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Cultura | 07 ottobre 2026 | 12:00

Perché la montagna viene percepita come "sacra", "intoccabile", "santuario" della natura? La risposta si incontra in città

Come raccontare i territori montani in modo più vicino alle loro reali caratteristiche e peculiarità? Quali sono i falsi miti radicati nell'immaginario comune? Sabato 10 ottobre (ore 19.00, Piazza dei Martiri, Belluno), nell'ambito del festival Oltre le Vette, il geografo Mauro Varotto proverà ad analizzare gli stereotipi più diffusi in montagna dialogando con Valentina Ciprian e Pietro Lacasella de L'Altramontagna

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

"La dimensione sacra della montagna porta con sé il concetto di "tutela", di mondo 'intoccabile', che schiaccia la dimensione domestica e non può essere trasgredito, violato o alterato: così ogni modifica della montagna è percepita 'come una minaccia morale, alla luce delle narrative della bellezza e dell'equilibrio, della sacralità e autenticità'".

 

Sabato 10 ottobre (ore 19.00, Piazza dei Martiri, Belluno), nell'ambito del festival Oltre le Vette, il geografo Mauro Varotto proverà ad analizzare gli stereotipi più diffusi in montagna dialogando con Valentina Ciprian e Pietro Lacasella de L'Altramontagna.

 

Se la montagna contemporanea è caratterizzata da situazioni di abbandono o di overtourism, imprigionata in stereotipi che spesso la banalizzano e la trasformano in cartolina turistica o playground per il tempo libero, forse prima che metter mano su strumenti urbanistici o incentivi economici dobbiamo iniziare a cambiare il modo di guardare e narrare le terre alte. Come raccontare i territori montani in modo più vicino alle loro reali caratteristiche e peculiarità? Quali sono i falsi miti radicati nell'immaginario comune? In vista dell'evento vi offriamo una riflessione tratta dal libro Montagne di mezzo, di Mauro Varotto.

 

Gli stereotipi in montagna – dal libro Montagne di mezzo

 

Montagna luogo della divinità, della sacralità, della trascendenza, montagna come spazio sacro totalmente "altro", come separazione dall'ordinario e dal domestico, che porta con sé le sembianze della maledizione demoniaca o dell'incanto verticale e del sublime: da sempre e in tutte le civiltà la montagna è stata spesso associata a questi elementi, ma in genere essi si limitavano alle alte quote, vette, pinnacoli, il mondo di roccia sterile sopra il limite d'insediamento permanente. Quella che originariamente era attribuzione di senso spazialmente circoscritta e condivisa anche dai montanari, con la modernità diventa realtà pervasiva, trasformando l'intera montagna in una "metafora conclusa in sé nella propria radiosa solitudine". L'ascensione dell'homo novus porta con sé un décalage altimetrico del sublime, tutto natura selvaggia e verticalità, ignorando le altre dimensioni, in primis la dimensione abitata e le sue relazioni, dentro e fuori la montagna. La modernità semplifica la montagna e la staglia solitaria, la separa nettamente da ciò che la circonda, siano esse colline o pianure. L'errore della modernità sta tutto in questa matrice distintiva, i cui connotati filosofici e iconologici saranno forieri di nuovi assetti politico-economici.

L'ordine divino è per sua natura indiscutibile: la dimensione sacra della montagna porta con sé il concetto di "tutela", di mondo "intoccabile", che schiaccia la dimensione domestica e non può essere trasgredito, violato o alterato: così ogni modifica della montagna è percepita "come una minaccia morale, alla luce delle narrative della bellezza e dell'equilibrio, della sacralità e autenticità". Strettamente correlato al concetto di sacralità e divinità è dunque il concetto di naturalità e di "purezza", l'idea di una montagna "incontaminata" ovvero depurata da qualsiasi scoria o elemento estraneo, come quello di una presenza umana concepita esclusivamente in termini d'impatto. Se l'uomo alpino fa problema, in questa visione, non lo è affatto l'uomo urbano che moltiplica i panoramic viewpoints, le postazioni di bird-watching, o si china a raccogliere l'acqua pura dalle sorgenti del Monviso per consacrare un progetto politico. Non è un caso che la metafora della "cattedrale" o del "santuario" sia così ricorrente nella descrizione delle meraviglie naturalistiche, che i parchi vengano spesso descritti come "santuari della natura", pensati per la tutela di specie protette e animali rari prima ancora che dell'abitante di montagna che quei luoghi ha faticosamente colonizzato, frequentato e abitato da secoli. Essi sono istituiti per il godimento dell'homo videns urbano prima ancora che per l'homo vivens montanaro, a beneficio di future e lontane generazioni. Narrative simili accompagnano la designazione dei patrimoni dell'umanità Unesco, isole incorrotte dal valore "straordinario" (outstanding), circondate dalle minacce dello sfruttamento, dal turismo incontrollato, dal cambiamento climatico che contribuiscono ad alimentare incrementando i flussi di visitatori attorno al recinto di tutela.

La montagna diventa così la più alta e tangibile espressione dell'amore divino in una visione morale che ne fa il dono per l'uomo di città: modello di equilibrio naturale e sostenibilità ecologica, munifica madre che elargisce i suoi doni alle pianure e ai cittadini sotto forma di aria pura dai miasmi delle città industriali, prodotti tipici e genuini, acqua fresca e limpida per città assetate e produzioni intensive, panorami che dilettano l'animo umano e stimolano la coscienza poetica e religiosa". La presenza dell'uomo, quando è ammessa, deve quindi sottostare a queste leggi di natura, assumendo le fisionomie tipiche dei "popoli naturali" (Natur-völkern). Degli stereotipi dello svuotamento fa dunque parte in un certo senso anche il mito del "buon selvaggio", l'unico soggetto abitante apprezzato e accettato all'interno della montagna della modernità, un montanaro tanto più virtuoso quanto più arcaico e vicino allo stato di natura, contrapposto al cittadino vizioso. La montagna diventa così una splendida oasi o un "recinto" in cui racchiudere la reificazione del tempo profondo, cristallizzato in una natura incontaminata e in un passato incorrotto che offrono una duplice esperienza di allontanamento, compensando l'accelerazione di un confuso e mutevole presente.

 

(…) Lo stereotipo si è fatto strada in declinazioni successive che hanno fatto della montagna lo scrigno della "tradizione", dei "saperi di una volta", del tempo che sembra essersi fermato". Un mondo improntato al "dover essere" di una tipicità senza tempo e sempre uguale a se stessa, una messinscena folklorica condannata a reiterarsi per il godimento del villeggiante nelle località a forte sviluppo turistico. Le montagne diventano così, ancora una volta selettivamente, un immenso lieu de memoire, "riserve indiane", della natura e della memoria.

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