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Attualità | 01 novembre 2026 | 18:00

"Entrare in un rifugio di montagna all'ora di punta solo per un caffè? Se tutti cominciassimo ad accontentare sempre il cliente finiremo per snaturare queste strutture"

“Cosa resterà quando la montagna smetterà d’essere ‘di moda’?”. Parte da questo spunto (o provocazione) la riflessione di Alessandro Tenca, che a L’Altramontagna racconta i suoi quasi 15 anni di gestione del Rifugio Telegrafo, sul Monte Baldo: “I tempi sono decisamente maturi per porsi dei limiti e delle regole”

scritto da Sara De Pascale

Mentre in città è ben chiara l'offerta di un hotel a una, due o più stelle o quella di un ostello, in montagna si fatica a capire cosa si possa (o meno) trovare fra le mura di un rifugio. Questa, quantomeno, è l'impressione che da diverso tempo ha Alessandro Tenca, gestore del Rifugio Telegrafo sul Monte Baldo. 

 

Tenca gestisce la struttura, che sorge a quota 2.147 metri con una vista spettacolare sul Lago di Garda, da quasi 15 anni, lungo tempo durante il quale ha avuto occasione di osservare da vicino gli avventori ed interagire con escursionisti e turisti di qualsiasi tipo. Dai più consapevoli ed attrezzati, fino ad arrivare a coloro i quali vivono le terre senza interrogarsi troppo, pronti a tirare fuori dalle proprie tasche la carta di credito per pagare un caffè.

 

"Un rifugio non funziona come un ristorante a valle, ma molti non lo capiscono - esordisce il rifugista, intervistato da L’Altramontagna -. I numeri in quota sono sempre più in crescita e le richieste degli utenti sempre meno in linea con quello che dovrebbero, con uno spettro che si amplifica e punta sempre più ‘in alto’. Si dà per scontato che la montagna sia un contesto urbano o 'urbanizzabile', ma non è così", tiene fin da subito a sottolineare. 

 

Quella descritta da Tenca, non è altro che una fotografia della situazione attuale d'innumerevoli rifugi in quota, narrata tempo fa a Il Dolomiti anche da Duilio Boninsegna, gestore del Pradidali, che in particolare spiegava quanto cruciale possa essere per alcuni il bisogno di fare la doccia calda, tanto da arrivare a preferire di rientrare a valle al buio, piuttosto che rinunciarvi.

 

“Devo dire - prosegue il gestore del Telegrafo nella sua riflessione - che soprattutto negli ultimi anni sono stato molto criticato perché mi sono sempre rifiutato di colonizzare la montagna con tecnologie o buone maniere edulcorate che non appartengono necessariamente al mondo della terra alte - fa sapere -. Credo che una struttura si chiami rifugio proprio perché possiede determinate caratteristiche. Se tutti cominciassimo ad accontentare sempre il cliente finiremmo per snaturare le ‘case alte’ (come ama chiamarle la rifugista Roberta Silva ndr) e ad innescare una sorta di concorrenza tra strutture che dovrebbero fungere da appoggio e punto di riferimento e non da meta di vacanze con formula 'all-inclusive'. Peraltro, a volte, si parla di richieste quasi impossibili da soddisfare in contesti in cui l'acqua scarseggia o ci si approvvigiona con elicotteri o portando tutto a spalle".

 

 

"Ad esempio, per quanto mi riguarda, dovrebbe essere comprensibile ad un buon frequentatore delle montagne che nelle ore di punta dei weekend e nei periodi più gettonati è sicuramente opportuno prenotare o segnalare il proprio arrivo (specie per gruppi nutriti) in rifugio o valutare quanto sia opportuno fermarsi solo per un caffè. Una buona fetta di torta e una bevanda calda verrebbero maggiormente apprezzati nella calma del pomeriggio dopo il servizio del pranzo, mentre in tanti li richiedono proprio all'ora di punta, convinti che si faccia prima a gestire l'ordine di torta e cappuccino rispetto al servire un piatto di minestrone. Fornire servizi così ‘diversi’ dalla tradizione del rifugio ci fa assomigliare ad altre strutture, più consone ad altri contesti, che potrebbero ben essere contemplate anche in montagna, purché non le si definiscano rifugi”.

 

Servono regole e linee ben chiare e definite da seguire (utili per rifugisti ma anche per gli avventori) ma anche più educazione alla montagna. 

la rubrica
Storie dai rifugi

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere

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