"Un tornello all'inizio del sentiero che conduce al lago di Sorapiss sarebbe un bene per il territorio e per chi ci vive e lavora". Le contraddizioni di un turismo lasciato a sé stesso

Si stima che una media di 2000 turisti, provenienti da tutto il mondo, raggiunga ogni giorno le sponde del lago: vi restano appena il tempo di scattare una foto. Ne abbiamo parlato con Emilio Pais Bianco, storico gestore del Rifugio Vandelli, situato a pochi passi da una delle mete più gettonate delle Dolomiti ampezzane: "Questo problema esiste ormai da una decina d'anni, ma finora non è mai stata fatta una vera regolamentazione"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Puntuale come ogni estate arriva il grido d’allarme "all’overtourism", seguito dalle ormai canoniche formule d’accompagnamento come quella di "turismo cafone", e dai moti di esasperazione di residenti e lavoratori. Sempre più turisti, provenienti soprattutto dall’estero e non sempre con esperienza in montagna, atterrano negli aeroporti del nord-est con il desiderio di visitare "le Dolomiti"; forse ignari di essere molto spesso percepiti come un pericolo per la salute dei luoghi e delle comunità locali.
Naturalmente, una richiesta così vaga nasconde l’immagine di luoghi specifici delle Dolomiti; luoghi che sono tornati insistentemente per mesi nei loro feed di Instagram, ad alimentare i sogni di questi appassionati viaggiatori. Ora li chiamiamo hotspot turistici, proprio per le loro caratteristiche di eccezionale attrattività e, in fondo, non sono nemmeno poi così tanti: il lago di Braies, le Tre Cime di Lavaredo, il lago di Sorapiss e pochi altri.
A guardare da dentro lo stravolgimento che ha interessato questi particolari luoghi montani ci sono in prima linea i rifugisti, che si interfacciano con una clientela nuova, internazionale, con esigenze e abitudini diverse e che arriva spesso in massa. Proprio per questo, ci sembra valesse la pena raccogliere anzitutto il loro sguardo su una simile rivoluzione cui alcune delle nostre montagne sono andate incontro. Ne abbiamo dunque parlato con Emilio Pais Bianco, storico gestore e proprietario del Rifugio Vandelli, al Lago di Sorapiss.
"Noi gestiamo il Rifugio Vandelli da trent'anni e il lavoro del rifugista è cambiato completamente", dichiara. "Una volta il Vandelli era un vero rifugio: fino al 2015-2016 arrivavano soprattutto gli escursionisti che percorrevano l'Alta via. Poi, con la diffusione della telefonia e dei social, sono iniziati i selfie e il lago è diventato una meta molto più conosciuta. Da quel momento il lavoro è aumentato enormemente".
Oggi, stando alla testimonianza del rifugista, al Vandelli arrivano in media duemila persone al giorno: non solo nel weekend, ma tutti i giorni della settimana. "Non c'è più differenza tra settimana e weekend: sabato, domenica e giorni feriali sono tutti uguali. Oggi che ci sono molti più turisti stranieri, non c’è infrasettimanale che tenga".
Un tempo, spiega Bianco, da quelle parti si lavorava solo ed esclusivamente grazie agli escursionisti delle Alte vie 3 e 4, e a qualche sparuto alpinista. Oggi, invece, tutta l’economia del rifugio ruota attorno al lago, capace di richiamare numeri mai visti prima.
A cambiare, come si accennava, non è solo il numero di frequentatori. È mutato radicalmente anche il "tipo" di turista. "I veri escursionisti sono pochi, così come chi percorre le ferrate o gli scalatori. Chi cerca la montagna in quel modo preferisce andare in altre zone, dove c'è meno affollamento. La maggior parte delle persone viene qui soltanto per vedere il colore del lago, fare le foto e ripartire, spesso senza nemmeno fermarsi al rifugio".
Tutti questi mutamenti, hanno cambiato anche la giornata stessa del rifugista. "Una volta il lavoro si concentrava soprattutto tra le undici del mattino e le quattro o cinque del pomeriggio. Oggi il flusso è continuo: la gente arriva fin dal mattino presto e continua per tutta la giornata. Alcuni salgono addirittura durante la notte per essere i primi al lago all'alba e poter fare le foto".
La coincidenza di un afflusso tanto elevato in un territorio così contenuto e fragile, e la quasi totale mancanza di educazione alla montagna che interessa questi nuovi turisti comporta inevitabilmente l’emergere di alcuni problemi.
"I sentieri si deteriorano per il continuo calpestio: una volta, salendo dal sentiero 217, quasi ogni giorno qualcuno si perdeva perché si confondeva con i sentieri dei camosci; oggi quel percorso è diventato praticamente un'autostrada. Ci sono anche molti più rifiuti sparsi in giro e tutto l'ambiente è sottoposto a una pressione molto maggiore. Anche i servizi igienici vengono messi a dura prova e, quando le persone sporcano fuori dal rifugio, i danni ricadono sulla flora e sulla fauna. È un ecosistema delicato, che deve sopportare il passaggio di migliaia di persone ogni giorno".
"Questo problema - continua il gestore del Rifugio Vandelli - esiste ormai in maniera consolidata da una decina d'anni, ma finora non è mai stata fatta una vera regolamentazione. Sono stati installati cartelli e segnaletica e c'è una maggiore presenza delle guardie e dei carabinieri, ma non possono essere qui in modo continuativo e onnipresente".
Ecco che, in un territorio come quello del Lago, dove non prende nemmeno il telefono, i lavori di pulizia e ripristino finiscono per ricadere sulle spalle di coloro che lavorano al rifugio con l’aiuto di qualche guardia.
A questo punto, sentendo le parole del rifugista, una domanda dovrebbe sorgere: saranno forse i turisti il problema? Sarà forse che sono maleducati e "cafoni"? Non sarà invece che noi non siamo riusciti a stare al passo con quest’ondata di cambiamento, a regolamentarla e incanalarla in una maniera più sostenibile e proficua?
E, soprattutto, ci chiedevamo in un editoriale pubblicato nei giorni scorsi: chi sono "loro" e chi è "noi"? Non siamo forse noi stessi i turisti di qualcun altro?
Ecco perché, forse, rifugisti come Emilio Pais Bianco, piuttosto che inveire contro coloro che portano loro guadagno, preferiscono cercare delle soluzioni di compromesso (quando non d’emergenza), sebbene contestate e talvolta indigeste, come quella degli accessi contingentati.
"Personalmente sarei favorevole a un sistema di contingentamento degli accessi, anche se significasse avere meno clienti. Credo che sarebbe un bene soprattutto per il territorio e per chi vive e lavora qui. Quest'anno è stato introdotto anche un parcheggio a pagamento e sono stati chiusi alcuni parcheggi lungo la strada: è un primo passo per cercare di limitare l'afflusso. Rispetto al passato la situazione della sosta è migliorata, ma serve fare di più".
"Se fosse per me – continua Pais Bianco – applicherei un tornello all’inizio del sentiero, accessibile su prenotazione fino a un certo numero di persone".
Le Regole, enti di proprietà collettiva, gestiscono questo territorio, tuttavia - spiega il rifugista - il loro potere è limitato, ed è per questo che finora non è mai stata introdotta una regolamentazione vera e propria. "Certo sono aumentati i controlli, ma poi ci sono le amministrazioni e tutti i vincoli legati al rischio idrogeologico, per cui non è semplice intervenire in maniera sistematica".
Insomma, in pochi anni alcune zone delle nostre Alpi hanno vissuto cambiamenti nemmeno paragonabili a quelli del secolo scorso e, tantomeno, di quelli precedenti. Inevitabilmente, questa rivoluzione ci ha colti impreparati e ha portato a galla diversi cortocircuiti.
"Quello che è successo è stato molto rapido. Nessuno immaginava un aumento così grande delle presenze e nessuno era preparato a gestire un fenomeno di queste dimensioni".
Ora che finalmente si sta prendendo coscienza di ciò, però, è importante che il fenomeno vada studiato per quel che è, in modo da poter essere gestito ed eventualmente regolamentato. A questo scopo, evitare l’ostruzionismo assoluto o posizioni tendenti alla polarizzazione tra "noi" e "loro" sembra essere l’unico punto di partenza utile per la costruzione di una montagna a misura del mondo di oggi.












