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Storia | 10 ottobre 2026 | 18:00

"Il vescovo tardò a indire l'inizio della vendemmia: fu la miccia che fece scoppiare la rivolta". Sulle tracce della storia dimenticata della Valle Imagna

"Mi auguro che la mia ricerca possa contribuire ad incrementare la consapevolezza di ciò che abbiamo ereditato, stimolando iniziative di tutela e valorizzazione", confida Paolo Manzoni, autore di un'opera poderosa che esplora la storia medievale della Valle Imagna, piccola vallata orobica in provincia di Bergamo

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Valdimania de Lemenne è un’opera poderosa che esplora, nello spazio di tre tomi, la storia medievale (XI-XV secolo) della Valle Imagna, piccola vallata orobica in provincia di Bergamo. Paolo Manzoni, autore di questo lavoro, è un cultore della storia di Almenno avendo negli anni dato alle stampe numerose pubblicazioni su questo argomento. Con questa ultima fatica, edita dal Centro Studi Valle Imagna nel 2025, va a illuminare il buio che sinora gravava sulla fase di iniziale colonizzazione di questo angolo delle Prealpi lombarde.

 

Come nascono la sua passione per la storia locale e la sua attività di ricerca?

Premetto fin da subito che non ho avuto una preparazione specifica in materia: sono un autodidatta. Di professione ho fatto l’insegnante di Lettere alle Scuole Medie, ma ho sempre nutrito una grande curiosità per la storia. Quando avevo circa quarant’anni, mi venne proposto di proseguire uno studio sulle vicende antiche di Almenno avviato dal prete del paese, che era mancato lasciandolo incompleto. Quella fu la mia prima vera esperienza di ricerca… Tutte le pubblicazioni a cui ho lavorato successivamente non sono state altro che un approfondimento di elementi emersi in quel primo lavoro.

Va detto che mi ha avvantaggiato il fatto di conoscere molto bene il latino per via della mia formazione letteraria e avendo sempre dato ripetizioni ai ragazzi. La vera difficoltà è stata apprendere la paleografia, ovvero l’arte di decifrare gli antichi documenti… Ma negli anni mi sono fatto una grande esperienza e ora riesco a leggere qualsiasi documento.

 

Per quale motivo, provenendo da studi sulla storia di Almenno, ha deciso di interessarsi alle vicende della limitrofa Valle Imagna?

A convincermi è stata la scoperta che, fino alla metà del Duecento, l’antica Lemenne (o Lemine) e la Valle Imagna rappresentassero un’unica entità: dai documenti, infatti, si evince che la valle era il contado della corte feudale di Lemenne. Quindi, approfondire la storia valdimagnina significava proseguire in modo molto naturale il lavoro che avevo fatto sino ad allora. È questo il motivo per cui ho voluto intitolare la pubblicazione “Valdimania de Lemenne”, esprimendo con chiarezza il legame storico tra questi due territori oggi distinti.

Anzi, dirò di più: a quell’epoca anche la Val Brembilla era parte integrante del feudo. Tanto è vero che in questo momento sto conducendo alcune ricerche anche sulla storia brembillese…

 

Quali sono gli archivi e le fonti che ha consultato per documentarsi?

Ho lavorato prevalentemente su tre tipologie di fonti, custodite ciascuna in un diverso archivio. Presso l’Archivio di Stato di Bergamo ho avuto modo di consultare una mole immensa di documenti notarili (atti di compravendita, quietanze di pagamento, accordi commerciali): i più antichi risalgono alla metà del Duecento e mi hanno permesso di ricostruire moltissimi aspetti della vita civile, economica e sociale della valle. Presso la Biblioteca Civica Angelo Mai ho consultato l’archivio della Misericordia Maggiore di Bergamo, un’importante istituzione di origine duecentesca che intratteneva rapporti con le amministrazioni civili ed ecclesiastiche del territorio. Infine, presso la Curia Vescovile di Bergamo ho esaminato le pergamene capitolari dell’Archivio Storico Diocesano. 

In tutto, prima di iniziare a scrivere, ho speso circa 5/6 anni nella consultazione di documenti in gran parte mai analizzati da nessuno.

 

Entriamo ora nei contenuti dell’opera. Quali sono le principali fasi altomedievali da lei individuate e che impronta hanno lasciato sugli sviluppi successivi della Valle Imagna?

Il momento centrale della storia più antica è la trasformazione del pagus Lemennis (villaggio romano) in corte regia longobarda. Siamo alla fine del VI secolo. Per i Longobardi, Lemenne aveva una grande rilevanza strategica e divenne uno dei centri più importanti del regno. In effetti, nei secoli successivi le principali famiglie della Valle Imagna sono tutte di stirpe longobarda: nel Trecento, dopo più di cinquecento anni dalla fine del regno, nei documenti esse si definiscono ancora “viventes lege longobardorum”.

Inoltre, la ricerca dimostra che lo stesso toponimo “Valdemania” deriva dalla voce germanica waldemeyne, ovvero “beni comuni”, a indicare che la valle era parte integrante del territorio di Almenno, una sorta di pertinenza rurale. Questo è un lascito fondamentale per comprendere tutta la storia successiva.

 

Dopo vari passaggi, attorno all’anno Mille la corte diventa un feudo del vescovo di Bergamo e ha inizio la colonizzazione dei territori interni. Come si sviluppa questo processo?

In quanto signore della corte, il Vescovo godeva di poteri pressoché assoluti in campo militare, giudiziario ed economico. Di fatto, però, egli era presente solo saltuariamente ad Almenno e non riusciva a presidiare il territorio. Per colmare la lontananza, i vari vescovi furono costretti a frazionare i possedimenti dandoli in feudum a vassalli oppure assegnandoli ad affittuari mediante contratti di enfiteusi. D’altra parte, i vassalli stessi – tra i quali i monasteri di Pontida, Fontanella e Astino – ricorsero a loro volta all’enfiteusi per dare in gestione ad altri i propri terreni. Così in breve tempo venne a crearsi una classe di locatari che furono i veri fautori dei dissodamenti e dell’insediamento in Valle Imagna, che sino ad allora era un bosco impenetrabile.

 

Come funzionava esattamente l’istituto dell’enfiteusi?

Tramite enfiteusi il signore feudale poteva concedere ad hereditatem in perpetuum l’usufrutto di una proprietà fondiaria a un privato. Il nuovo conduttore e i suoi eredi ne potevano disporre liberamente, impegnandosi a migliorare il terreno e a pagare un canone annuo al proprietario. Spesso poi il contratto si concludeva con il riscatto della piena proprietà: a questo punto il bene da enfiteutico diventava allodiale.

È chiaro che questo meccanismo indebolì notevolmente il potere vescovile, facendo emergere una classe di liberi possessores sempre più insofferente verso i vincoli feudali.

 

Quale fu il punto di svolta per sbloccare questa situazione di tensione?

Nel settembre 1216 il vescovo Giovanni Tornielli tardò a indire l’inizio della vendemmia. Fu la miccia che fece scoppiare la rivolta: i cittadini stabilirono autonomamente una data ed ebbe inizio un’aspra contesa con il vescovo, mediata dal Comune di Bergamo. Bisogna notare che da più di un secolo gli abitanti di Almenno, Imagna e Brembilla avevano dato vita ad un’entità sociale ed economica incaricata di gestire i “comunalia”, ovvero le terre lasciate dal signore ad uso pubblico per il pascolo e la raccolta della legna. Furono proprio i rappresentanti del Comune a condurre in prima linea lo scontro con il vescovo, il quale nel 1220 si vide infine costretto a rinunciare a quasi tutte le prerogative sul feudo ottenendo in cambio una somma ingente da parte del Comune di Lemenne. 

In tutta questa vicenda il Comune di Bergamo non fu esattamente super partes, in quanto era nel suo interesse indebolire il potere episcopale e influenzare la vita politico-amministrativa di Almenno.

 

Mi sembrano particolarmente significativi i risvolti economici dell’accordo. Testimoniano una notevole capacità di spesa da parte dei cittadini, o sbaglio?

Per corrispondere al Vescovo le 2.500 lire pattuite i vicini dovettero ricorrere a prestiti da parte di facoltosi uomini di Bergamo, ma nel giro di quattro anni tutti i debiti furono saldati. E si noti che a pagare la stragrande maggioranza della spesa furono gli abitanti delle valli, non quelli di Almenno. 

In effetti, l’economia montana dell’epoca era piuttosto fiorente: le maggiori entrate derivavano dalla produzione di pannilana, utensili di legno e manufatti in pellame. Furono queste attività a plasmare la geografia antropica della Valle Imagna, che si organizzò per ca’ e contrade circondate da piccoli coltivi per la sussistenza di uomini e animali domestici e, più oltre, da terreni destinati al pascolo di ovini e bovini. Dai boschi poi si ricavava legname da opera e per il focolare, mentre lungo i corsi d’acqua sorsero mulini, frantoi, folli, tintorie, magli e mole. I secoli dal Duecento al Quattrocento furono caratterizzati da una grande espansione delle attività artigianali. Soprattutto la produzione di pannilana consentì ad alcune famiglie di arricchirsi moltissimo con commerci anche in città lontane.

D’altra parte, i valligiani erano ben consapevoli della propria forza e dei propri interessi. Tanto è vero che già negli anni Trenta del Duecento, a poco più di dieci anni dall’affrancamento del Comune di Lemenne, i documenti già attestano l’esistenza del Comune di Valle Imagna e del Comune di Brembilla. Ciò significa che era avvenuto lo strappo: le valli si erano emancipate dalla città.

Dalla ricerca emerge, dunque, una storia di progressiva conquista di autonomie locali.

Esatto, nelle parti successive dell’opera mi soffermo anche sulla nascita delle parrocchie e sulle forme di governo delle varie contrade che, pur facendo parte del medesimo Comune, godevano di una certa indipendenza. Sono secoli di grande fermento civile, funestati però da una cruenta guerra intestina tra Valle Imagna Bassa (ghibellina e alleata con i Brembillesi) e Valle Imagna Alta (guelfa).

A porre fine a questa lunga fase fu la pace di Cremona del 1441, in cui il Ducato di Milano riconobbe alla Repubblica di Venezia il dominio sui territori di Bergamo. Due anni dopo il Senato della Serenissima – schieratosi nei decenni precedenti con la parte guelfa – costrinse gli abitanti della Valle Imagna Bassa e della Val Brembilla a lasciare le proprie case e fece radere al suolo tutte le abitazioni. Fu un tragico epilogo che si ripercosse sull’intero territorio valdimagnino, in quanto le autorità venete introdussero alcuni vincoli che penalizzarono fortemente tutto l’artigianato locale. Si chiuse in questo modo un’esperienza di grande autonomia che ha impresso un marchio fortissimo nell’identità storico-culturale della Valle Imagna.

 

Oltre a tracciare la storia generale della valle, “Valdimania de Lemenne” ricostruisce anche le origini storiche di tutti gli insediamenti più antichi. Quali scoperte ha fatto?

Anche questa è stata un’attività molto proficua che mi ha permesso, da un lato, di confutare alcune false credenze e, dall’altro, di riportare alla luce alcuni luoghi di cui si era persa la memoria.

In questo caso, oltre al lavoro sulle fonti documentali, ho condotto numerosi sopralluoghi sul campo per verificare e documentare lo stato di conservazione degli edifici storici. La Valle Imagna ha un patrimonio notevole di architetture rurali tradizionali. Purtroppo, però, ho dovuto constatare che in molti casi sono state condotte vere e proprie azioni iconoclaste, con interventi pubblici e privati che hanno alterato profondamente la toponomastica storica e le caratteristiche originarie degli edifici. Soprattutto negli ultimi cinquant’anni è stato un massacro… Se si fosse compreso prima il valore di certi complessi antichi, tutto questo si sarebbe potuto evitare.

Mi auguro che la mia ricerca possa contribuire ad incrementare la consapevolezza di ciò che abbiamo ereditato, stimolando iniziative di tutela e valorizzazione.

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