Contenuto sponsorizzato
Idee | 06 ottobre 2026 | 06:00

Ma è proprio necessario salvare i piccoli paesi di montagna? Non va fatto per nostalgia, ma per una nuova idea di mondo tutta da costruire

Il 1° ottobre, attraverso un articolo uscito su Artribune, l'artista e curatore Alex Urso ha lanciato una domanda provocatoria che non poteva che spingerci a una riflessione: "Ma i piccoli paesi vanno salvati per forza?". Il contributo al dibattito di Mauro Varotto, geografo dell'Università di Padova e membro del nostro Comitato scientifico

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Il 1° ottobre, attraverso un articolo uscito su Artribune, l'artista e curatore Alex Urso ha lanciato una domanda provocatoria che non poteva che spingerci a una riflessione: "Ma i piccoli paesi vanno salvati per forza?". La risposta si trova nel finale dell'articolo, e la preannunciamo subito: meglio, secondo l'autore, un destino di abbandono piuttosto che un revival di facciata, un "cocktail di marketing e nostalgia".

 

Se la scelta fosse solo tra questi due opposti, probabilmente molti di noi si troverebbero d'accordo con la conclusione di Urso. Ma nell'articolo si trovano dei passaggi sui quali è opportuna qualche riflessione.

 

Partiamo da due considerazioni ineccepibili presenti nell'articolo. La prima è che, molto spesso, l'istanza di "salvataggio" dei paesi appare ipocrita: chi invoca di fare qualcosa per salvare queste piccole realtà marginali, appese ad esili fili demografici (tassi di invecchiamento altissimi, natalità ai minimi, scuole e servizi essenziali che chiudono), è spesso ispirato da una visione nostalgica e romantica che fa a pugni con le regole del quotidiano. Nella vita di tutti i giorni, infatti, le regole premiano, in nome della produttività, le economie di scala favorite dalla concentrazione produttiva, da aziende sempre più grandi, dalla specializzazione spinta delle mansioni di un'economia industriale di matrice urbana. Insomma, da un lato si invoca una salvezza, dall'altra si sancisce un'implicita condanna. Si predica bene, si razzola malissimo.

 

Ecco allora la seconda considerazione, conseguenza di quell'atteggiamento contraddittorio: le politiche governative messe in campo per "salvare" i piccoli paesi quasi mai rispondono alle reali necessità quotidiane di chi ancora si ostina ad abitarli. Al di là di definizioni sempre molto ballerine sul concetto di "piccolo paese" (si pensi al recente Bando Creatività del Ministero della Cultura, che considera piccoli i comuni sotto i 25.000 abitanti, più del 90% dei comuni italiani), molto spesso i finanziamenti virano verso strutture ricettive e attività turistiche che dovrebbero garantire in teoria, a cascata, il rilancio e la vivibilità di questi paesi. Si pensa così che le politiche che favoriscono "chi arriva" possano generare benefici su "chi resta". Non sempre, nella realtà, accade. Quando i paesi diventano "bomboniere" ad uso e consumo dei turisti, fatte di seconde case o di alloggi per vacanze brevi, resta davvero poco a disposizione per chi vorrebbe poterli abitare tutti i giorni.

 

A valle di queste considerazioni, pienamente condivisibili, altre due riflessioni presenti nell'articolo suscitano qualche perplessità.

 

La prima: in fondo - sostiene l'autore - "abbiamo scelto noi di abbandonare quei paesi, nessuno ce lo ha imposto". Non è sempre così: spesso abbandonare quei paesi non è stata una scelta, ma una necessità indotta da precise politiche, volte a favorire altri territori, altre economie e altri stili di vita. Se i piccoli villaggi di montagna, dal dopoguerra ad oggi, sono stati al centro di una pesante emorragia migratoria, ciò è dovuto anche a scelte politiche ed economiche "dal baricentro basso". Ne sono una dimostrazione le realtà di montagna ancora oggi vitali proprio perché sostenute da politiche "dal baricentro alto" (l'Alto Adige, la Svizzera, il Tirolo austriaco ecc.). Le stesse indagini sullo spopolamento montano in Italia negli anni Trenta raccontavano che, oltre alle motivazioni economiche iniziali di una montagna sovrappopolata rispetto alle risorse disponibili (effetto di una transizione demografica che ha ridotto la mortalità mantenendo alta la natalità dalla seconda metà dell'Ottocento), la spinta a scendere a valle è stata dettata da dinamiche psicologiche e culturali, da una "sindrome da marginalità" indotta da modelli di comportamento urbani ritenuti vincenti. Insomma, quei paesi non sempre sono stati abbandonati volontariamente: a qualcuno faceva comodo che venissero abbandonati, perché serviva manodopera a basso costo per altri modelli di sviluppo.

 

Torniamo quindi alla domanda iniziale dell'articolo: perché "salvare" i piccoli paesi, ammesso che si concordi sul concetto di "piccolo"?

 

Prima di rispondere, una precisazione lessicale: quei paesi non vanno "salvati" (termine che richiama sottilmente l'idea di preservarli così come sono, come un quadro prezioso in un museo), ma vanno ri-abitati, ripensati come opportunità di vita alternativa. Tra l'abbandono e il recupero nostalgico e romantico, spesso improntato da strategie di marketing turistico, esiste una terza via: quella di una montagna che torna a vivere non per il turismo, ma nonostante il turismo, o se vogliamo insieme a forme rispettose di turismo, come orizzonte di un nuovo progetto di vita.

 

Ma al di là di legittime aspirazioni individuali, perché dovremmo sostenere questi nuovi progetti di vita con politiche mirate e adeguati finanziamenti? La risposta a questa domanda richiede ulteriori precisazioni.

 

Tornare a vivere in montagna ha senso se questa azione non si traduce in un semplice trasferimento di residenza, ma se riesce a farsi carico di un'istanza di manutenzione e custodia di un paesaggio e di una cultura che si fanno specchio di valori che guardano al nostro futuro. Purché, insomma, la presenza armoniosa di comunità che vivono nei territori rurali, svolgendo ad esempio lavori agro-silvo-pastorali, garantiscano insieme bellezza, sicurezza, sobrietà e sostenibilità. Ha senso sostenere chi vuole tornare a vivere in montagna soltanto se queste traiettorie non sono solo tentativi di adattamento ai cambiamenti climatici (salire in quota per fuggire alle temperature roventi - atmosferiche ed esistenziali - delle "città di pianura"), ma si configurano anche come progetti di mitigazione, ovvero si fanno carico di uno stile di vita più sobrio, di servizi ecosistemici in grado di compensare la nostra impronta carbonica impazzita, di ripensare un modello di vita consumistico e dissipativo che spesso vede la montagna da lontano, in un'ottica coloniale, come riserva di natura e di ossigeno per città che soffocano e non riescono a uscire dal business as usual.

 

Solo a queste condizioni vale la pena di tornare a vivere quei paesi abbandonati. Solo se, come ci ricorda Antonella Tarpino nel suo libro Spaesati (2012), "le vecchie baite che si stan perdendo finiscono per farsi, nel tempo spaesato in cui viviamo, misura e interrogazione severa del nostro stesso presente, suggerendo un vocabolario inatteso che ci attrezzi al futuro: la potenza del fragile, la speranza nella memoria, il senso (così concreto in montagna) del limite troppo spesso varcato".

 

Insomma, salvare i paesi non per forza, né per nostalgia, ma per una nuova idea di mondo tutta da costruire.

Contenuto sponsorizzato