Nel piano inferiore della casa di Franco Buccimazza, 87 anni, migliaia di oggetti raccontano un mondo che lentamente rischia di scomparire

Non ci sono soltanto gli oggetti: c'è qualcuno che può ancora spiegare a cosa servivano, come venivano utilizzati, in quale momento della vita quotidiana entravano in funzione. Molti oggi sarebbero difficili perfino da riconoscere, nelle sue mani, invece, tornano ad avere un significato. Attraverso quegli attrezzi, quelle campane e quegli sci non si racconta soltanto il passato di una famiglia, ma la storia di una comunità dell'Appennino

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
A Rocca di Mezzo c'è una casa che custodisce molto più della storia di una famiglia. Nel piano inferiore dell'abitazione di Franco Buccimazza, 87 anni, migliaia di oggetti raccontano un paese, le sue tradizioni, il lavoro nei campi, la pastorizia e un mondo che lentamente rischia di scomparire.
Sono arrivato qui venerdì 2 ottobre, dopo aver sentito parlare a lungo di questo piccolo museo privato. A permettermi di incontrare Franco è stato Franco Morante, residente di Rocca di Mezzo (AQ), che si è messo in contatto con lui e mi ha accompagnato nella sua abitazione. Appena entrato, davanti a me si è aperto un ambiente quasi fuori dal tempo. Aratri, gioghi, carri in legno, strumenti utilizzati dai fabbri, campane, collari, bisacce e bastoni dei pastori, vecchi sci, utensili della vita quotidiana. Centinaia, anzi migliaia di testimonianze raccolte nel corso degli anni. Ma per comprendere davvero questo museo bisogna prima conoscere la storia dell'uomo che lo ha costruito.
Franco Buccimazza ha vissuto molte vite. "Sono stato carabiniere, sono stato tedoforo all'Olimpiade di Roma e sono stato campione italiano di canottaggio", racconta. Poi, nel 1963, arriva la scelta dell'emigrazione. Dopo essersi congedato dall'Arma e aver concluso l'esperienza sportiva, parte per il Sudafrica, dove già si trovavano suo fratello e altri compaesani. Franco parla di una sorta di "istinto migratorio che abbiamo noi rocchigiani": quella necessità, comune a tante generazioni dell'Appennino, di lasciare il proprio paese per cercare altrove lavoro e possibilità.
Il racconto degli anni trascorsi in Sudafrica è lontano dall'immagine romantica dell'emigrazione. Si lavorava spostandosi continuamente da un cantiere all'altro e si viveva in baracche di lamiera zincata. "Qui i pastori vivevano nelle capanne, noi vivevamo nelle baracche", ricorda. Quando un lavoro terminava, bisognava caricare tutto sui camion e partire nuovamente. A volte il cantiere successivo si trovava a settecento o ottocento chilometri di distanza. Franco utilizza un'espressione che riassume bene quella vita. "Si caricavano, come si suol dire, baracca e burattini. I burattini eravamo noi". Le baracche venivano smontate e trasportate insieme agli uomini. Una volta arrivati bisognava ricominciare: montare nuovamente le strutture, organizzare l'acqua, trovare il modo di illuminarsi. La corrente elettrica non c'era e ciascuno utilizzava una lampada a paraffina.
Franco resterà in Sudafrica per 27 anni. Ma Rocca di Mezzo, in realtà, non lo aveva mai abbandonato. Le sue origini erano contadine. Nei ricordi continuavano a vivere i terreni da arare, i carri utilizzati per caricare il grano, il lavoro degli uomini e delle donne del paese. "Benché fosse dura la vita, sono rimasto legato a quello che facevamo", spiega. Ed è probabilmente qui che nasce il senso più profondo della raccolta che oggi occupa una parte della sua abitazione.
Quando torna a Rocca di Mezzo con la famiglia, Franco comincia a recuperare gli oggetti appartenuti a quel mondo. Aratri, gioghi, erpici, carri, utensili agricoli e strumenti legati alla pastorizia. Alcuni, racconta, hanno più di cento anni. Oggetto dopo oggetto, quella che inizialmente era una raccolta diventa qualcosa di diverso. Diventa un museo. Franco aveva lo spazio necessario e soprattutto conosceva il significato di ciò che stava raccogliendo. È questa, forse, la caratteristica più importante del suo museo.
Non ci sono soltanto gli oggetti. C'è qualcuno che può ancora raccontare a cosa servivano, come venivano utilizzati, in quale momento della vita quotidiana entravano in funzione. Durante la visita Franco prende gli strumenti, li indica, ne spiega l'utilizzo. Molti oggi sarebbero difficili perfino da riconoscere. Nelle sue mani, invece, tornano ad avere un significato. Ed è proprio qui che una raccolta privata assume un valore molto più ampio. Perché attraverso quegli aratri, quelle campane, quei bastoni, quei carri e quegli sci non si racconta soltanto il passato di una famiglia. Si racconta la storia di una comunità dell'Appennino.
Una storia fatta di agricoltura e pastorizia, neve, lavoro, partenze e ritorni. La storia di un paese che per generazioni ha visto partire i propri abitanti verso Roma, il Nord Italia, l'Europa o continenti lontani, senza che il legame con la montagna venisse mai completamente spezzato. Franco Buccimazza è stato uno di loro. Ha lasciato Rocca di Mezzo, ha trascorso quasi tre decenni dall'altra parte del mondo e poi è tornato. E una volta tornato ha iniziato, quasi pezzo dopo pezzo, a ricostruire ciò che il tempo stava portando via.
Oggi quel museo dentro casa è il risultato di questo lungo percorso. Una raccolta che parla del passato, certo. Ma che pone anche una domanda molto attuale: chi conserverà domani la memoria dei nostri paesi quando non ci saranno più le persone capaci di spiegare quegli oggetti e le storie che portano con sé? Per questo entrare nella casa di Franco non significa soltanto visitare un museo. Significa incontrare una delle tante memorie viventi dell'Appennino. E ascoltarla finché siamo ancora in tempo.












