Cosa succede quando la montagna non è più quella che ricordavamo? Per gli alpinisti può essere un problema

Tra ghiacciai che arretrano, laghi che scompaiono e versanti sempre più instabili, il paesaggio montano non risponde più alle vecchie coordinate della memoria e costringe a riscrivere le regole della frequentazione in quota. Se ne è parlato a Rocca di Cambio nell'incontro "Cambiamento climatico e nuove vie d'alpinismo" con Paolo Tuccella, ricercatore del Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche e del Cetemps dell'Università dell'Aquila e Vincenzo Brancadoro, alpinista e vicepresidente della sezione Cai dell'Aquila

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
A Rocca di Cambio, nell’ambito del festival “Le Stagioni della Quota”, scienza e alpinismo si sono incontrati per raccontare le trasformazioni delle montagne. Dal ritiro del Calderone alla scomparsa del laghetto Sofia, fino alla crescente instabilità dei versanti: conoscere un itinerario oggi non significa più ritrovarlo domani nelle stesse condizioni.
C’è una montagna che ricordiamo e una montagna che troviamo quando torniamo. A volte la differenza si misura in pochi centimetri di neve. Altre volte in una parete diventata più instabile, in un ghiacciaio che non scorre più verso valle, in un lago che scompare o in un itinerario alpinistico che conserva lo stesso nome ma non più le stesse condizioni.
È partito proprio da qui l’incontro Cambiamento Climatico e Nuove Vie d’Alpinismo, andato in scena sabato 26 settembre a Rocca di Cambio nell’ambito della manifestazione che proseguirà nei prossimi mesi con appuntamenti dedicati alla conoscenza e alla frequentazione consapevole delle terre alte.
Un confronto tra due punti di osservazione differenti ma inevitabilmente collegati: quello della scienza, affidato a Paolo Tuccella, ricercatore del Dipartimento di Scienze Fisiche e Chimiche e del CETEMPS dell’Università dell’Aquila, e quello dell’esperienza diretta in montagna di Vincenzo Brancadoro, alpinista e vicepresidente della sezione CAI dell’Aquila.
Per capire ciò che sta avvenendo sull’Appennino bisogna inevitabilmente allargare lo sguardo. Durante l'incontro Tuccella ha ripercorso l'evoluzione dei ghiacciai e le condizioni climatiche che nel tempo ne hanno determinato avanzate e ritirate. L'aumento delle temperature globali diventa così leggibile anche su scala locale, attraverso trasformazioni che sulle montagne abruzzesi hanno ormai assunto una dimensione evidente.
E il luogo forse più simbolico per osservare questo cambiamento è il Calderone del Gran Sasso. Per decenni è stato raccontato come il ghiacciaio più meridionale d'Europa. Oggi quella definizione appartiene a un'altra fase della sua storia. Dall'estate del 2000 il corpo glaciale risulta separato in due masse e viene classificato come glacionevato: il ghiaccio esiste ancora, ma non presenta più quel movimento verso valle che caratterizza propriamente un ghiacciaio. Una distinzione che può sembrare tecnica, ma che racconta in realtà una trasformazione profonda.
Guardando oggi la conca del Calderone durante l'estate si potrebbe perfino avere l'impressione che il ghiaccio sia ormai quasi completamente scomparso. Non è così. Una parte importante è nascosta sotto il materiale detritico che ricopre la conca. Le indagini con georadar condotte negli anni passati hanno individuato, nei punti più profondi del settore medio-inferiore, spessori dell'ordine di 25 metri, con valori localizzati prossimi ai 26 metri. Non significa naturalmente che l'intero Calderone conservi quello spessore, ma dimostra quanto ciò che appare in superficie racconti soltanto una parte della storia.
Paradossalmente proprio i detriti possono contribuire in alcuni punti a rallentare la fusione, schermando il ghiaccio dall'irraggiamento solare. Anche gli inverni molto nevosi in quota, come quello appena trascorso, possono restituire per una stagione immagini apparentemente in controtendenza, con nevai capaci di superare l'estate. Ma il clima si misura sulle serie lunghe. Una buona stagione non ricostruisce un ghiacciaio, così come una singola estate non può raccontare da sola l'evoluzione di una montagna.
Tra le immagini più significative presentate durante l'incontro ce n'è una che racconta forse meglio di molte statistiche quanto sia cambiato il Calderone. È quella del laghetto Sofia. Si formava nella depressione alla base del ghiacciaio quando l'acqua di fusione rimaneva temporaneamente intrappolata nella conca. Secondo il materiale mostrato durante il convegno, venne osservato già nel 1946 e una fotografia del settembre 1949 ne documenta chiaramente la presenza.
Le sue dimensioni erano variabili: in determinate condizioni poteva raggiungere decine di metri di diametro. Dalla metà degli anni Novanta quel lago non viene più osservato nella sua configurazione storica. L'acqua, tuttavia, può ancora tornare temporaneamente. È successo nel settembre 2012 e, in forma molto più ridotta, anche nell'agosto 2024, in seguito a precipitazioni intense e alla temporanea ostruzione dell'inghiottitoio attraverso il quale l'acqua normalmente defluisce. Non è il ritorno del vecchio lago glaciale. È piuttosto un altro esempio di un ambiente che continua a modificarsi. Ed è qui che la climatologia incontra inevitabilmente l'alpinismo.
Una montagna più calda non significa semplicemente una montagna con meno neve. Significa modificare i tempi della stagione alpinistica, trovare canali che entrano prima in condizioni differenti, avere una minore permanenza della neve, assistere a cicli di gelo e disgelo diversi e, soprattutto, confrontarsi con pareti e versanti che possono diventare più instabili.
L'esperienza portata da Vincenzo Brancadoro durante l'incontro ha spostato così il discorso dai dati al terreno. Per generazioni di alpinisti conoscere una via significava costruire nel tempo un patrimonio di esperienza: sapere dove trovare un nevaio, conoscere la consistenza di un pendio in un determinato periodo dell'anno, ricordare la conformazione di un passaggio.
Oggi quella memoria rimane fondamentale, ma deve essere continuamente aggiornata. Il punto non è che le montagne siano improvvisamente diventate luoghi completamente diversi. È che le condizioni sulle quali per decenni sono state costruite abitudini, stagionalità e conoscenze possono cambiare più rapidamente. E quindi anche l'esperienza deve imparare ad adattarsi.
Continuiamo a rappresentare la montagna attraverso linee: sentieri, vie normali, canaloni, itinerari di arrampicata. Ma quelle linee attraversano ambienti vivi. Un sentiero rimane disegnato nello stesso punto sulla carta, mentre attorno possono cambiare neve, roccia, acqua e stabilità del terreno. Conoscere perfettamente un itinerario, quindi, non significa necessariamente conoscere le condizioni nelle quali lo si troverà. Ed è un principio che riguarda non soltanto gli alpinisti. Riguarda gli escursionisti, chi sale sui sentieri attrezzati, chi frequenta i nevai residui o semplicemente chi percorre l'alta montagna affidandosi al ricordo di quello che aveva trovato l'anno precedente.
Sul Gran Sasso tutto questo è particolarmente evidente. Il Calderone è contemporaneamente un luogo geografico, un simbolo dell'Appennino e una sorta di archivio naturale. Dentro le sue trasformazioni si possono leggere decenni di clima. Nelle fotografie storiche appare una montagna diversa da quella attuale. Il ghiaccio occupava superfici maggiori, la neve sopravviveva più facilmente all'estate e il laghetto Sofia rappresentava una presenza conosciuta del paesaggio glaciale. Basti pensare all’agosto del 1963, quando in prossimità del ghiacciaio si fece anche una gara di slalom gigante.
Oggi molte di quelle immagini sembrano appartenere a un tempo lontanissimo. Eppure sono trascorse soltanto poche generazioni. Forse è proprio questo uno degli aspetti più potenti del Calderone: rende visibile qualcosa che normalmente percepiamo come astratto. Il cambiamento climatico non è soltanto una curva su un grafico. Sul Gran Sasso è una fotografia confrontata con un'altra fotografia. È il limite della neve che arretra. È il ghiaccio nascosto sotto i detriti. È un piccolo lago che non compare più come una volta.
Il convegno di Rocca di Cambio nasceva ufficialmente proprio attorno al rapporto fra cambiamento climatico e nuove prospettive dell'alpinismo: capire come la trasformazione della copertura nevosa, dei ghiacciai e della stabilità dei versanti stia modificando il modo di attraversare l'alta quota. Ma il tema va probabilmente oltre l'alpinismo. Perché davanti a una montagna che cambia anche chi la frequenta deve cambiare qualcosa nel proprio modo di osservarla. Non significa rinunciare alla montagna. Significa abbandonare l'idea che essa sia immutabile.
Le fotografie del Calderone, la storia del laghetto Sofia e ciò che resta del ghiaccio sotto i detriti mostrano che anche un paesaggio apparentemente eterno può trasformarsi nell'arco di una vita umana. E allora forse la vera nuova via da trovare non è soltanto quella aperta su una parete.
È un modo diverso di leggere la montagna, accettando che esperienza e memoria non bastano più da sole: devono camminare insieme all'osservazione, alla conoscenza scientifica e alla capacità di adattarsi a ciò che la quota, ogni volta, ci mette davanti.












