Ferrate, la Sat rallenta su nuove vie: "Non tutto ciò che è possibile è opportuno per la montagna. Non moltiplicare infrastrutture e coltivare cultura della prudenza"
Il presidente della Sat Cristian Ferrari al convegno nazionale: "Un cavo non elimina il rischio, mentre la ricerca dell’emozione come prodotto turistico può alimentare un’illusione di facilità. La preparazione comprende quindi la capacità di scegliere un itinerario e di rinunciare"

MORI. Non adoperarsi per realizzare nuove ferrate e valutare caso per caso gli interventi su quelle esistenti, contemplando anche la dismissione quando le opere necessarie risultano incompatibili con la tutela della montagna: questo l’orientamento della Sat che è stato confermato durante il convegno nazionale a Mori, in occasione del cinquantenario delle ferrate Ottorino Marangoni di Montalbano e Gerardo Sega di Avio.
Una scelta, è stato rimarcato, che riguarda un patrimonio concreto: il sodalizio gestisce infatti 69 delle circa 90 ferrate presenti in Trentino e, tra ferrate e sentieri attrezzati, cura complessivamente 29,2 chilometri di attrezzature.
“Non tutto ciò che è tecnicamente possibile è necessariamente opportuno per la montagna”, sottolinea il presidente Cristian Ferrari. E anche il Cai, attraverso le parole del presidente Montani, conferma la scelta di non realizzare nuove ferrate.
Sulle nuove realizzazioni le posizioni emerse durante il convegno però differiscono: Gianni Canale, presidente del Collegio delle Guide Alpine del Trentino, ritiene che non vadano escluse a priori, distinguendo alta quota e fondovalle mentre Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness, chiede invece “un fermo generalizzato alla diffusione dell’artificializzazione delle montagne”. Silvio Rigatti, presidente APT Garda Dolomiti, considera invece le ferrate “un prodotto turistico strategico per il Garda Trentino, capace di favorire la frequentazione fuori dai mesi estivi e una distribuzione più equilibrata dei flussi sul territorio”.
Centrale poi il tema della sicurezza: alla gestione, è emerso, si affianca la preparazione dei frequentatori. Sulla ferrata di Montalbano, appena sopra l’abitato di Mori, il Soccorso Alpino ha registrato 48 interventi tra maggio 2010 e agosto 2026, con 200 tecnici impiegati e circa 830 ore di lavoro.
L’intervento di Marco Torboli, capostazione della Stazione Vallagarina del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino, si è concentrato proprio sull’analisi dei 48 interventi effettuati sulla ferrata tra maggio 2010 e agosto 2026.
“Dai dati emerge come sfinimento e malori siano le principali cause di soccorso, con una frequenza doppia rispetto alle cadute. Dopo la riapertura del 2014 – spiega – quasi due interventi su tre sono stati legati a malore, sfinimento o impossibilità di proseguire. I lavori di messa in sicurezza hanno reso il percorso più accessibile, ma i dati mostrano che viene affrontato anche da persone che non sempre hanno la preparazione necessaria per completarlo. I soccorsi sono necessari durante tutto l’anno, con circa la metà degli interventi concentrata nel fine settimana".
IL FUTURO DELLE FERRATE: IL CONFRONTO NELLA TAVOLA ROTONDA
Alla tavola rotonda sul futuro delle ferrate hanno partecipato il presidente Sat Cristian Ferrari, il vicepresidente generale vicario Cai Manlio Pelizon e il vicepresidente del Soccorso Alpino e Speleologico Trentino Johnny Zagonel. Il confronto, viene sottolineato, ha ripreso anche il tema della funzione delle ferrate e di come sia cambiata nel tempo.
"Custodire il patrimonio storico, non moltiplicare le infrastrutture e coltivare una cultura della montagna e della prudenza". Sono queste le indicazioni che Cristian Ferrari ha sviluppato nella sua relazione, ripercorrendo l’evoluzione delle ferrate: dalle esigenze di collegamento, militari e alpinistiche alla frequentazione turistica contemporanea.
E l’esperienza della Via delle Bocchette nelle Dolomiti di Brenta, ha spiegato il presidente, richiama un modo di costruire gli itinerari seguendo le caratteristiche della montagna, attraverso cenge, bocchette e collegamenti tra rifugi. Il valore delle opere esistenti, ha specificato, richiede oggi una valutazione responsabile e "manutenzione sobria, rispetto del paesaggio e, quando necessario, dismissione". Ferrari ha poi posto anche il tema dell’eccesso di infrastrutture e della spettacolarizzazione dei percorsi: "Un cavo non elimina il rischio, mentre la ricerca dell’emozione come prodotto turistico può alimentare un’illusione di facilità. La preparazione comprende quindi la capacità di scegliere un itinerario e di rinunciare".
Alla trasformazione dei percorsi, per l'appunto, si affianca poi quella della comunicazione. E Ferrari ha messo sul tavolo una domanda che lega promozione turistica e responsabilità: “Quando il rischio diventa comunicazione turistica, chi si assume la responsabilità dell’emulazione?” Il richiamo è alla qualità delle informazioni che accompagnano le immagini della montagna e alla capacità di leggere i luoghi, scegliere e rinunciare.
“In origine molti percorsi nascevano per agevolare il raggiungimento di una cima o migliorare un collegamento. Oggi ci sono ferrate concepite come attrazioni in sé – ha spiegato Pelizon – e sull’esistente occorre intervenire quando le attrezzature non sono più adeguate, tenendo conto anche delle trasformazioni legate ai cambiamenti climatici”.
Zagonel ha richiamato l’esempio del nuovo bivacco Fiamme Gialle, sulle Pale di San Martino, diventato una meta molto ambita anche grazie ai social network: “Le immagini mostrano un luogo spettacolare, ma spesso non restituiscono la difficoltà dell’itinerario necessario per raggiungerlo, che prevede la ferrata Bolver Lugli. È importante che alla promozione della montagna corrisponda una corretta informazione sulle caratteristiche dei percorsi”. E in questa direzione si inserisce il Tavolo della prudenza in montagna, che riunisce le principali realtà del territorio: “L’obiettivo è promuovere una cultura della frequentazione consapevole, anche attraverso i social network”.
In sintesi, ripercorrendo l'intero convegno, è emerso ciò: pur con sensibilità differenti sulle nuove realizzazioni, il confronto ha ribadito la necessità di prendersi cura del patrimonio esistente e promuovere una frequentazione consapevole. Controlli e manutenzione, è stato ribadito, devono accompagnarsi alla preparazione di chi sale, mentre le ricadute turistiche vanno valutate insieme agli effetti sul paesaggio e sugli habitat. “Una responsabilità che riguarda anche il modo in cui la montagna viene raccontata e proposta ai suoi frequentatori”.











