Gli agricoltori non servono a niente?

I contadini e gli allevatori di montagna presidiano il territorio e rappresentano "uno degli ultimi presidi per la tutela della biodiversità", come si legge nel Manifesto de L'Altramontagna. Saranno anche "quattro gatti", come sostiene l'ex direttore del quotidiano Domani Stefano Feltri, ma il loro lavoro non è sostituibile con prodotto importato dall'estero. Senza di loro, non ci sarebbe nemmeno il paesaggio italiano. Nasce "Quattro gatti", una nuova rubrica per raccontare storie di persone dietro l'agricoltura di montagna

Un bocconiano forse non può non avere gli strumenti per comprendere il ruolo sociale dell'agricoltura e dell'allevamento di montagna, né di coglierne il valore paesaggistico, quello che - se venisse meno un presidio legato al settore primario - farebbe crollare anche il prodotto interno lordo del turismo, attività che probabilmente considera strategica.
È questo che annotiamo dal nostro osservatorio de L'Altramontagna rileggendo le parole di Stefano Feltri, già vicedirettore de Il Fatto Quotidiano e quindi direttore di Domani, che nel mese di agosto ha attaccato in televisione un intero settore, provando quindi a difendersi ma peggiorando soltanto la situazione: "La brevità dei tempi televisivi mi ha spinto a sintesi un po' drastiche (ho detto che 'gli agricoltori non servono a niente' che era una versione un po' estrema del concetto che la produzione agricola in Europa non è davvero strategica, perché praticamente per ogni prodotto c'è un sostituto sul mercato internazionale)".
Nel suo lungo articolo, apparentemente un attacco alla lobby agricola del lamento, Feltri ha inserito altre considerazioni rispetto ad un settore "fermo", un settore che vivrebbe solo di sussidi, che - soprattutto - "non serve a proteggere l'ambiente ma lo danneggia". È un tema su cui su queste pagine ci interroghiamo, costantemente e con il supporto scientifico di chi studia e fa ricerca sul cibo di montagna. Sappiamo, perciò, che non ha senso banalizzare né inserire tutta l'agricoltura in una categoria, che esistano differenze sostanziali tra una stalla in Pianura Padana e un allevamento allo stato brado o semibrado in montagna, che esistano biografie da esplorare e storie da raccontare, perché capaci - attraverso un prodotto - di raccontare la trasformazione di un territorio, l'evoluzione nei modi di stare in montagna, restituendo il valore di legami generativi con mestieri tradizionali, capaci di proiettare un intero settore nel futuro.
Nel Manifesto de L'Altramontagna si legge al punto 7 "la montagna è uno degli ultimi presidi per la tutela della biodiversità". Feltri non può non tenerne conto, in un momento in cui il tema del Ripristino della natura è oggetto di una Direttiva europea che va anche a valorizzare (nel senso letterale di dare anche un valore economico) i servizi ecosistemici che i territori montani garantiscono nell'interesse di tutti gli abitanti del Paese, compresi quelli che oggi vivono concentrati nelle grandi aree metropolitane.
L'agricoltura e l'allevamento di montagna meritano rispetto. Le storie di coloro che hanno scelto di dedicarsi al settore primario non possono essere banalizzate, tacciando vite fondamentali dietro l'aggettivo "residuale". Sempre nel Manifesto si legge che "la montagna, dopo il grande collasso demografico, torna ad essere un'attraente opzione di vita, e può rivelarsi un laboratorio socio-ambientale per sperimentare buone pratiche. Riabitare significa anche riabilitare".
Questa rubrica non nasce per rispondere agli attacchi di Stefano Feltri, ma serve ad offrire ai tanti che credono nel futuro della montagna italiana uno sguardo sull'agricoltura e sull'allevamento. Lo faremo ogni settimana a partire dalle storie di quei "quattro gatti" (secondo Feltri "la progressiva contrazione del settore è una tendenza inarrestabile e anche auspicabile") che dedicano la propria vita a un settore che - anche se "vale il 2 per cento circa del Pil" - non rappresenta solo "una eredità del passato".

Agricoltori e allevatori di montagna saranno anche quattro gatti, come sottolinea qualche commentatore, ma è grazie a loro se il bosco non ha preso il sopravvento su prati e pascoli, se gli orti di montagna continuano a far frutti, se ancora possiamo osservare e quindi assaggiare la biodiversità di ortaggi, verdure, frutta e cereali. Sappiamo che quello del contadino di montagna è un ruolo sociale, culturale ed ecologico fondamentale e per questo "Quattro gatti" racconterà le storie di quanti incrociano i punti del Manifesto de L'Altramomtagna, contribuendo a realizzare quotidianamente un abitare le Terre Alte capace di futuro.












