali del territorio.

 

 

[Se siete interessati ai prossimi reportage, continuate a seguire la rubrica]

il blog
Le Dolomiti nell'era dell'overtourism

Attraverso una serie di reportage sul territorio, con questa rubrica a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian, L'Altramontagna desidera approfondire un tema che, negli ultimi anni, sta innescando numerose discussioni relative alla gestione di una delle aree più frequentate della catena alpina. L'overtourism è un fenomeno circoscritto a pochi luoghi oppure diffuso in modo capillare tra valli e vette? Di cosa vanno in cerca, oggi, i turisti che si avventurano sulle Dolomiti? Quali sono gli atteggiamenti più comuni? Come vengono amministrati i flussi? Proveremo a rispondere a queste domande a partire dai sopralluoghi "sul campo"

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