"Potranno non essere attrezzati o preparati, ma se scelgono di raggiungere il Rifugio a piedi l'input positivo c'è. Il resto sta a noi rifugisti farlo"

Quella di Sergio Rosi, gestore del Rifugio Passo Principe, è una riflessione che continua ad essere attuale. Mentre perdura l'affollamento delle montagne da parte di escursionisti non preparati, secondo il rifugista resterebbe ben salda una certezza: "Siamo noi a dover portare a conoscenza la realtà estemporanea del rifugio. L’importante è che dagli avventori non manchi l’input positivo"

In un'epoca in cui le montagne vengono prese sempre più d'assalto e in cui preparazione e consapevolezza sembrano mancare fin troppo spesso, c'è ancora chi è convinto che i cosiddetti 'merenderos' non siano in fondo la causa di tutti i mali. O, comunque, che alla "mancanza di conoscenza" vi si possa porre rimedio.
La storia è quella di un rifugio che sorge a quota 2.600 ma soprattutto del suo gestore, cosciente che fra i vari compiti di un rifugista ci sia quello di “portare a conoscenza la realtà estemporanea del rifugio e dell’esperienza in quota a chi non le conosce”.
"I rifugi - ci diceva qualche tempo fa Sergio Rosi, gestore del rifugio Passo Principe (che sorge nel gruppo del Catinaccio in Val di Fassa) - sono nati come punti d'accoglienza per chi va in montagna. Chi sceglie di venire da me a piedi, anche se lo fa per la prima volta nella vita, già mi piace. Non parlo di chi si affida ad auto o impianti ma di chi decide di fare la fatica di raggiungerci con le proprie forze. Magari non lo fa con le conoscenze a attrezzature adeguate, ma comunque parte da un input positivo ed è questo che conta. Il resto, sta a noi rifugisti farlo".
Classe 1954, il gestore del Passo Principe e guida alpina originario della Vallagarina (Trentino) vive e lavora sulle montagne da sempre. Quelle da lui condivise sono quindi riflessioni maturate grazie a lunghi anni d'esperienza, trascorsi a raccontare le terre alte agli avventori, più o meno esperti che fossero. “Chi è abituato alla città probabilmente non conosce l'essenzialità ma se decide di andare in quota a piedi dimostra di avere dentro di sé quantomeno la voglia di conoscere: non sa cosa l’aspetta ed è per questo che noi rifugisti dovremmo stare attenti a ciò che proponiamo”, aggiunge oggi Rosi, intervistato da L'Altramontagna.
“Se a quota 2.000 un cittadino trova ostriche e champagne penserà che quella è un’offerta normale in montagna. Se invece gli si spiega che sulle terre alte certe cose non si possono portare, forse capirà e saprà viverle al meglio”.
La consapevolezza della necessità di ‘guidare’ gli avventori meno esperti (ma disposti a camminare e quindi mossi da ‘input’ positivo) si è insinuata nel rifugista in particolare negli anni del post Covid, quando le montagne hanno cominciato a popolarsi di turisti ed escursionisti non propriamente preparati.
Di ciò ne avevamo parlato anche con Duilio Boninsegna, gestore del rifugio Pradidali: "I tempi sono cambiati sotto tanti punti di vista e non soltanto a livello ambientale. Anche il tipo di escursionisti che arrivano da noi sono molto diversi rispetto ad una volta - spiegava -. Negli anni '90 venivano soprattutto 'esperti di montagna', che alla doccia nemmeno ci pensavano. Ora, invece, sono molti quelli che chiedono di potersi lavare, anche offrendosi di pagarci il servizio, non capendo quindi quale sia il reale nocciolo della questione: non di certo un 'problema' di soldi" (QUI ARTICOLO).
"Per alcuni il rifugio - si aggiungeva Rosi in un’intervista di qualche tempo fa - dev'essere minestrone e niente doccia, per altri invece ci si può permettere d'innovare al punto da arrivare a proporre pesce o saune a quota 2.000. Io direi che sto nel mezzo. Rifugio oggi può voler dire minestrone in quei luoghi in cui fare arrivare provviste è complesso, mentre in posti più facilmente accessibili si può pensare di proporre qualcosa in più. Non intendo pesce o cocktail ma canederli o piatti un po' più elaborati, pur restando entro i confini della struttura in quota".
Il gestore del Passo Principe proseguiva poi nel racconto facendo notare quanto sarebbe importante rivedere la dicitura di 'rifugio' nel caso di strutture raggiungibili in auto: "Un rifugio è un punto d'approdo in quota raggiungibile a piedi". E, ancora, nel caso di strutture che offrono servizi (come il centro benessere) o comfort che con un rifugio alpino poco hanno a che vedere.
Per quanto riguarda invece il tipo di 'offerta', "questa può variare da struttura a struttura e a seconda della possibilità - aggiungeva -. Se posso offrire il gelato o la doccia calda lo faccio. Se il mio rifugio è in mezzo al nulla e non ho acqua o grandi possibilità di rifornimento l'alpinista o escursionista dovrà accontentarsi di minestrone e accettare di non fare la doccia".
In generale, secondo Rosi prendersela con i cosiddetti 'merenderos' (ossia con escursionisti poco preparati o non attrezzati) non sarebbe giusto: "Chi può fare davvero la differenza è il rifugista che, fra i vari compiti, ha anche quello di raccontare la montagna, spiegando cosa è possibile trovare e mostrando la bellezza dalla condivisione e dell'essenzialità".
"Negli anni - concludeva - mi è capitato di imbattermi in escursionisti sorpresi del fatto che in quota ci si salutasse o che non sapevano che in rifugio ci si potesse dormire. O, ancora, che si stupivano del fatto che i tavoli o le stanze si condividono. Come già detto, a me le persone così piacciono già solo per il fatto che si sono messe in gioco venendo da me a piedi".
"Il nostro è un lavoro che ne racchiude tantissimi ed è evidente che non tutti sono in grado di gestire le varie mansioni. Un cambiamento di certo serve, ma può avvenire solo se siamo noi rifugisti in primis a metterci in gioco, mostrando sempre la voglia e la pazienza di spiegare e raccontare: a volte potrà essere faticoso, ma per me resta il lavoro più bello del mondo".

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere














