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Alpinismo | 10 ottobre 2026 | 12:00

"Gli scalatori firmavano scarpe e tende d'alta quota come Valentino i suoi abiti". L'alpinista Bianca Di Beaco riflette su una montagna che incontra la società dei consumi

Nel 1985, quando scrive "È arrivata la neve a Malga Calleda",  l'alpinista percepisce di essere in un momento di soglia e di cambiamento per come viene vissuto l'ambiente montano e soprattutto per come viene interpretata l'esplorazione in alpinismo, il mondo di colpo sembra quasi capovolgersi: le Alpi perdono interesse ed attrattiva, mentre accresce in maniera repentina la fascinazione per le imprese in Himalaya

“È tempo di stare a contemplare. In noi e intorno. È tempo di tenere in sospeso azioni e battaglie, conquiste e sconfitte, e di voltarci per vedere ciò che si è vissuto. Era da tanto che avevo trascurato le nostre montagne. Le avevo incontrate nel fascino di un mondo ancora segreto. Avevamo vissuto insieme come amici un po' scorbutici e taciturni”.

 

A volte lo stupore non arriva come una svolta improvvisa, e nemmeno da un agente esterno, ma cala con placidità come la prima neve di una stagione. Nasce dentro di noi, germoglia lentamente e cresce nel silenzio. In una contemporaneità, contraddistinta da clamore e accelerazione, il fascino dell’ignoto, il gusto per il misterioso, questa volta nasce non dall’azione, ma dal rallentare, dal riflettere.

 

È questa l’esperienza sensibile che ci trasmette Bianca Di Beaco nel racconto È arrivato l’inverno a Malga Calleda, edito da Liburnia, rivista del Club Alpino Fiumane, e poi dal Lo Scarpone nel 1985.

 

Lei e il suo compagno di vita e di cordata Jose Baron avevano passato la notte in malga per essere pronti e prossimi all’attacco delle ultime vie della stagione, quando il cambio di meteo riattiva nell’alpinista triestina il gusto della contemplazione e dell’attesa. Quel silenzio ovattato delle nevicate che smussa le forme del paesaggio diventa la condizione ideale per intraprendere un itinerario nella propria interiorità, per rileggere il proprio passato, non con stanca commemorazione, ma piuttosto con uno sguardo lucido e critico, che le permette di trovare il gusto della meraviglia non nel nuovo, ma nel vissuto.

 

Bianca Di Beaco inizia la sua carriera alpinistica nel 1958; incuriosita dall’arrampicata, passa dalla neve dello sci alla roccia. Fin dalla prima via scoppia con la verticalità una confidenza destinata a durare a lungo. Le sue prime vie sono attorno alle “montagne di casa”: le Dolomiti Friulane, la Carnia e le Giulie. I suoi principali compagni di cordata raccontano il suo stile come elegante e leggiadro, con una forte propensione ad andare da primo soprattutto nei tratti più insidiosi.

 

In cordata prima con Walter Menjak e Jose Baron poi, sceglie di interpretare la sua passione alpinistica con una forte propensione all’esplorazione sia delle valli meno conosciute delle sue zone, sia di montagne straniere. Il fascino per l’ignoto e l’inesplorato, la curiosità, la meraviglia che desta la natura sono motori che da sempre spingono l’uomo a dirigersi verso un altrove, a partire per un viaggio, a mettersi in moto.

 

Tra le parole e le riflessioni di Bianca Di Beaco si percepisce proprio questo vissuto; infatti, una delle sue esperienze più memorabili è proprio una piccola spedizione sull’Hindukush (catena montuosa che si estende tra Afghanistan e Pakistan). In questi suoi viaggi Di Beaco, grazie a una spiccata sensibilità che l’ha sempre contraddistinta, non si ferma solo ai dati tecnici delle montagne e delle vie, alle altitudini, all’elevazione del grado, ma si interessa alle comunità montane, alla cultura e a quell’equilibrio fragile che da millenni si è instaurato tra ambiente e persona.

 

Nel 1985, quando scrive È arrivata la neve a Malga Calleda, percepisce di essere in un momento di soglia e di cambiamento per come viene vissuto l’ambiente montano e soprattutto per come viene interpretata l’esplorazione in alpinismo, il mondo di colpo sembra quasi capovolgersi: le Alpi perdono interesse ed attrattiva, mentre accresce in maniera repentina la fascinazione per le imprese in Himalaya. Inoltre, è il nuovo modo di vivere l’alpinismo che le lascia più dubbi: la ricerca della performance, dell’esperienza, del record a discapito dell’incontro con le comunità locali. Insomma, una montagna che cambia con l’arrivo e il consolidarsi della società dei consumi.

 

In questo tempo di attesa e sospensione che la nevicata le regala, riflette attorno a questi temi, riconoscendo che la vera meraviglia non la si incontra per forza lontani miglia di chilometri da casa, ma nello scoprire il nuovo proprio nelle “montagne di casa”.

 

"Erano arrivati in molti a chiedere ai monti tante altre cose: guadagni, divertimento, gloria, e furono abbattuti i confini del mistero. Le strade giunsero fino nel cuore delle montagne e si infissero arpioni nelle loro carni e si incatenarono le loro membra. I boschi e le cime si spopolarono dei loro mitici personaggi ed il libro delle leggende dei monti si chiuse. Polemiche, dibattiti, offese, controffese, demagogie e proteste. Il clamore in montagna e sull'argomento "montagna" e sulla natura tutta riempì ogni spazio e confuse le idee.

 

Nelle terre lontane e fuori moda trovai di nuovo il silenzio e vi approdai come un naufrago. Ma le squadre d'assalto arrivano ormai dappertutto e masse enormi di gente e di materiali e di rifiuti si abbattono nelle valli incantate di silenzio e le imprese impossibili mortificano le pareti più impervie di tutto il mondo. Gli operatori turistici promettono avventure a misura dell'uomo moderno ed esigente nei posti più impensati e tutto pare essere in vendita, anche l'anima delle genti semplici dei mondi sperduti. Diventa sempre più difficile andare a vivere da soli, con discrezione e cautela, una piccola esperienza di verità con le popolazioni dalla fisionomia ancora intatta e sostare nelle loro tende, dividere il pane nelle loro capanne, discendere le valli e lungo i fiumi insieme a noi sempre in netta minoranza. Ecco, questo è importante, noi in minoranza, di fronte alla gente, agli animali. Noi in ultima fila, nell'ombra del loro mondo umile e felice. E scomparire dal campo sotto le montagne quasi furtivi, con la delicatezza riservata ai più fragili equilibri. Ed anche l'ultima pietra che ha formato il muretto attorno all'unica tenda torna al suo posto. Così allontanarsi da ambienti che non ci appartengono e che già subiscono il turbamento della nostra presenza estranea.

 

La corsa ai primati, il benessere materialistico, l'industria del tempo libero, lo stesso desiderio di conoscere e sperimentare tutto ha portato alla dissacrazione di ogni tempio, alla crudele vivisezione di ogni cosa. La curiosità dell'uomo non conosce rispetto e tantomeno la sua avidità. Anche il suo amore stanca e distrugge, perché impone e pretende. Mi vien voglia di non muovermi più. Ogni paura di andare ad aumentare il frastuono, che mi pare abbia intontito anche le montagne più appartate.

Timidamente ritornai ai nostri monti. Jose Baron, con il suo testardo amore per essi mi convinse a ritrovare i silenzi e la poesia di nuovo qui, da noi. Molti ormai si recavano a compiere le imprese extraeuropee, l'evoluzione dell'alpinismo era discesa sui sassi. La conquista dei giganti, nelle catene montuose del mondo, era diventato un grande affare e gli eroi dell'impossibile firmavano scarpe e tende d'alta quota come Valentino i suoi abiti. L'industria aveva trovato il nuovo filone d'oro degli articoli per la tecnica della montagna, per le spedizioni ed i trekking, e l'ultima mescola delle pedule superadesive veniva provata con prestazioni spettacolari sullo sfondo di magnifici tramonti sul mare. L'agonismo e lo sponsor lasciarono liberi certi angoli delle montagne nostrane passate di moda e che non facevano più cronaca".
 

Immagine di apertura: malga Calleda, Dolomiti bellunesi (fonte dolomiti.it), ritratto di Di Beaco (fonte Cai edizioni)

 

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La montagna nei libri

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".

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