“Estate 2026? La più calda di sempre sulle Alpi, zero termico oltre i 4mila per 78 giorni: non si era mai visto”. L'analisi di Giacomo Poletti
L'ingegnere ambientale, e docente di meteorologia per il Collegio Guide Alpine del Trentino, fa il punto sull'estate 2026 in quota, analizzando i dati e l'affidabilità delle previsioni per i prossimi inverno

TRENTO. “L'estate 2026 è stata la più calda mai misurata sulle Alpi, con 78 giorni di zero termico oltre i 4000 metri, 18 dei quali oltre i 4500 metri”. È questo, in sintesi, il bilancio dell'estate 2026 in quota realizzato dall'ingegnere ambientale – e docente di meteorologia per il Collegio Guide Alpine del Trentino – Giacomo Poletti, che ha approfondito insieme al Collegio nazionale delle Guide Alpine una serie di questioni centrali nell'analizzare l'impatto della crisi climatica sulle terre alte.
Il caldo eccezionale, spiegano infatti le Guide alpine, ha inciso quest'anno direttamente sulle condizioni dell'alta montagna, rendendo in alcuni periodi problematiche anche grandi vie classiche, dal Cervino al Monte Bianco: “Un'estate anomala – si chiedono – o il segnale di una nuova normalità con cui alpinisti e Guide alpine dovranno convivere?”. Lo sguardo, naturalmente, è quindi rivolto al futuro, partendo però da una chiara ricostruzione della caldissima estate appena trascorsa.
Ing. Poletti, quanto è stata anomala l’estate 2026 in quota? Ci sono dati/statistiche sui giorni caratterizzati da temperature eccezionalmente elevate in montagna?
L’estate 2026 è stata eccezionale, e la parola non è usata a sproposito: sulle Alpi e nel Centro-Nord Italia, le temperature sono state mediamente tra 2,5 e 3,5 °C superiori alla media 1991-2020. I dati mostrano che le temperature del trimestre estivo sono state superiori a quelle di qualsiasi altra estate mai misurata sulle Alpi, anche nelle serie storiche più antiche, che in alcuni casi risalgono alla fine del Settecento. È stata superata persino la celebre estate del 2003: nel Nord Italia di mezzo grado o più. Forse la parola “record”, quando si parla di clima, può apparire inflazionata, ma il trend di riscaldamento è molto netto: un po’ come misurare ogni anno l’altezza di un bambino, sappiamo che crescerà, c’è poca incertezza. Allo stesso modo dobbiamo aspettarci che nei prossimi anni nuovi record di temperatura vengano superati.
Un altro dato particolarmente significativo riguarda lo zero termico. Che cosa è successo quest’estate?
Nel 2026 abbiamo avuto un numero eccezionale di giornate con lo zero termico oltre i 4.000 metri: ben 78, delle quali 18 addirittura oltre i 4.500 metri. È qualcosa che non si era mai visto, ma che si inserisce in un trend evidente: fino ai primi anni Duemila la media era di circa una ventina di giornate all’anno sopra i 4.000 metri. Dal 2022, inoltre, sono comparse per la prima volta persino misurazioni dello zero termico oltre i 5.000 metri. Questi dati arrivano da Payerne, in Svizzera, dove da oltre 70 anni vengono effettuati radiosondaggi regolari: due volte al giorno viene lanciato un pallone sonda che permette di misurare, tra le altre cose, proprio la quota dello zero termico.
Lo zero termico, appunto: quanto si è discostato quest’anno dai valori del passato?
I dati forniti dal Centro europeo (Ecmwf) permettono di ricostruire l’andamento dello zero termico nel tempo. Tra il 1940 e il 2000, in estate gli 0° si trovavano mediamente intorno ai 3.450 metri. Nelle ultime dieci estati siamo passati a circa 3.900 metri. Quest’anno la media sulle Alpi ha superato i 4.000 metri, arrivando oltre i 4.100 nei settori meridionali. In pratica, circa 700 metri più in alto rispetto al passato. Parliamo dello zero termico in libera atmosfera: vicino al terreno la temperatura può essere diversa a seconda dell’ora, dell’esposizione al sole e delle caratteristiche del suolo.
Perché sulle Alpi questo aumento è così marcato?
Le Alpi sono tra le zone dove l’aumento è stato maggiore. Tra le possibili cause ci sono anche cambiamenti nelle grandi correnti atmosferiche e oceaniche indotti dall’aumento dei gas serra. Ad esempio, l’indebolimento della circolazione atlantica, di cui la Corrente del Golfo fa parte, può favorire più frequenti risalite dell’anticiclone africano verso le nostre regioni.
Quest’estate il caldo ha spesso reso problematico il salire in alta montagna. Quanto sta cambiando concretamente l’alpinismo?
Il ritiro di ghiacciai e nevai e la scomparsa sempre più precoce della neve in quota possono rendere alcuni percorsi difficili o addirittura impraticabili. Ma dobbiamo prestare attenzione al permafrost, cioè il terreno e la roccia che in alta quota rimangono congelati per lunghi periodi: con l’aumento delle temperature perde stabilità e possono verificarsi cedimenti anche su pareti e versanti che consideravamo stabili. Gli effetti di fusione del permafrost sono solo nella fase iniziale, teniamone conto per i prossimi mesi e anni. La foto del Cervino completamente spoglio di neve e ghiaccio a settembre rende molto bene l’idea della velocità con cui stanno cambiando le condizioni dell’alta montagna.
Cosa possiamo aspettarci dall’inverno? Si parla molto di El Niño: può davvero dirci che inverno avremo sulle Alpi?
El Niño nasce nel Pacifico e solitamente non ha un’influenza netta sul tempo in Europa. Parrebbe esserci però una relazione, anche se debole, tra un El Niño intenso e una seconda parte dell’inverno più nevosa sul versante sud delle Alpi. Anche le attuali previsioni stagionali sembrano indicare un inverno non siccitoso. Gli ultimi aggiornamenti, tra cui quelli del programma europeo Copernicus, mostrano un possibile ritorno delle precipitazioni, anche sopra la media: secondo alcuni modelli già da novembre, secondo la maggior parte soprattutto da gennaio in avanti. È importante però ricordare che le previsioni a lungo termine hanno ancora un margine di incertezza elevato, pur diventando progressivamente più affidabili. Sul fronte delle temperature, invece, le indicazioni sono più concordi: vengono previste ancora superiori di almeno 1-2 °C rispetto alle medie del passato.
Quello che abbiamo visto quest’estate è un’anomalia o dobbiamo considerarlo parte di una nuova condizione della montagna?
Le emissioni mondiali di gas serra non stanno diminuendo e la concentrazione di CO₂ e degli altri gas climalteranti continua a crescere. Non siamo quindi di fronte a una ciclicità naturale. Naturalmente esiste comunque una variabilità da un anno all’altro: le estati 2027 o 2028 potrebbero anche essere più fresche dell’ultima, ma il trend di lungo periodo è chiaro. A preoccupare non è soltanto l’aumento delle temperature, ma anche la maggiore persistenza di determinate condizioni meteorologiche: lunghi periodi anticiclonici, secchi e caldi, si alternano a precipitazioni mediamente più intense. In un clima più caldo aumenta infatti l’evaporazione dai mari e quindi la quantità di umidità disponibile per le precipitazioni. Inoltre, con l’aumento della quota della neve, una parte maggiore delle precipitazioni cade sotto forma di pioggia in alta montagna, estendendo a periodi più lunghi dell’anno il rischio di alluvioni e colate nelle regioni alpine.
Cervino e Monte Bianco sono simboli dell’alpinismo. Se cambiano le condizioni per frequentarli, dovrà cambiare anche il modo di fare alpinismo?
L’alpinismo certamente non sparirà: non tutta la montagna è instabile o resa problematica dal cambiamento climatico. Ma la crisi climatica porterà a ridisegnare o abbandonare alcuni percorsi alle quote più alte, dove ghiaccio e permafrost stanno scomparendo, ma allo stesso tempo potrebbe rendere più accessibili durante l’anno altre mete a quote inferiori. C’è poi un altro aspetto. Come stiamo già osservando, ad esempio, in Trentino, estati sempre più calde e difficili da sopportare nelle città possono portare più persone a cercare refrigerio in montagna. Questo potrebbe tradursi in un aumento del turismo montano e, di riflesso, anche della richiesta di attività alpinistiche.














