Il più elegante tra gli alpinisti morì vittima "della violazione di una regola autoimposta". Il "decalogo del rocciatore" di Emilio Comici, dopo l'episodio beffardo che portò alla sua fine, suona come un testamento spirituale

Emilio Comici morì il 19 ottobre 1940 in Val Gardena, vittima di un incidente fatale durante una banale sessione di arrampicata; aveva 39 anni. Fu tra i primi a teorizzare il modo di intendere l'alpinismo e aveva intenzione di scrivere un "Manuale dell'arrampicatore", ma non fece in tempo. Ecco i suoi "dieci comandamenti di croda"

Emilio Comici morì il 19 ottobre 1940 in Val Gardena, vittima di un incidente fatale in Vallunga, durante una banale sessione di arrampicata. Aveva 39 anni.
Pare che Comici quel giorno non avesse intenzione di dedicarsi alla roccia ma finì per unirsi a un gruppo di amici che stava scalando in parete. Ed è lì che, mostrando come superare un determinato passaggio, si sarebbe sporto utilizzando come sicurezza una corda vecchia e logora. Comici precipitò così per circa quaranta metri, ai piedi della Parei de Ciampac.
"Per descrivere le circostanze della sua morte, vale la pena di soffermarsi sull’ultimo punto del suo decalogo: ‘mai attaccare la parete in un determinato giorno, se la propria voce interiore suggerisce che è meglio non farlo’. Ecco, secondo il racconto dei testimoni, sembrerebbe proprio che la violazione di questa regola normalmente autoimposta sia stata determinante nei fatti di quel giorno. Che Comici, inconsciamente, abbia in qualche modo previsto la sua fine? Sarebbe meglio non cercare una risposta a questa domanda", scrive Nadia Danelon sul sito della Società Alpina delle Giulie.
Nato a Trieste il 21 febbraio 1901 e considerato uno dei più grandi scalatori di sempre, "l'Angelo delle Dolomiti" possedeva una classe cristallina, tanto che Riccardo Cassin nel ricordarlo disse: "Non ho mai visto nessuno arrampicare con tanta apparente facilità, con tanta eleganza". Autore di oltre 200 prime ascensioni, legò la sua grandezza allo stile e alla ricerca della linea estetica ideale, inseguendo "la via della goccia che cade".
Oltre al gesto sportivo connaturato nell’alpinismo, fu tra i primi a teorizzare il modo di intendere questa disciplina. Aveva intenzione di scrivere un "Manuale dell'arrampicatore", ma non fece in tempo: ce ne è pervenuta solo una bozza, che tuttavia contiene alcune osservazioni interessanti e ancora attuali. Tra queste vi è il Decalogo del rocciatore, che dopo la sua scomparsa suona come una sorta di testamento spirituale: di seguito ne riprendiamo alcuni estratti, riportati nel libro Alpinismo eroico, di Emilio Comici e a cura di Elena Marco, pubblicato da Cda&Vivalda Editori nella collana I licheni.
Ricordandolo nell’anniversario della sua morte, non può non colpirci la beffarda circostanza che portò un alpinista come lui, capacissimo in parete e lucido nell’esaminare i rischi connessi alla pratica in cui eccelleva, a concludere prematuramente la propria vita. Di seguito, le parole di Comici.
Questo libro, che io vorrei dare in mano agli innamorati della montagna ed a quelli che vorrei si innamorassero di essa, deve contenere un ammaestramento principale: la persuasione che in montagna, e sulle rocce in particolare, si deve andar per provar sensazioni belle e sane, e cioè per vivere e non per morire.
Ma se ogni tanto la montagna vorrà la sua vittima, non ci dobbiamo scoraggiare: la vittima rimarrà per noi un monito perenne, affinché essa, la montagna, ci appaia sempre possente, quale essa è.
Come inizio di questo libro, vorrei ricordare le parole che Whymper scrisse dopo la catastrofe che concluse la conquista del Cervino. Scrisse: "Provai gioie troppo grandi per poterle descrivere e dolori tali che non ho ardito parlarne. Con questi sensi nell'anima io dico: salite ai monti, ma ricordate che coraggio e vigore a nulla contano senza la prudenza; ricordate che la negligenza di un solo istante può distruggere la felicità di tutta una vita. Non fate nulla con la fretta, e fin dal principio pensate quale può essere la fine".
Direte che io vi sembro il meno indicato, dati i miei precedenti, per fare raccomandazioni simili. No! Anch'io, nelle mie apparentemente rischiose imprese, mi sono sempre attenuto a principi di grande prudenza, e credo di non aver mai fatto un'impresa od un atto incoscientemente superiori alle mie possibilità fisiche ed alle mie cognizioni tecniche. È soltanto così che si può andare sicuri in montagna. [...]
Comincerò con alcune brevi "massime", e mi terrò fortunato, mirando al mio scopo, se qualche giovane arrampicatore se le vorrà imprimere in mente e farà di esse, per la sua salvezza, i suoi "dieci comandamenti di croda".
Il decalogo del rocciatore
- Non affrontare mai la montagna con leggerezza: cioè senza una buona preparazione tecnica, fisica e morale.
- Ricordati che in montagna si cela sempre l'insidia: perciò assicurarsi sempre vicendevolmente, anche nei passaggi apparentemente facili.
- Fa sempre la sicurezza con la corda alla spalla, e possibilmente attraverso uno spuntone di roccia od un chiodo.
- Osserva sempre con massima attenzione tutti i movimenti del capocordata.
- Quando avanza il secondo di cordata, se tu fai sicurezza non sporgerti mai per parlare o per vederlo.
- Non smuovere sassi. Ricordati che uno dei maggiori pericoli dell'alpinismo in genere sono i sassi fatti cadere dal compagno che avanza.
- Non essere mai inquieto e non imprecare mai contro il compagno.
- Quando ti trovi in difficoltà mantieniti calmo e non aggrapparti disperatamente alla roccia.
- In un passaggio che per te è molto difficile, non salire mai a caso sperando di trovare l'appiglio, non proseguire mai quando hai mani gelate o rattrappite per la stanchezza, non arrischiarti mai se non hai almeno un chiodo sicuro al massimo quattro metri sotto di te.
- Ubbidisci sempre a quella "voce interiore" che ti dice di non attaccare quel dato giorno la parete.
Chiedo al lettore (specialmente se egli è vero alpinista) di ponderare sulle massime che ho elencato; perché, se pur molte altre si potrebbero aggiungere per scalar le montagne evitandone i pericoli, tuttavia queste dieci che gli ho or ora suggerito, se osservate con scrupolo, diminuirebbero di molto, ma di molto assai, tutti i pericoli soggettivi (dati dalle varie difficoltà) ai quali l'arrampicatore va incontro. E li enumero:
- per incompleta preparazione fisica;
- per ignoranza della tecnica di arrampicamento e di assicurazione;
- per la trascuranza di certe regole fondamentali di assicurazione e di procedimenti sulla roccia;
- per mancanza di una educazione alpinistica spirituale;
- per deficiente capacità, in certi momenti, di comandare a sé stesso ed agli altri;
- per inesistenza di quella certa istintività che io ho chiamato "voce interiore", la quale voce si sviluppa come un sesto senso in quegli uomini che sono a contatto con la natura e spesso in lotta contro i suoi elementi, ed in quegli uomini in genere che vanno spesso incontro a pericoli
A questa voce interiore è necessario ubbidire, perché è quella che spesso potrà salvare in montagna da disgrazie imprevedute, date per lo più dai pericoli oggettivi della montagna stessa. Naturalmente si guardi qualcuno dal credersi munito di questo finissimo senso, quando quello che prova non è altro che... "fifa"! Dovrei analizzare ad uno ad uno i punti del "decalogo", ma mi astengo, perché durante lo svolgimento del presente manuale credo che, prima o dopo, dovrò toccarli tutti; poi perché desidero che il lettore li ponderi con attenzione, riflettendo su di essi profondamente da sé.


Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














