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Attualità | 29 settembre 2026 | 06:00

Tra le Dolomiti, centinaia di scritte con i sassi "firmano" i prati: non è un'abitudine nuova, ma sembra una moda sempre più diffusa. Che senso ha?

"Chi lascia un segno senza interrogarsi sulle conseguenze lo fa perché gli sembra una buona idea senza controindicazioni o bisogno di autorizzazioni. Siccome la montagna è di tutti, allora ciascuno può fare quello che gli pare. Deve valere il contrario: proprio perché la montagna è un bene comune, allora bisogna aver cura di lasciarla il più integra possibile per chi verrà dopo", osservava l'antropologa Irene Borgna riferendosi a segni stabili come targhe e manufatti. Alcune riflessioni a partire dalle tantissime scritte con i sassi osservate alle Tre Cime

Ore 9 del mattino. Scrutando l'orizzonte a 2300 metri di altitudine, lo sguardo intercetta una scena inaspettata: due ragazzi a petto nudo sono intenti a spostare dei sassi sull'erba, camminando in ciabatte sull'avvallamento antistante al rifugio Auronzo alle Tre Cime di Lavaredo. Il loro intento non è chiaro, ma nel corso della giornata dedicata a uno dei sopralluoghi realizzati per la rubrica Le Dolomiti nell'era dell'overtourism, avremo modo di registrare in più occasioni quella che sembra essere diventata un'usanza consolidata (e alquanto discutibile).

 

Sui ritagli di prato accanto ai sentieri, diversi turisti hanno preso l'abitudine di comporre con i sassi scritte o sigle capaci di testimoniare il loro passaggio: "Forse è un modo per 'firmare' un paesaggio celebre, nell'illusione di prolungare l'esperienza quando sta volgendo al termine", rifletteva Pietro Lacasella in questo reportage. Così, sul tappeto verde, spicca una varietà di segni vistosi: cuori con le iniziali, simboli più o meno grevi, numeri, nomi propri o dei paesi di provenienza.

Si tratta di un'abitudine non nuova, per alcuni un passatempo infantile per intrattenere i bambini durante una gita in montagna (che durava il tempo di realizzare una piccola scritta e disfarla, avendo poi cura di ripristinare le pietre al proprio posto) e che ora, con l'aumentare della frequentazione dei rilievi, sembra essere diventata una moda dilagante specialmente nei luoghi di maggior passaggio e con una particolare vista panoramica che metta in risalto "l'opera". Perché, affinché abbia un senso per chi la esegue, deve essere vista.

 

Andando a ritroso, l'intento di marcare il territorio e imprimere un segno che duri oltre il nostro passaggio è più che un'abitudine e si configura piuttosto come una necessità che condividiamo con buona parte del regno animale, osservava l'antropologa Irene Borgna in un contributo pubblicato sulla rivista del Club Alpino Italiano tempo fa, riferendosi in realtà a segni stabili come targhe e manufatti.

 

"Chi lascia un segno senza interrogarsi sulle conseguenze lo fa perché gli sembra una buona idea senza controindicazioni o bisogno di autorizzazioni. Siccome la montagna è di tutti, allora ciascuno può fare quello che gli pare - faceva notare l'antropologa, componente del comitato scientifico de L'Altramontagna -. È un modo di ragionare che ha conseguenze pericolose e deve valere il contrario: proprio perché la montagna è un bene comune, allora bisogna aver cura di lasciarla il più integra possibile per chi verrà dopo. Tanto più gli ambienti sono solitari, tanto più dovrebbero restare come sono: è diritto di chi verrà dopo poter posare lo sguardo su un angolo dove non ci sono elementi che parlano direttamente della nostra specie".

 

Nel caso delle Tre Cime, l'intenzione di lasciare un segno visibile del proprio passaggio si mescola forse con lo spirito di emulazione: c'è chi, vedendo che qualcuno ha firmato quel brandello di territorio con una scritta, si sente incentivato (per non dire autorizzato) a fare altrettanto. La dinamica fa tornare alla mente anche la teoria delle finestre rotte, secondo cui in condizioni di evidente disordine (scritte sui muri, sporcizia, eccetera) le persone tenderebbero ad aumentare il disordine stesso e a violare più facilmente i divieti, dimostrando come il comportamento individuale possa essere indotto anche dal contesto circostante e dall'impressione di incuria che esso suscita.

 

A tal proposito ricordo un aneddoto: nel centro di storico di Verona, nei pressi della casa di Giulietta, anni fa notai una coppia di turisti intenti a firmare il muro di un edificio con un pennarello indelebile. Mentre lui imbrattava, lei registrava un video con lo smartphone. Provando gentilmente a spiegare loro che non era una cosa sensata da fare, tutto quello che ottenni fu un'occhiataccia e un insulto intraducibile, ma facilmente intuibile. Il muro in questione era già pieno di scritte.

 

Tornando alle Dolomiti e osservando le diverse zone prative occupate dalle scritte nella zona delle Tre Cime, emerge una contraddizione di fondo: supponendo che l'intento degli autori di queste creazioni "rupestri" sia quello di lasciare una traccia del proprio passaggio come segno di apprezzamento nei confronti di quel particolare paesaggio naturale, qual è il senso di usare elementi che gli appartengono per comporre una scritta e finendo per alterare l'ambiente originale? Quale logica può giustificare l'azione di manipolare proprio quel luogo che si dichiara di amare?

 

C'è chi potrebbe far notare che ci sono brutture peggiori. Resta il fatto che una scritta che per qualcuno appare piena di significato, per chi arriva dopo può non avere alcuna rilevanza e, anzi, risultare stridente.

Qualche tempo fa si è parlato molto di un'altra abitudine simile: quella di comporre degli ometti di pietra anche laddove non servono come segnavia. Un'iniziativa apparentemente innocua ma che, secondo gli esperti, contribuisce ad alterare l'ecosistema. C'è chi trova disturbanti questi mucchietti di sassi disposti in equilibrio uno sull'altro e si prodiga per distruggerli.

 

Anni fa ce n'erano anche in un pianoro sul versante meridionale delle Tre Cime, ma ora al loro posto a ricordarli c'è solo una strana distesa di pietre. Chissà se da quelle parti è passato un qualche "giustiziere degli ometti di pietra" o se ci hanno pensato gli agenti atmosferici a cancellare l'opera umana.

Resta il fatto che, ancora una volta, sarebbe meglio imparare a transitare in certi luoghi senza lasciare alcuna traccia.

 

[Per leggere i reportage più approfonditi, vi invitiamo a seguire la rubrica]

il blog
Le Dolomiti nell'era dell'overtourism

Attraverso una serie di reportage sul territorio, con questa rubrica a cura di Pietro Lacasella e Valentina Ciprian, L'Altramontagna desidera approfondire un tema che, negli ultimi anni, sta innescando numerose discussioni relative alla gestione di una delle aree più frequentate della catena alpina. L'overtourism è un fenomeno circoscritto a pochi luoghi oppure diffuso in modo capillare tra valli e vette? Di cosa vanno in cerca, oggi, i turisti che si avventurano sulle Dolomiti? Quali sono gli atteggiamenti più comuni? Come vengono amministrati i flussi? Proveremo a rispondere a queste domande a partire dai sopralluoghi "sul campo"

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