Tremenda frana diventa occasione di rinascita: "I costi di gestione del Rifugio sono aumentati, ma così la montagna è tornata a respirare". Storia di una struttura a quota 2.600

Il racconto dei gestori del Rifugio Carate: "È stata un'estate diversa dal solito, per certi versi strana. Ma, nonostante gli elevati costi degli elicotteri per rifornirci, siamo felici che la montagna abbia avuto in qualche modo respiro"

Una stagione calma, per certi versi "strana", ma non negativa. Sicuramente non per la montagna che, grazie ad una frana, è tornata in qualche modo a respirare. Gli ampi parcheggi presenti a quota 2.000 si sono svuotati delle auto che fino all'estate scorsa affollavano ogni 'angolo' lasciato libero, ed i sentieri si sono ripopolati (per la maggiore) di escursionisti preparati e ben attrezzati.
La storia è quella del Rifugio Carate e dei suoi gestori, Alessandro Schenatti e Silvia Cozzi che, quest'anno, si sono ritrovati per la prima volta in 6 anni a vivere una situazione tutt'altro che usuale: "Una grossa frana avvenuta a novembre 2025 ha condotto ad una vera e propria scrematura degli accessi alla nostra zona, la Valmalenco. Così, nel corso dell'estate sono passati solo gli escursionisti dell'Alta Via, quelli del sentiero Bernina Sud e la gente più motivata ed allenata per compiere lunghe camminate".

Secondo quanto spiegano i rifugisti a L'Altramontagna, infatti, "la frana è avvenuta all'inizio di una strada carrabile che consentiva a moltissimi di raggiungere in auto quota 2.000 da Lanzada, per poi proseguire a piedi verso il nostro Rifugio, che sorge a 2.636 metri di altitudine. L'impossibilità di approdare in zona con i mezzi ha fatto desistere molti, anche se alcuni hanno deciso di raggiungerci comunque, utilizzando un servizio di navette messo a disposizione in via del tutto eccezionale".
Mezzi che accompagnavano gli escursionisti in quota per rispondere in maniera temporanea ai danni causati dalla frana, ma un servizio che ha trascinato con sé non poche critiche: "C'è chi si è lamentato perché non si potevano portare a bordo animali - riferiscono Schenatti e Cozzi - o ancora chi non è potuto salire con bimbi piccoli perché l'unico modo per farlo era avere con sé un seggiolino auto. Insomma, i problemi non sono mancati e sicuramente sarebbe necessario studiare un po' meglio il tutto, anche in un'ottica di contingentare gli accessi al versante della Valmalenco in cui sorge il Carate".
L'idea dei rifugisti, infatti, è che la montagna andrebbe tutelata, evitando le 'folle dolomitiche': "Gestiamo questo rifugio dal 2021 e in questi anni anche noi, come molti nostri colleghi, abbiamo notato quanto sia incrementato il turismo in montagna - fanno sapere -. Certo, non possiamo parlare di 'overtourism', ma in alta stagione di persone ce ne sono davvero molte". I piazzali a quota 2.000 (organizzati in parcheggi con "strisce blu") si affollano infatti di auto e mezzi e non manca anche chi parcheggia fuori posto e finisce per prendersi delle multe.
"Siamo convinti che l'estate appena trascorsa abbia avuto molto da insegnarci: un afflusso più limitato non avrà giovato alle nostre casse, ma di certo ha permesso alla montagna di tornare a respirare. In futuro, oltre ai lavori già in corso di sistemazione della strada distrutta dalla frana, sarebbe bene pensare a come contingentare gli accessi alla Valmalenco. Magari studiando un po' meglio il servizio di bus navette, da prenotare online per evitare le folle o le lunghe code. Servirebbe in generale una regolamentazione migliore per un turismo più consapevole e magari anche una Ztl".
In generale, l'estate 2026 è stata "buona", ma scandita da ritmi completamente diversi rispetto a quelli vissuti negli anni precedenti: "Per quanto riguarda le merende della mattina e i pranzi del mezzogiorno abbiamo lavorato poco e niente - ammettono i rifugisti -. Il lavoro grosso lo abbiamo avuto per torte e caffè pomeridiani per escursionisti di passaggio e ancora per cene e pernottamenti".

"Ci aspettavamo di lavorare meno, ma ci eravamo preparati, anche assumendo qualche collaboratore in meno. E' andata comunque molto meglio di quando pensassimo all'inizio – concludono Cozzi e Schenatti -. Nonostante gli elevati costi degli elicotteri per rifornirci, siamo felici che la montagna abbia avuto in qualche modo respiro. In futuro ci vediamo ancora qui, a gestire un luogo diventato ormai per noi 'casa'".

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere














