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Storie | 06 ottobre 2026 | 18:00

"Abbiamo un problema", dissero, e dal giubbotto uscì un minuscolo cane: era stato abbandonato e faceva freddo. Oggi ha due anni e vive con l'unico abitante del paese che è non è andato via

Cartore, situato a 944 metri di altitudine, è l'unico paese all'interno della Riserva Naturale Regionale Montagne della Duchessa. Prima c'erano dodici famiglie e una scuola elementare, oggi sono rimasti in due: la vita di Mauro Di Carlo nella casa dove è nato ai piedi dei Monti della Duchessa

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Ci sono luoghi di montagna che siamo abituati a considerare soltanto come punti di partenza. Un parcheggio, uno zaino sulle spalle, il sentiero da imboccare e una cima o un lago da raggiungere. Si arriva, si cammina e, qualche ora più tardi, si torna indietro. Cartore, ai piedi delle montagne della Duchessa (in provincia di Rieti) rischia spesso di essere uno di questi luoghi.

 

Eppure, poco prima del parcheggio frequentato dagli escursionisti, c'è una casa davanti alla quale vale la pena fermarsi. Qui vive Mauro Di Carlo, insieme alla moglie e a Nino, il suo pastore abruzzese. Per molti Cartore è l'inizio di un'escursione. Per Mauro è semplicemente casa. È il luogo dove è nato, dove ha frequentato la scuola, dove ha lavorato e soprattutto dove, mentre gli altri partivano, ha scelto di restare. Ed è forse proprio questa una delle storie più autentiche che si trova in Appennino: quella delle persone che non hanno semplicemente abitato la montagna, ma sono diventate parte di essa.

 

Siamo arrivati a Cartore due volte. La prima il 16 agosto 2026, insieme a Thomas Di Fiore. Mauro non c'era e abbiamo parlato con sua sorella. Siamo tornati il 26 settembre. Questa volta Mauro era davanti alla sua casa. Da lì è iniziato un racconto fatto senza fretta, passando dalla scuola alla neve, dal padre agli animali, dallo spopolamento agli escursionisti che oggi attraversano il paese. "Io ci sono nato proprio", ci dice. Non in un ospedale. A Cartore. In una delle case del paese. Una frase apparentemente semplice, ma che spiega immediatamente quale sia il rapporto tra Mauro e questo piccolo paese incastonato tra i monti. Per lui quelle case, quei prati, le strade e le montagne intorno non sono un paesaggio da osservare. Sono la sua vita.

 

Oggi il silenzio di Cartore è interrotto soprattutto dalle automobili degli escursionisti, dagli scarponi che battono sul terreno e dalle persone che attraversano la località dirette verso la Duchessa. Quando Mauro era bambino era tutto diverso. Ricorda dodici o tredici famiglie, spesso molto numerose. La sua aveva sei figli. In altre case erano persino di più. C'era una scuola. "La prima elementare e metà della seconda l'ho fatta qua", racconta. Pensare oggi a una scuola in un paese così piccolo sembra quasi appartenere a un'altra epoca. E in effetti quella scuola raccontava molto più della semplice presenza di un'aula. Significava che c'erano bambini. Che c'erano famiglie. Che esisteva un futuro possibile. La vita era scandita dagli animali, dal lavoro e dalle necessità quotidiane. Si cresceva in fretta perché le braccia servivano e ognuno, appena poteva, iniziava a dare il proprio contributo.

 

Poi qualcosa cominciò lentamente a cambiare. Le famiglie diminuirono. I bambini diventarono meno. Le porte iniziarono a chiudersi. Mauro torna più volte su due anni. 1968 e 1969. Sono quelli nei quali colloca la partenza degli ultimi abitanti. "Gli ultimi sono andati via nel '68, '69 più o meno. E siamo rimasti noi". È difficile trovare una frase che racconti meglio lo spopolamento della montagna italiana. Non servono grafici. Non servono grandi numeri. A volte basta immaginare una casa che si chiude, poi un'altra, poi un'altra ancora. Una famiglia che scende verso la città. I figli che cercano lavoro altrove. Una scuola che non ha più abbastanza bambini. Fino al momento in cui qualcuno si gira e si accorge che quasi tutti sono andati via. Mauro e la sua famiglia, invece, sono rimasti. Oggi, secondo quanto ci racconta, lui e sua moglie sono gli unici residenti stabili di Cartore. E questo rende ancora più forte una domanda che ritorna inevitabilmente durante la conversazione. Perché restare?

 

Quando gli chiediamo quale sia il motivo di questo attaccamento, Mauro parla di suo padre. "Papà non lo spostavi. E me lo stesso". Dentro questa frase c'è qualcosa che chi vive la montagna probabilmente comprende meglio di qualsiasi spiegazione. Perché non sempre restare è una scelta che nasce da un calcolo. Non si rimane necessariamente perché sia più conveniente. Anzi. Vivere in montagna significa spesso fare i conti con distanze, inverni, isolamento e maggiori difficoltà quotidiane. Eppure esiste un'appartenenza che non si misura con questi parametri. Mauro guarda ciò che lo circonda e dice: "Qua è un paradiso". Qualcuno, ancora oggi, gli domanda cosa ci faccia lassù. Lui sembra quasi stupirsi della domanda. Perché per chi è nato in un luogo così, forse la domanda potrebbe essere capovolta. Perché dovrebbe andare via?

 

Il rapporto con il padre riemerge anche parlando di un vecchio trattore acquistato all'inizio degli anni Settanta. È ancora lì. E ancora lavora. Mauro ne parla con un affetto che va ben oltre il valore economico dell'oggetto. Dice che non lo venderebbe nemmeno per una cifra enorme. Perché alcune cose, nei paesi di montagna, smettono di essere semplicemente oggetti. Diventano memoria. Quel trattore ha attraversato decenni di lavoro, stagioni, nevicate e trasformazioni. Ha visto un paese svuotarsi. Ha visto passare generazioni. E continua a essere lì, esattamente come Mauro.

 

Ci sono poi i ricordi degli inverni. Quelli veri, almeno nella memoria di chi li ha vissuti. "Quando ero ragazzino io ce ne faceva tanta. Tanta!". Mauro ricorda la neve arrivare già a novembre e restare fino a marzo. Per mesi faceva parte della quotidianità. Non era lo spettacolo da fotografare durante un fine settimana. Era qualcosa con cui convivere. Condizionava gli spostamenti, il lavoro e la vita del paese. Oggi, racconta, la situazione è diversa. La neve a Cartore è molto meno presente, mentre continua naturalmente a osservarla sulle montagne più alte. È il racconto personale di un uomo che non misura i cambiamenti attraverso serie meteorologiche o statistiche, ma attraverso ciò che ha visto dalla stessa casa per tutta la vita. Ed è forse proprio questo il valore delle testimonianze di chi vive stabilmente la montagna. Il territorio viene osservato ogni giorno, anno dopo anno, stagione dopo stagione.

 

La casa dei D'Eusebio è stata anche un luogo di passaggio. Mauro, parlando della madre, utilizza ancora una volta pochissime parole: "Mamma ospitava tutti". Chi arrivava poteva trovare qualcosa da mangiare, un riparo, una mano. Era un modo di vivere tipico di tanti luoghi isolati, dove l'arrivo di una persona non era vissuto con diffidenza ma come un incontro. Quella vocazione all'ospitalità, in qualche modo, è sopravvissuta anche allo spopolamento. Perché oggi Cartore è attraversata da un flusso molto diverso rispetto a quello di un tempo. Non sono nuove famiglie che vengono ad abitare stabilmente nel paese. Sono camminatori. Escursionisti. Persone che arrivano da altre regioni e anche dall'estero.

 

Tra i nuovi viaggiatori ci sono quelli del Cammino dei Briganti. La moglie di Mauro gestisce alcuni miniappartamenti nei quali vengono ospitate le persone che percorrono il cammino. Poco prima del nostro incontro, racconta Mauro, erano passati anche due tedeschi. È una scena che rappresenta bene la trasformazione di molti piccoli centri dell'Appennino. Un tempo le persone partivano per non tornare. Oggi altre persone arrivano, magari soltanto per una notte, camminando. Non è la stessa cosa. Il turismo non ricrea automaticamente la comunità che esisteva cinquant'anni fa. Non riapre una scuola e non riempie stabilmente le case. Ma riporta incontri. Riporta voci. Riporta occasioni. E permette a paesi che rischiavano di diventare soltanto luoghi della memoria di continuare almeno a essere attraversati e conosciuti.

 

Anche la storia di Nino, il pastore abruzzese che oggi vive accanto a Mauro, nasce da uno di questi incontri. Due ragazzi stavano percorrendo il Cammino dei Briganti. Avevano trovato un cucciolo abbandonato. Faceva freddo. Quando arrivarono davanti alla casa di Mauro, la ragazza teneva il piccolo cane dentro il giubbotto per proteggerlo. "Abbiamo un problema", gli dissero. Mauro inizialmente non capiva. Poi dal giubbotto uscì quel minuscolo cane. Nino è rimasto. Oggi ha due anni. È cresciuto in quella casa ed è diventato parte della famiglia. È quasi una metafora involontaria di Cartore. Un essere vivente arrivato lungo un cammino e che, invece di continuare oltre, ha trovato qui il proprio posto.

 

Quando arriviamo in questi luoghi abbiamo quasi sempre una destinazione. Il Lago della Duchessa. Una cima. Un sentiero. Un percorso da completare. Misuriamo la giornata in chilometri, dislivello e ore di cammino. Ma esiste un'altra montagna che rischiamo continuamente di attraversare senza vederla. È quella delle persone. Delle case. Delle scuole che non ci sono più. Degli uomini che ricordano quando la neve rimaneva per mesi. Delle famiglie che hanno visto partire i propri vicini. Di chi continua ad accendere una luce in un paese quando arriva la sera.

 

Mauro non racconta la sua scelta come qualcosa di eroico. Non sembra nemmeno considerarla una scelta straordinaria. È semplicemente rimasto a casa. Forse è proprio questo che rende la sua storia così potente. Mentre per decenni la montagna italiana ha visto partire migliaia di persone, qualcuno ha continuato a restare. E oggi, quando tutti sono andati via, basta guardare Mauro davanti alla sua casa, con Nino accanto e le montagne della Duchessa alle spalle, per capire che un paese non vive soltanto grazie alle sue case. Vive finché qualcuno continua a chiamarlo casa.

 

Prima di salutarci Mauro torna ancora una volta alla frase più semplice di tutta la nostra conversazione. Una frase che, alla fine, contiene probabilmente l'intera storia di Cartore. "Qua è un paradiso".

 

Testo e testimonianze raccolte a Cartore da Emanuele Valeri e Thomas Di Fiore

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