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Alpinismo | 21 ottobre 2026 | 19:00

Su un vecchio libro di vetta aveva trovato un messaggio del padre. Oggi ha salvato dai vandali i ricordi custoditi in quello del Corno Grande, distrutto e gettato via

"Ho provato pena più che rabbia". L'alpinista Vincenzo Brancadoro recupera le pagine disperse sulla vetta occidentale del Corno Grande del Gran Sasso: tra firme, dediche e ricordi familiari, una riflessione sulla memoria delle cime e sul rispetto che troppo spesso viene meno anche in montagna

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Tra le pietre della vetta occidentale del Corno Grande, in una domenica di ottobre 2026, Vincenzo Brancadoro ha trovato i resti del quaderno di vetta. Pagine disperse, frammenti di copertina, fogli deformati dall'acqua e dalle intemperie. Li ha raccolti e messi nello zaino, con l'intenzione di portarli alla sede del Club Alpino Italiano dell'Aquila. Dentro quelle carte c'erano firme, date, dediche e piccoli ricordi affidati alla montagna.

 

A riportare l'episodio è lo stesso Brancadoro, alpinista, vicepresidente e già presidente della sezione Cai dell'Aquila. Il calendario sezionale 2026 lo indica anche come istruttore sezionale nell'ambito dell'alpinismo e dello scialpinismo e componente della Commissione centrale cultura del Cai. Un impegno che aiuta a comprendere l'attenzione rivolta al valore di quelle pagine, oltre che al luogo in cui sono state ritrovate.

 

"Qualcuno lo ha gettato lì", scrive nel suo racconto. Brancadoro ritiene che si sia trattato di un atto intenzionale. È la sua lettura di ciò che ha osservato. La condizione del quaderno e il significato dei suoi contenuti, però, pongono una questione che merita attenzione.

 

Fra i fogli Brancadoro descrive la fotografia di una donna anziana, con una penna d'uccello fissata accanto all'immagine. Poi un pezzetto di nastro colorato sul quale è disegnato un cuore, ormai scolorito. Non conosciamo le persone che li hanno lasciati, né le vicende che li accompagnano. Possiamo soltanto riconoscere che, per qualcuno, arrivare fin lassù significava anche portare con sé un affetto.

 

Un quaderno di vetta raccoglie spesso parole essenziali. A volte basta una firma; altre volte una data custodisce il ricordo di una salita attesa per anni. Ci sono pensieri rivolti a chi è rimasto a casa e dediche per chi non potrà più tornare. Il valore di queste tracce non dipende dalla loro importanza per uno sconosciuto, ma dal significato che conservano per chi le ha scritte e per chi potrebbe ritrovarle. Brancadoro lo spiega attraverso un ricordo personale. Anni prima, sfogliando casualmente un vecchio libretto di vetta, aveva riconosciuto alcune righe scritte dal padre quando lui non aveva ancora quattro anni. La grafia elegante e sottile gli aveva restituito qualcosa dell'uomo che amava quei luoghi e che la sorte non gli aveva permesso di avere accanto a lungo. 

 

È un passaggio che sposta il centro della riflessione. Quelle pagine possono sopravvivere a chi le ha compilate e diventare, molto tempo dopo, un'occasione di incontro. Distruggerle significa sottrarre anche questa possibilità, senza poter sapere a chi sarebbe appartenuta.

 

Perché ci troviamo ancora davanti a situazioni simili? E perché chi frequenta la montagna ha sempre più spesso l'impressione di riconoscere lo stesso disinteresse per ciò che appartiene a tutti? Sono domande comprensibili. In questo caso non disponiamo di dati che permettano di misurare un aumento dei danneggiamenti: la percezione di una maggiore frequenza non può essere trasformata automaticamente in una statistica. Può però essere ascoltata come un segnale di disagio, senza liquidarla.

 

Sulle motivazioni occorre evitare scorciatoie. Non sappiamo se dietro l'episodio descritto ci siano ostilità verso il quaderno, disprezzo per le testimonianze altrui o altre ragioni. Attribuire il gesto a una categoria di frequentatori, a un orientamento ideologico o a una generazione sarebbe arbitrario. Il giudizio su un eventuale danneggiamento volontario resta invece chiaro: nessuna preferenza personale autorizza a cancellare le tracce degli altri.

 

La montagna dovrebbe fondarsi su valori etici di rispetto, responsabilità e attenzione reciproca. Quei valori, tuttavia, richiedono comportamenti concreti. Salire una cima, affrontare una parete o conoscere un sentiero non rende automaticamente più rispettosi. L'esperienza tecnica e la cura dei luoghi sono qualità diverse, che devono imparare a stare insieme.

 

Si può scegliere di non firmare un quaderno, di non condividere il bisogno di lasciare una dedica, di vivere la vetta in silenzio. Si può anche discutere della collocazione e della custodia di questi oggetti. La discussione, però, passa dal confronto con chi se ne occupa, non dalla distruzione. La tutela dell'ambiente richiede criteri e responsabilità: disperdere carta fra le rocce non risolve alcun problema.

 

Il rispetto consiste anche nell'accettare che un oggetto per noi trascurabile abbia un significato per un'altra persona. Un rifugio, un sentiero, una testimonianza conservata in cima dipendono dalla disponibilità di molti a prendersene cura. Quando prevale l'idea che ciò che è comune sia a disposizione del proprio arbitrio, si indebolisce questa fiducia.

 

Nel racconto di Brancadoro c'è anche una domanda rivolta a chi era passato prima di lui: perché nessun altro aveva raccolto quei frammenti? Non conosciamo i tempi della dispersione né ciò che gli altri abbiano visto o potuto fare. Resta però il valore della scelta compiuta: fermarsi, recuperare le pagine e assumersi il compito di portarle a valle. Brancadoro scrive che ricostruire il quaderno non è più possibile, ma che restituirgli dignità lo è ancora. Annuncia per questo l'intenzione di consegnarne i resti al CAI dell'Aquila, dove possano essere conservati. Nel testo a disposizione la consegna è un proposito, non un passaggio già documentato.

 

"Ho provato pena più che rabbia", osserva. È una reazione che lascia spazio a una riflessione più esigente della sola indignazione: come si insegna il rispetto di un luogo e di ciò che custodisce? La risposta coinvolge associazioni, scuole di montagna e singoli frequentatori. Significa trasmettere, insieme alle tecniche e alle regole di sicurezza, il senso della responsabilità verso chi verrà dopo.

 

Sul Corno Grande il gesto di raccogliere quelle carte tiene aperta una possibilità che il loro abbandono avrebbe cancellato. Qualcuno potrà forse riconoscere una firma, una dedica, una storia. Prendersi cura della montagna significa anche consentire a queste memorie fragili di avere ancora un futuro.

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