Anni dopo aver conosciuto il Trentino in roulotte, sistema insieme al marito una vecchia casa nel cuore del Monte Baldo e apre un garnì. La storia di Selenia e Mirco

La loro scelta - lasciare la vita in città, investire in un'attività propria, crescere due figlie in un paese di montagna - è una decisione costruita nel tempo, attraversata anche da momenti difficili. I rilievi possono ancora essere un luogo dove costruire un futuro? La loro esperienza suggerisce di sì

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Un incontro nato in concomitanza dell'ultima edizione del Festival de L'Altramontagna "Il Fiore del Baldo", nei giorni delle camminate, dei laboratori e dei dialoghi che animano Brentonico e il Baldo. È quello con i padroni di casa che chiunque vorrebbe incontrare: gentili senza formalità, attenti senza ostentazione, interessati ad ascoltare prima di parlare.
L’atmosfera che si respira va oltre la semplice accoglienza professionale. C’è una familiarità che nasce dal modo in cui li vedo abitare il loro luogo: con naturalezza e misura (non saprei dirlo con altre parole).
Li ascolto mentre la loro storia prende forma, senza fretta. Quando ne colgo la solidità – il percorso, le scelte, le ferite e la forza di volontà – mi prometto che ne scriverò.
E dunque eccomi qui, a distanza di un mese. Perché, anche se alcune vite non cercano visibilità, finiscono per meritarla per come sono.
Che cosa significa scegliere la montagna come casa? È a questa domanda che Selenia, Mirco e le loro due figlie danno una risposta molto convincente.
La loro struttura ricettiva, il Garnì Fobbie, è immersa a 1000 metri nel Parco naturale del Monte Baldo, sei chilometri sopra Brentonico e tre di distanza dalla ski area di Polsa e San Valentino.
Il garnì è una formula tipica delle terre alpine, soprattutto del Trentino-Alto Adige. Non è un hotel e non è un bed and breakfast. Offre pernottamento e prima colazione, senza servizio di ristorazione, e proprio questa essenzialità ne definisce in qualche modo il carattere. "È una casa che si apre agli ospiti, un luogo dove la presenza dei gestori conta più delle dotazioni e la relazione nasce in modo naturale e non mediato dalle procedure burocratiche", sottolineano marito e moglie.
Selenia nasce a Verona 46 anni fa. Frequenta il Trentino da giovanissima con la roulotte di mamma e papà ed è durante una di queste vacanze in montagna che conosce Mirco. Nella città scaligera studia ragioneria, poi giurisprudenza a Trento, finché una proposta inattesa – la responsabilità dell’ufficio skipass nella stazione sciistica di Brentonico – le mostra un ritmo di vita diverso e, soprattutto, un’opportunità professionale.
È un’esperienza che le piace moltissimo. Con la nascita della prima figlia, però, quel ritmo non coincide più con la sua idea di maternità. "Cento giorni di lavoro consecutivi e il resto dell’anno in giro per promozioni e marketing di territorio non sono compatibili con una bimba piccola".
Trova un impiego più stabile e un’occupazione in un’azienda di pianura, ma la voglia di tornare alla sua vocazione, il turismo, resta intatta.
Nel 2014, con l’arrivo della seconda figlia, l’idea di un’attività in proprio comincia a prendere forma. Mirco eredita una vecchia casa. Servono anni di progetti, di lavori fatti a tappe, di scelte che non sempre sono semplici. Ma nel 2018 quel lungo percorso finalmente trova compimento nell’inaugurazione del Garnì in località Fobbie.
L’avvio è positivo, poi arriva il Covid che ferma tutto. Alla riapertura, la struttura riparte sostenuta da un elemento che nel turismo di montagna fa la differenza: la continuità dei rapporti. Gli ospiti tornano, riconoscono la casa, ne diventano parte integrante. Alcuni, nel tempo, diventano una famiglia nella famiglia. "È un tipo di relazione che non si costruisce con strategie, ma con una presenza silenziosa e quotidiana", dice Selenia.

Accanto a lei c’è suo marito Mirco, che d’inverno lavora come "capogattista" alla Brentonico Ski. Tre mesi di lavoro notturno: mentre il paese dorme, lui prepara le piste. È un mestiere che richiede precisione, conoscenza della neve, capacità di intervenire senza margine d’errore. D’estate torna poi in officina, tra manutenzioni e riparazioni. Ma quando c’è necessità è al garnì. Una gestione familiare che si regge su un equilibrio semplice: "Fare ciò che serve, quando serve", sottolinea Mirco.
La loro scelta – lasciare la vita in città, investire in un’attività propria, crescere due figlie in un paese di montagna – è una decisione costruita nel tempo, attraversata anche da momenti difficili che preferiscono lasciare al passato: la perdita dei genitori di Selenia, la malattia di Mirco e di Chiara. "Sono ferite che appartengono al passato, oggi sono guariti e la vita ha ripreso il suo corso", si schermisce Selenia.
E quindi – per riprendere e rafforzare la domanda iniziale – la montagna può essere ancora un luogo dove costruire un futuro? La loro esperienza suggerisce di sì.
In un tempo in cui le terre alte rischiano di essere ridotte a immagine o mero prodotto, Selenia e Mirco ci ricordano che scegliere è possibile. E che, spesso, in quota vivere significa semplicemente ritrovare un modo più essenziale di (re)stare al mondo.












