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Attualità | 18 ottobre 2026 | 18:00

"Ho avuto la sensazione di trovarmi in una zona affollata delle Dolomiti, ma ero sulle montagne giapponesi. Il modo di gestire il turismo però è diverso e offre spunti interessanti"

La testimonianza di una guida italiana in vacanza nel Sol Levante ci porta storie di overtourism gestito in maniera diversa: rifugi minimalisti, un documento di autotutela da inviare alle autorità prima di un'escursione, zone adibite al campeggio nei pressi dei rifugi. Così il Giappone affronta problemi che conosciamo bene: il sovraffollamento, il campeggio abusivo e il crescente numero di incidenti in montagna

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Chiunque frequenti le nostre montagne è ormai abituato alle foto di code nei sentieri, a trovare i rifugi super-affollati e a leggere ogni weekend di decine di soccorsi in montagna. I numeri non lasciano spazio a indugi: la montagna – almeno una parte di essa – è sempre più attrattiva e questo comporta sfide sempre maggiori per la sua gestione e frequentazione. Allora, di fronte a queste scene, i più sensibili al tema si interrogheranno: come possiamo gestire questi nuovi flussi?

 

Non siamo gli unici ad affrontare queste contraddizioni: dall'altra parte del mondo, però, a problemi analoghi rispondono con soluzioni talvolta diverse dalle nostre: dal Giappone ci giunge notizia di rifugi minimalisti, un documento di autotutela da inviare alle autorità prima di un'escursione, zone adibite al campeggio nei pressi dei rifugi. Per rispondere a quella domanda, dunque, potrebbe essere efficace studiare queste alternative in ottica comparativa. Sono migliori delle nostre? Si possono applicare al nostro territorio? Sono sostenibili in termini economici, ambientali e sociali?

 

Proprio in quest'ottica, abbiamo raccolto la testimonianza di Alessandro Carnevali (@walkingnose su Instagram), guida escursionistica, youtuber e fondatore di "Viaggio Selvaggio", un gruppo di escursionisti specializzati in viaggi e trekking di gruppo nel mondo.

Lo scorso settembre, Carnevali è stato in viaggio in Giappone, in particolare a Kamikochi, una delle località montuose più belli e celebri del paese, e nella zona del Monte Yari, una vetta di 3180 metri sulle montagne Hida. Entrambi si trovano nella prefettura di Nagano.

 

"Credo che sia un esempio da studiare con attenzione – concludeva Carnevali al termine della nostra chiacchierata –, soprattutto in un momento in cui anche le nostre montagne devono confrontarsi con flussi turistici consistenti, difficoltà nel trovare posto nei rifugi e questioni sempre più complesse legate alla sicurezza e alla tutela ambientale".

 

Affascinati dallo stupore di una guida così esperta, riportiamo di seguito il suo racconto dal Giappone, nella speranza che possa essere un'occasione per riflettere su soluzioni tanto atipiche rispetto ai nostri usi alpini.

Anche in Giappone c'è overtourism? Di che genere di montagne parliamo?

 

Il contesto in cui ho osservato queste cose è quello di Kamikochi, una valle molto conosciuta e frequentata, probabilmente una delle destinazioni montane più turistiche del Giappone. L'anno scorso, se ricordo correttamente, ha registrato circa 1,6 milioni di visitatori.

I numeri sono impressionanti. Ci sono autobus che arrivano direttamente da Tokyo e collegamenti da altre località, come Takayama e Matsumoto. Appena arrivato, ho avuto la sensazione di trovarmi in una delle zone più affollate delle Dolomiti, soprattutto nei pressi del Kappabashi Bridge, il ponte iconico che viene fotografato continuamente dai turisti.

La cosa interessante, però, è come cambia la frequentazione man mano che ci si addentra nella valle. Nei primi chilometri si concentra il turismo giornaliero, composto da persone che arrivano in autobus, visitano i luoghi più accessibili e ripartono in giornata. Proseguendo, il flusso si dirada e prevalgono gli escursionisti. Ancora più avanti si incontrano soprattutto persone dirette verso le cime, impegnate in itinerari lunghi e impegnativi.

 

 

Come sono distribuiti i turisti nella valle? In che modo viene evitata la congestione?

 

Nel mio caso, per raggiungere il rifugio ai piedi dello Yarigatake ho affrontato un dislivello positivo complessivo di circa 1400 metri, concentrato in gran parte negli ultimi sei chilometri. Si tratta di un'escursione fisicamente impegnativa, molto diversa dalla passeggiata di pochi chilometri che molti visitatori fanno nella parte iniziale della valle.

La conformazione del territorio aiuta sicuramente a distribuire i flussi: la valle è lunga e le persone si disperdono progressivamente lungo i sentieri. Ma credo che sia importante anche il modo in cui viene organizzata l'accessibilità.

Negli anni Settanta e Ottanta, a quanto mostrava un'infografica nel centro visitatori, la valle era invasa dalle automobili, che venivano parcheggiate praticamente ovunque. Negli ultimi anni è stato invece introdotto un sistema che limita fortemente l'accesso ai veicoli privati. Le persone raggiungono un grande parcheggio a valle e da lì proseguono con gli autobus; in alcune tratte possono circolare anche i taxi.

Io, per esempio, sono arrivato in treno fino a Matsumoto e poi ho preso un autobus. Questo sistema consente di mantenere un accesso relativamente semplice a una destinazione molto popolare, senza permettere che le automobili invadano la valle.

Qual è la cosa che più ti ha colpito della gestione montana giapponese?

 

Una delle cose più interessanti che ho scoperto durante il mio viaggio in Giappone riguarda il modo in cui viene gestita la sicurezza degli escursionisti. In particolare, mi ha colpito il sistema del Tozan Todoke, una scheda che permette di comunicare alle autorità il proprio itinerario prima di partire per un'escursione.

Ho scoperto questo sistema mentre salivo verso una montagna di circa 3200 metri nella prefettura di Nagano. In prossimità di un piccolo rifugio avevano allestito un gazebo, dove alcune persone si occupavano di fermare gli escursionisti e aiutarli a compilare il modulo. Tra loro ho conosciuto una guida di montagna che, insieme ad altre persone, era impegnata in questa attività.

Il funzionamento è semplice: si inseriscono i propri dati, le informazioni sulle persone che compongono il gruppo, il percorso che si intende seguire e il rifugio in cui si prevede di pernottare. La scheda può essere consegnata all'inizio del sentiero oppure inviata alle autorità attraverso i canali previsti. In alcune zone del Giappone, come la prefettura di Nagano, la sua compilazione è obbligatoria.

Del resto, anche chi frequenta la montagna da molti anni, come me, spesso comunica il proprio itinerario in maniera piuttosto informale e disordinata. Avere una procedura chiara e strutturata può essere utile a tutti.

 

 

Quali vantaggi potrebbe avere?

 

A mio avviso, la scheda svolge due funzioni importanti. La prima riguarda l'autovalutazione: compilare il modulo significa fermarsi a riflettere sull'escursione che si sta per affrontare, verificare di conoscere il percorso e chiedersi se si dispone dell'attrezzatura necessaria. Nel mio caso, per esempio, mi sono accorto di non avere il casco, che sarebbe stato utile per affrontare un breve tratto attrezzato, e di non avere un'assicurazione. Questo mi ha portato a riflettere sui rischi che stavo assumendo e a noleggiare un casco al rifugio prima di proseguire. Compilare la scheda mi ha quindi aiutato a prendere maggiore consapevolezza di ciò che stavo facendo.

La seconda funzione è legata alla sicurezza in caso di emergenza. Lasciando il proprio itinerario a un familiare o a un contatto di fiducia, si permette a qualcuno di sapere dove si è diretti e di segnalare tempestivamente un eventuale mancato rientro. In questo modo, se una persona scompare durante un'escursione, le ricerche possono partire da informazioni più precise, senza dover ricostruire da zero i suoi spostamenti.

Per questo ho deciso di tradurre la scheda in italiano e di condividerla sui miei canali social. La risposta è stata positiva e diverse persone mi hanno segnalato altri strumenti di sicurezza già esistenti. Naturalmente, il Tozan Todoke non sostituisce i sistemi di soccorso e le procedure ufficiali, ma potrebbe rappresentare un ulteriore livello di protezione. Sarebbe interessante capire se un modello simile possa essere adattato al contesto italiano e adottato su più ampia scala.

Parliamo dei rifugi. Sono diffusi come da noi? Di che strutture parliamo?

 

In Giappone i rifugi di montagna sono molto diversi da quelli a cui siamo abituati sulle Alpi. Sono strutture generalmente spartane, con pochi comfort: si dorme sui futon, spesso in stanze condivise, e i pasti vengono serviti a orari prestabiliti, tutti insieme. Le camere private sono poche e non c'è molta scelta per quanto riguarda il menù.

Anche gli orari sono piuttosto rigidi. Quando si prenota un pernottamento, viene generalmente richiesto di arrivare entro le quattro del pomeriggio. È una regola legata anche alle condizioni ambientali: in estate l'alba può arrivare intorno alle quattro del mattino, mentre il buio torna già tra le sei e le sette di sera. Gli escursionisti, quindi, sono incoraggiati a partire molto presto e a organizzare con attenzione i propri spostamenti.

I rifugi sono spesso numerosi e distribuiti lungo gli itinerari, anche in prossimità delle cime. Durante la mia escursione verso lo Yarigatake, per esempio, ho incontrato diverse strutture a quote differenti, oltre ad alcune aree dedicate alle tende. Nonostante la presenza di molti rifugi, però, non ho avuto la stessa sensazione di affollamento che si può provare in alcune zone delle Dolomiti.

 

 

Cosa intendi per "aree dedicate alle tende"? Si tratta di campeggio libero o di campeggi a pagamento?

 

La questione del campeggio è particolarmente interessante. Nelle aree protette, come quella di Kamikochi, non è consentito piantare la tenda liberamente al di fuori delle zone designate. Esistono però aree appositamente attrezzate, alcune vicine ai rifugi e altre collocate lungo i percorsi.

Nel luogo in cui ho pernottato, per esempio, c'era una zona per le tende ricavata tra le rocce, con piccole piazzole ottenute sistemando il terreno e spostando alcuni massi. Si trattava di uno spazio circoscritto, pensato per ospitare le tende senza permettere che si disperdessero nell'ambiente circostante..

L'accesso all'area prevedeva il pagamento di circa 2mila yen, equivalenti all'epoca a una decina di euro. In cambio era possibile utilizzare la zona per il pernottamento e i servizi igienici del rifugio. In quel caso si trattava di bagni a compostaggio, con procedure specifiche per la gestione dei rifiuti. I materiali vengono trattati in maniera differenziata e, per quanto mi è stato spiegato, alcuni devono essere trasportati a valle, anche con l'elicottero.

C'è anche un vantaggio economico importante. In Giappone il pernottamento in rifugio – per quanto spartano – può essere piuttosto costoso: per una sistemazione in dormitorio si possono spendere circa 11mila yen, cioè intorno ai 60 euro, mentre dormire in tenda nell'area attrezzata può costare molto meno. Si crea così un'alternativa accessibile per chi vuole affrontare un'escursione di più giorni senza rinunciare a un luogo sicuro e organizzato in cui pernottare.

Quali sono i pro e i contro di questo sistema?

 

Credo che questa organizzazione sia molto efficace. Innanzitutto, consente di concentrare le tende in spazi predisposti, limitando la pressione sul resto dell'ambiente. Inoltre, permette di finanziare, almeno in parte, la gestione delle strutture e dei servizi necessari a mantenere questi luoghi accessibili. Non solo, per me che ho percorso alcune Alte Vie delle Dolomiti, in cui i rifugi erano spesso pieni e ho dovuto dormire in tenda anche in situazioni poco chiare dal punto di vista delle regole, questa soluzione mi sembra molto più limpida e intuitiva.

Naturalmente, questo sistema ha anche dei limiti. In alcuni casi le aree non sono prenotabili, quindi non si ha la certezza di trovare posto all'arrivo. Inoltre, si perde una parte della spontaneità e dell'avventura associate al campeggio libero, così come la possibilità di vivere un'esperienza completamente isolata.

Ritengo, però, che il compromesso sia valido: se un'area è protetta e il campeggio libero è vietato, offrire un'alternativa ben organizzata permette di dormire in tenda in luoghi straordinari, riducendo l'impatto ambientale e rendendo le regole più comprensibili.

 

 

A proposito di campeggio libero, la rubrica de L'Altramontagna "Orsi e persone: storie di convivenza dal mondo" ci insegna che in Giappone bisogna stare parecchio attenti agli orsi. Com'è il rapporto tra turisti e fauna selvatica da quelle parti?

 

In Giappone la presenza degli orsi è una questione assai rilevante e, nella zona di Kamikochi, gli avvistamenti fanno parte della realtà con cui escursionisti e gestori devono confrontarsi.

La sera prima della mia escursione, per esempio, era stato segnalato un orso a circa due chilometri di distanza, lungo una strada forestale. Nel centro visitatori erano presenti materiali informativi che spiegavano come comportarsi e come convivere con questi animali.

La gestione della fauna riguarda anche gli spazi di pernottamento. Prima di salire verso lo Yarigatake avevo dormito in un campeggio nella parte bassa della valle, vicino alla fermata degli autobus. Lì erano stati predisposti contenitori chiusi con scaffalature per conservare il cibo, evitando di lasciarlo nelle tende e attirare gli animali.

E poi non ci sono soltanto gli orsi: anche i macachi giapponesi possono avvicinarsi ai campeggi e sottrarre cibo o altri oggetti. La mattina in cui sono partito, intorno alle sei, ho visto un gruppo di otto o dieci scimmie dirigersi proprio verso il campeggio.

Anche in questo caso, quindi, l'organizzazione degli spazi e la presenza di indicazioni chiare contribuiscono alla sicurezza. Il punto non è eliminare ogni rischio, ma mettere le persone nelle condizioni di conoscere l'ambiente in cui si muovono e adottare comportamenti adeguati.

Ti andrebbe, per concludere, di abbozzare una "pagella" sul modello di gestione dei flussi della montagna giapponese?

 

Nel complesso, credo che il sistema escursionistico giapponese funzioni molto bene proprio perché le informazioni sono chiare e le regole sono definite. I rifugi hanno generalmente siti internet dettagliati, con indicazioni sui tempi di percorrenza tra una struttura e l'altra e sulle caratteristiche degli itinerari. Le tempistiche indicate sono spesso conservative e le informazioni vengono spiegate in modo molto preciso, anche quando potrebbero sembrare scontate a un escursionista esperto. È un approccio molto codificato, che lascia meno spazio all'improvvisazione e alla spontaneità. Tuttavia, quando si parla di destinazioni frequentate da migliaia di persone, credo che questa organizzazione possa offrire spunti interessanti anche per le nostre montagne.

Naturalmente, non si può trasferire automaticamente il modello giapponese sulle Alpi: i territori, gli ecosistemi e le modalità di frequentazione sono differenti. Tuttavia, credo che l'esperienza di Kamikochi dimostri come sia possibile conciliare un'elevata affluenza turistica con una gestione organizzata degli accessi, delle strutture ricettive, dei pernottamenti e della sicurezza. Quello che mi ha colpito maggiormente è proprio la capacità di offrire alternative concrete. Se in una determinata area non è consentito campeggiare liberamente, viene indicato dove è possibile farlo. Se si vuole affrontare un itinerario impegnativo, si trovano informazioni dettagliate per prepararsi. Se si frequenta un ambiente in cui sono presenti animali selvatici, vengono fornite indicazioni per ridurre i rischi.

Non significa eliminare ogni forma di incertezza dalla montagna, né rinunciare all'esperienza dell'avventura. Significa piuttosto creare le condizioni affinché un numero elevato di persone possa frequentare questi luoghi con maggiore consapevolezza e con un impatto più controllato.

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