Niente doccia al rifugio e allora preferiscono tornare a valle al buio, il gestore del Pradidali: "I tempi sono cambiati: molti pensano di arrivare in albergo"
L'intervista a Duilio Boninsegna, gestore del Pradidali: "I tempi sono cambiati sotto tanti punti di vista e non solo a livello ambientale. Negli anni '90 venivano da noi soprattutto escursionisti esperti, che alla doccia nemmeno ci pensavano. Ora, invece, sono molti quelli che la pretendono, consapevoli che l'acqua scarseggi: approdano in rifugio pensando di essere in albergo e pronti a pagare un extra non capendo quale sia il nocciolo del problema"

TONADICO. "Negli anni '90 mi avevano detto che al rifugio Pradidali l'acqua non sarebbe mai mancata, nonostante il ghiacciaio avesse già cominciato a ritirarsi". Guarda ai suoi (quasi) 30 anni trascorsi a gestire un rifugio a quota 2.278 metri nel cuore delle Pale di San Martino, Duilio Boninsegna, con la consapevolezza di chi il cambiamento climatico lo ha sperimentato sulla propria pelle, con tanto di conseguenze: "Se non hai l'acqua chiudi: noi rifugisti sappiamo quanto sia preziosa ed è nostro compito anche farlo capire agli escursionisti. La montagna può essere sinonimo di rinuncia".
"Ho assistito all'evolversi del cambiamento climatico con una rapidità impressionante", esordisce Duilio a Il Dolomiti, che al rifugio Pradidali ci approdava nel 1995 "senza nemmeno sapere per quanti anni lo avrei gestito - ricorda -. Allora, quella relativa all'acqua pareva non essere ancora una questione preoccupante. Stando alle misurazioni della Sat, lo spessore del ghiacciaio aveva già cominciato a calare soprattutto rispetto agli anni '70, ma si trattava d'una tendenza molto più 'lieve' rispetto ad oggi", prosegue.
"L'allora gestore Silvio Simoni mi aveva infatti detto che al Pradidali non avrei mai avuto problemi d'acqua - prosegue il rifugista -. Ed è stato effettivamente così per qualche anno, precisamente fino al 2003, annata caratterizzata invece da un'estate molto calda durante la quale le riserve nelle falde erano notevolmente calate". La conseguenza è stata l'inevitabile necessità di adeguarsi ai cambiamenti climatici e alla carenza di risorse idriche, "passando da una cisterna (per riserva) di 1.000 litri a immagazzinarne 5.000, poi 10mila e infine 50mila, che ora nemmeno bastano: lo scorso anno, a luglio, eravamo già senz'acqua".
Un problema che negli anni molti rifugisti hanno tentato di 'combattere' attrezzandosi con cisterne, chi sfruttando nevai o ancora attingendo da nuove falde. Tutti, senza dubbio, utilizzando l'acqua a disposizione con estrema parsimonia: "In montagna lo si fa da sempre ma attualmente è più necessario che mai - fa notare il gestore del Pradidali - parte del nostro lavoro, non a caso, è anche quello di 'educare' gli escursionisti, facendo loro capire che l'esperienza in quota è fatta più di rinunce che di comfort: non siamo alberghi".
Questo ha significato negli anni anche dire molti 'no' a chi pretendeva di farsi una doccia una volta raggiunto il rifugio: "I tempi sono cambiati sotto tanti punti di vista e non soltanto a livello ambientale. Anche il tipo di escursionisti che arrivano da noi sono molto diversi rispetto a un tempo: negli anni '90 venivano soprattutto 'esperti di montagna', che alla doccia nemmeno ci pensavano. Ora, invece, sono molti quelli che chiedono di potersi lavare, anche offrendosi di pagarci il servizio, non capendo quindi quale sia il reale nocciolo della questione: non di certo un 'problema' di soldi", commenta.
"Quello che cerchiamo di far capire a tutti è che il rifugio dipende molto (anche) dalle condizioni meteorologiche e dal clima: se fa troppo freddo l'acqua si ghiaccia e quindi non ce n'è. Se fa troppo caldo il problema è sempre lo stesso. L'acqua non può quindi essere sprecata e questo ci spinge a dover dire molti 'no'. Ovviamente, chi cammina da giorni e ha bisogno d'una doccia la può fare, ma chi si ferma in quota una notte credo possa resistere - conclude -. Non manca chi si arrabbia, ma i più capiscono".
"A volte, tuttavia, succedono casi assurdi come quello avvenuto una settimana fa, quando una coppia di escursionisti, giunti da noi dopo 5 ore di cammino, non potendo fare la doccia hanno deciso di tornare a valle al buio: non credo valga la pena di rischiare per cose del genere. La verità è che manca la consapevolezza di cosa significhi andare in quota: un'esperienza autentica, bella perché fatta d'essenzialità. Altrimenti, se si pretende di avere di più è meglio optare per un soggiorno in albergo".












